di Daniele Scalea
L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS) è nata nel giugno 2001 come sviluppo del gruppo dei “Cinque di Shanghai” (1996-2001), impegnati nella cooperazione economica entro la regione dell’Asia Centrale. Attualmente, l’OCS conta sei membri (Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan) e quattro osservatori (Mongolia, India, Pakistan e Iran). Il suo scopo dichiarato è quello di coordinare le politiche degli Stati membri in ambiti che spaziano dall’economia alla difesa, dalla sicurezza interna alla politica internazionale, dalla lotta antidroga agli scambi commerciali. Notevole enfasi è stata posta alla lotta contro “estremismo, terrorismo e separatismo”, cosicché i media occidentali, tradizionalmente disattenti a tutto ciò che avviene fuori dal preteso “Occidente”, sono da anni ancorati all’idea che l’OCS costituisca un’associazione antiterrorista asiatica - opinione recentemente espressa anche dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld. In realtà, lottare contro “estremismo, terrorismo e separatismo” non significa altro che garantire la stabilità della regione centroasiatica con le sole forze locali, precludendo così spazi e pretesti alla penetrazione imperialista statunitense. Inoltre quel termine “cooperazione” esprime perfettamente lo spirito di Shanghai - come lo definiscono i partecipanti all’OCS - per cui l’Organizzazione favorisce una collaborazione tout court e paritaria, e non economicista e iniqua com’è tradizione nei rapporti tra paesi occidentali (vedi la UE per l’economicismo, e la NATO per l’iniquità). Quest’incomprensione di fondo ha fatto sì che l’OCS assurgesse all’onore delle cronache europee solo saltuariamente, e che comunque essa vi sia sempre e costantemente sottovalutata, se non addirittura ridicolizzata - e presto vedremo perché quest’atteggiamento è non solo errato, ma idiota e controproducente per il futuro dell’Europa.
La prima occasione in cui i grandi media occidentali s’accorsero dell’esistenza dell’OCS fu l’anno passato, quando riuniti a Astana (Kazakistan) in data 5 luglio 2005, i Capi degli Stati membri intimarono alla NATO di fissare un calendario per il ritiro delle proprie postazioni militari in Asia Centrale. Da allora la base statunitense di Khanabad in Uzbekistan è stata fatta evacuare dal presidente Islam Karimov, ed anche il secondo avamposto yankee nella regione, l’aeroporto di Manas in Kirghizistan, sarà abbandonato entro la fine dell’anno per l’insistenza di Kurmanbek Bakev, neopresidente kirghiso dopo la “rivoluzione dei tulipani” che spodestò Askar Akaev.
Il 15 giugno scorso s’è tenuto l’annuale incontro dei Capi degli Stati membri, che si sono riuniti a Shanghai per il decennale dalla fondazione dei “Cinque”. Anche in quest’occasione, i media occidentali si sono limitati a notare (e criticare) la presenza del presidente iraniano Mahmud Ahmadi Nejad, sottolineando poi con compiacimento che la sua richiesta d’ingresso a pieno titolo dell’Iran nell’OCS non è stata presa in considerazione. Ma quando Ahmadi Nejad è tornato a Tehran, ai giornalisti che l’attendevano in aeroporto ha espresso tutta la sua soddisfazione, e ne aveva ben donde. Perché? Dato che i superpagati “esperti di politica internazionale” alla Gianni Riotta non ce l’hanno spiegato, proveremo noi a chiarirci un po’ le idee.
Innanzi tutto, se l’Iran non entrerà quest’anno nell’OCS (soprattutto per le resistenze di paesi come Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, che mirano a restare il principale oggetto degl’investimenti indo-russo-cinesi) lo farà con tutta probabilità il prossimo. Nel frattempo, Ahmadi Nejad può consolarsi portando a casa una vera e propria alleanza strategica con la Russia. Il presidente iraniano e il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno deciso d’istituire un cartello “informale” del gas naturale, che ruoterà intorno all’OCS e riunirà non solo i produttori (Russia, Iran, Kazakistan) ma anche gl’importatori (Cina, Pakistan, India). Questa nuova struttura s’aggiungerà ai legami bilaterali che il Cremlino ha già sviluppato con altri grandi produttori come Algeria e Libia. La Gazprom, compagnia statale russa, finanzierà la costruzione del gasdotto che dal 2009 collegherà l’Iran all’India passando per il Pakistan, un progetto invano osteggiato da Washington. Ad esso dovrebbe allacciarsi anche il Turkmenistan, altro produttore di gas naturale. Mentre il ricavo per Tehran (esportazione), Islamabad (incasso delle indennità di passaggio) e Nuova Dehli (importazione a prezzi più contenuti) è evidente, cosa ci guadagna Mosca? Semplicemente, rivolgendo l’esportazione dell’Iran e del Turkmenistan verso l’India, e tenendo conto degli accordi stipulati con Algeria e Libia, il Cremlino è giunto a porre l’Europa di fronte ad un aut-aut: dal 15 giugno 2006 in poi non sarà più possibile sperare di “differenziare” le fonti d’importazione energetica, come s’augurava Bruxelles, ma bisognerà acquistare tutto il gas naturale necessario dalla Federazione Russa o da suoi alleati come i sopraccitati paesi nordafricani. Mosca, alleandosi con Nuova Dehli e Pechino, è riuscita ad accaparrarsi (e destinare verso oriente) quasi tutta la produzione d’idrocarburi dell’Asia Centrale e dell’Iran, cosicché non restano davvero più alternative all’Europa, se non quella di rimanere a secco e tornare all’età della pietra solo per fedeltà al padrone/”alleato” nordamericano.





0 responses so far ↓
There are no comments yet...Kick things off by filling out the form below.
You must log in to post a comment.