
«Nuove» dalla Bosnia 93.837 le vittime, tante, troppe, ma non 250.000
come per la propaganda di guerra. L’«enfasi» ha nascosto le
responsabilità di tutti i nazionalismi e dell’Occidente.
TOMMASO DI FRANCESCO
Il sapiente resoconto di Ennio Remondino che sabato scorso ha ripreso
sul manifesto i dati del Centro di documentazione di Sarajevo, manda a
dire alcune cose dirompenti per la maggior parte della stampa
internazionale e nazionale spesso persa nei Balcani dentro i fumi
della propaganda di guerra. Dunque i morti sono stati 93.837 e in
larghissima parte civili, «soltanto» 93.837. E’ un massacro
spaventoso, ma meno devastante dei 200-250mila morti, tutti musulmani,
che addirittura a novembre 1992, solo sei mesi dopo l’inizio ad aprile
del conflitto interetnico e fratricida, Henry Bernard-Levy da Parigi
vantava già di aver contato a Sarajevo. Decine di migliaia, non
centinaia di migliaia, ma che avrebbero potuto essere,
percentualmente, milioni da noi, ricorda Remondino. Eppure la
questione non sta solo nella provocatoria paragonabilità tra vittime
di Bosnia e quelle possibili appena di qua dal mare. Il nuovo numero
dei morti civili in Bosnia segnala infatti altre evidenze. La prima è
amara: che la guerra, solo 13 anni fa, sia tornata all’ordine del
giorno, anzi della notte, in piena Europa non interessa più nessuno,
figurarsi poi in campagna elettorale. Giacché parrebbe chissà perché
fuori tema e perfino «irresponsabile» ricordare le responsabilità
criminali delle cancellerie europee e occidentali che, avviando la
pratica dei riconoscimenti delle indipendenze di Slovenia e Croazia
autoproclamate su base etnica dalla Federazione jugoslava, avrebbero
aiutato poi i vari nazionalismi interni ad accendere la miccia nella
multietnica Bosnia Erzegovina, mosaico in piccolo di tutta l’ex
Jugoslavia. A chi volete che interessi che le basi dell’Unione europea
siano marce proprio perché poggiate sulla legittimità dei
riconoscimenti di nuove nazioni etniche? Quale leadership o opinione
pubblica bi-partisan vorrebbe ora riconoscersi in queste
responsabilità? Quei morti sono seppelliti, una volta per tutte.
Bicameralmente. Del resto è per l’appoggio ad una scalata finanziaria
non per il sostegno alla discesa nella guerra - quella buona e
«umanitaria» del 1999 - che la leadership dei Ds è giustamente sotto
accusa a sinistra.
Eppure sono tanti 93.837 morti. Ed erano di tutte le parti: di più,
63.687 musulmani di Bosnia,il 3,36% su circa 1.900.000 musulmani di
Bosnia secondo il censimento del 1991; di meno, 24.216 serbi di
Bosnia, l’1,81% sui circa 1.300.000 serbi di Bosnia secondo lo stesso
censimento; certo «pochi» i croati, 5.057, lo 0,69% sui circa 731mila
croati erzegovesi, ma con un errore da parte di Remondino secondo il
quale i 5mila morti «sia contro i bosniacchi che contro i serbi,
relegano gli scontri in Erzegovina ai margini della dimensione
complessiva del conflitto». Non è così: perché, se il ragionamento
vale per le vittime croate in Erzegovina, non vale per quelle
musulmane. Il fronte di Mostar fu infatti feroce come se non più di
quello di Sarajevo e le vittime, scomposte per località, danno una
percentuale molto alta dei musulmani uccisi in Erzegovina. Senza
dimenticare che il ministero della Repubblica serba di Bosnia contesta
i dati di Sarajevo e aggiunge di suo altri 4-5mila desaparecidos
civili serbi di Sarajevo; e non scordando inoltre i fronti «anomali»,
come la guerra sanguinosa tra musulmani, quelli del governo di
Sarajevo e gli insorti musulmani della Sacca di Bihac. E che tra gli
«altri» - oltre a 800 civili che testardamente hanno continuato a
definirsi «jugoslavi» fino allla morte - c’è anche un centinaio di
mujaheddin arrivati da Afghanistan, Pakistan, Algeria a combattere con
il lasciapassare insieme di Arabia saudita e Iran e il beneplacito
degli stessi Stati uniti che adesso vanno ad arrestarne in Bosnia i
superstiti quali feroci terroristi di Al Qaeda.
Ma l’ultima conta dei morti ci dice un’ulteriore verità. Tutte le
leadership nazionaliste responsabili del conflitto si macchiarono di
stragi contro i civili. Per molto tempo non è stato vero, nemmeno per
il Tribunale dell’Aja orientato ad attribuire ogni colpa solo e
soltanto ai serbi di Bosnia. Per ritrovarsi poi sì alla caccia dei
principali imputati serbobosniaci di crimini di guerra, il generale
Ratko Mladic e il presidente Radovan Karadzic, ma, di fronte
all’evidenza dei crimini, a dover riconoscere le responsabilità non
solo di Slobodan Milosevic ma anche del croato Franjo Tudjman e del
musulmano Alja Izetbegovic; arrivando fino all’incriminazione
sorprendente quanto taciuta dai media internazionali del generale
Rasim Delic responsabile della difesa di Sarajevo e di Naser Oric
responsabile musulmano di Srbrenica. Lì nelle città della Bosnia
Erzegovina e a Sarajevo sotto tiro e sotto assedio era la
multietnicità jugoslava che doveva essere uccisa e cancellata da tutte
le milizie, serbe, musulmane e croate. I profughi furono così due
milioni, di questi solo la metà è ritornata e la maggior parte non
nelle terre d’origine.
Un’ultima considerazione. I morti non sono 93.837, ma 93.838. C’è un
omicidio in più commesso in questi giorni. Una donna serbo bosniaca di
46 anni Rada Abazovic è stata infatti uccisa a Rogatica, nella
Serbo-Bosnia, venerdì 6 gennaio 2006, dai carabinieri italiani
impegnati in una vera e propria battaglia per catturare un indiziato
di crimini di guerra, Dragomir Abazovic - finito «suicida» durante la
sparatoria - marito della donna uccisa e padre di Dragoljub, ragazzo
dodicenne rimasto ferito gravemente. La Bosnia sotto protettorato
militare conta i suoi morti. Quella guerra non è finita.
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