di Filippo Pederzini
Aleksandr Geljevic Dugin è il più noto tra gli attuali esponenti di quel pensiero eurasiatista che ha i suoi padri fondatori in un gruppo di intellettuali russi attivi negli anni Venti e Trenta del Novecento: il linguista Nikolaj Trubeckoj, il geografo ed economista Pëtr Savickij, il musicologo Pëtr Suvčinskij, il teologo Georgij Florovskij.
Furono costoro, nel 1921, a pubblicare quello che possiamo considerare come un vero e proprio “manifesto” dell’eurasiatismo, quanto meno il “manifesto” della prima fase eurasiatista: un volume collettaneo (Ischod k Vostoku) in cui veniva enunciata l’idea fondamentale secondo cui i popoli della Russia e delle regioni ad essa adiacenti in Europa e in Asia formano una unità naturale, in quanto sono legati tra loro da affinità storiche e culturali. La cultura russa veniva vista non come una variante di quella “occidentale”, ma come una realtà a sé stante. Fondata sull’eredità greco-bizantina e sull’influenza mongola e dunque identificabile come “eurasiatica”, la cultura russa era stata negata non solo dalle riforme di Pietro il Grande e dalla classe politica che aveva in seguito governato la Russia, ma anche dalla corrente slavofila, che Trubeckoj accusava di voler imitare l’Occidente. Quanto alla Rivoluzione bolscevica, gli eurasiatisti non ne davano un giudizio positivo, però si proponevano di studiarne il significato nel contesto della storia russa.
Questi pensatori, che valutavano positivamente l’influenza esercitata dal mondo turanico (mongolo e tartaro) sopra la Russia, formulavano una lezione che è stata successivamente ripresa e sviluppata da Lev Gumilëv (1912-1992), il grande studioso delle civiltà delle steppe che ha dimostrato quanto sia infondata e ingiusta l’interpretazione storiografica che tende a risolvere sbrigativamente in termini di feroce barbarie e di nullità culturale il fenomeno grandioso degli imperi eurasiatici di Attila, Gengis Khan e Tamerlano. Penetrando in Europa, aprendo una nuova fase storica in Iran e in India e contribuendo a fare della Russia e della Cina i due più grandi imperi del mondo, le forze irradiatesi dalle steppe eurasiatiche hanno prodotto eventi politici e culturali che hanno influito in maniera decisiva sulla storia universale.
Gumilëv morì nel 1992. Nel medesimo anno Aleksandr Geljevic Dugin fondava una prestigiosa rivista di studi eurasiatici intitolata “Elementy”, che, stampata in 50.000 esemplari e diffusa negli ambienti intellettuali, religiosi, militari e politici dell’area ex sovietica, vi ha esercitato una considerevole influenza. Da allora Aleksandr Dugin ha dispiegato una prodigiosa attività scientifica e politica che ha fatto di lui il restauratore e il diffusore del pensiero eurasiatista. Docente di geopolitica presso l’accademia militare di Mosca e presso l’università “Lev Gumilëv” di Astana in Kazakistan, nonché consigliere geopolitico della Presidenza del Parlamento russo, Dugin ha fondato il “Movimento Eurasia”, che si propone di diffondere tra i popoli del continente eurasiatico l’idea di un modello internazionale non unipolare ma multipolare e di operare non per lo scontro ma per la cooperazione delle diverse aree che compongono l’Eurasia.
Il 14, il 15 e il 16 maggio Aleksandr Dugin, che fa parte del comitato di redazione della rivista di studi politici “EURASIA” fin dal primo numero, è stato l’ospite d’onore di una serie di manifestazioni pubbliche (conferenze, dibattiti, conferenze stampa, trasmissioni televisive ecc.) intese a presentare il nuovo numero della rivista, il cui dossario è dedicato a “La Russia e i paesi vicini”.
Fin dal primo incontro col pubblico italiano (avvenuto a Milano con la partecipazione del filosofo Costanzo Preve, del saggista Massimo Fini e del direttore di “EURASIA” Tiberio Graziani), Aleksandr Dugin ha chiarito l’essenza dell’eurasiatismo. L’eurasiatismo attuale non è più riducibile ad una manifestazione della cultura russa, ma, grazie ad apporti di vario genere e di varia provenienza, esso si presenta come una dottrina che fissa il proprio obiettivo nella costruzione di un blocco continentale che si estende dall’Atlantico al Pacifico. Secondo l’odierna concezione eurasiatista, l’Eurasia si articola in una serie di “grandi spazi” collegati tra loro: Europa, Russia, area islamica, subcontinente indiano, Estremo Oriente. Consapevoli di quella che Giuseppe Tucci chiamava “l’unità spirituale dell’Eurasia” e convinti della necessità che i “grandi spazi” dell’Eurasia formino un blocco solidale, in grado di garantire l’indipendenza di tutto il Continente eurasiatico, gli eurasiatisti sono radicalmente contrari all’ideologia predittiva dello “scontro di civiltà”, che mira a contrapporre l’una all’altra le componenti della comune Patria eurasiatica: l’Europa al mondo islamico, il mondo islamico alla Russia, l’Europa alla Cina e così via. Essi intendono quindi agire nella direzione dell’unità dei “grandi spazi” e della loro cooperazione. L’eurasiatismo – ha dunque precisato Dugin - non mira alla ricostruzione di un bipolarismo analogo a quello che ha caratterizzato il periodo inaugurato dalla spartizione di Jalta e terminato col crollo dell’URSS, ma preconizza un mondo multipolare, che si contrapponga al disegno imperialista statunitense di un mondo unipolare.
Oltre che in Russia, dove il movimento Evrazija conta numerosi aderenti ed annovera prestigiosi sostenitori negli ambienti politici, militari e religiosi (presidente del movimento è il Muftì di Mosca), la concezione eurasiatista è operante anche in altri paesi. Essa è presente in Kazakistan, dove il presidente Nursultan Nazarbaev ne è un dichiarato seguace e dove l’università della capitale (in cui Dugin insegna geopolitica) è stata intitolata a Lev Gumilëv; ed è presente in Turchia, dove un recente convegno eurasiatista ha raccolto significativi consensi in ambienti politici di diverso orientamento. La fortuna incontrata dal progetto eurasiatista è dovuta principalmente al fatto che la sua alternativa all’americanismo e alla globalizzazione liberista non è né di destra né di sinistra, in quanto tali categorie della topografia parlamentare, se pure avevano un qualche senso nell’Europa moderna, sono ormai prive di significato nel mondo postmoderno; da un altro punto di vista, si potrebbe forse dire che l’eurasiatismo ha assorbito ciò che vi era di valido nella destra e nella sinistra, operando una sintesi diametralmente opposta a quella liberalcapitalista.
Queste le linee essenziali del pensiero che Aleksandr Dugin ha avuto modo di esporre negli incontri, nei dibattiti e nelle interviste che hanno avuto luogo a Milano, a Reggio Emilia, a Modena, a Verona e a Bologna.




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