di Sergio Romano
Il testo del Patto Atlantico, firmato a Washington nell’aprile 1949, non
contiene alcun riferimento a basi militari. Il problema sorse più tardi con
la creazione di una organizzazione militare integrata (la Nato, North
American Treaty Organization) che rendeva necessaria la dislocazione di
truppe americane in Europa. Come ha spiegato Natalino Ronzitti in un buon
articolo pubblicato dall’edizione online di Affari Internazionali (la
rivista dell’Istituto Affari Internazionali), la questione fu risolta con un
accordo generale, valido per tutti i membri dell’Alleanza, e con una serie
di accordi bilaterali. L’accordo generale è la Convenzione multilaterale del
1951 sullo statuto delle forze armate Nato stanziate nei Paesi membri
dell’Alleanza. Gli accordi bilaterali fra gli Stati Uniti e l’Italia sono un
trattato del 1954, un Memorandum d’Intesa concluso nel 1995 e, secondo
Ronzitti, «altri accordi che riguardano lo status dei quartieri generali».
Mentre la Convenzione fu ratificata dal Parlamento, gli accordi bilaterali
non furono presentati alle Camere e divennero validi al momento della firma.
Conosciamo il testo di quello del 1995, pubblicato dopo la tragedia del
Cermis, ma non conosciamo l’accordo del 1954 e non sappiamo se le clausole
pattuite in piena guerra fredda, fra la morte di Stalin e la rivoluzione
ungherese del 1956, rispondano ancora agli interessi italiani di mezzo
secolo dopo. Resta poi il problema dei compiti che queste basi avranno in
una situazione interamente diversa da quella di allora. Il Patto Atlantico e
la Nato furono concepiti per contrastare il blocco sovietico, ma gli
americani insistettero, dopo la rivoluzione iraniana del 1978, perché le sue
competenze venissero estese «fuori area»: una richiesta che a molti europei
sembrò già allora troppo impegnativa e generica. Oggi, gli attacchi alle
Torri gemelle hanno introdotto nella filosofia militare della Nato il
concetto di minaccia terroristica, e si potrebbe effettivamente sostenere
che il terrorismo abbia preso nell’Alleanza il posto dell’Unione Sovietica.
Con una importante differenza, tuttavia. L’America pretende di valutare la
minaccia, scegliere il nemico e passare all’uso delle armi senza
interpellare la Nato. La guerra irachena non fu una guerra della Nato e
l’organizzazione venne invocata da Washington soltanto quando in Iraq le
cose cominciarono ad andare male. Allorché decisero di bombardare le milizie
delle Corti Islamiche in Somalia (un’operazione aerea per cui usarono la
base di Gibuti) gli american i non interpellarono l’Alleanza. Che cosa
accadrebbe se decidessero di colpire gli Hezbollah usando la base di Vicenza
o quella di Aviano? Ronzitti, professore di diritto internazionale alla
Università Luiss di Roma, ricorda un caso di qualche anno fa in cui noi
divenimmo corresponsabili di una operazione militare americana. Accadde
quando aerei americani decollati da Aviano, durante la guerra del Kosovo,
colpirono la sede della televisione di Belgrado. La Jugoslavia accusò allora
l’Italia, insieme ad altri Paesi della Nato, di avere violato il diritto
internazionale bellico. «Da tenere presente, inoltre», scrive Ronzitti, «che
qualora un’operazione militare parta dal nostro Stato, la neutralità non può
essere mantenuta anche in assenza di una partecipazione italiana
all’operazione» Il problema andrebbe posto in questi termini: siamo sicuri
che le basi americane, in queste nuove circostanze, contribuiscano alla
sicurezza dell’Italia?
Fonte: Corriere della Sera





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