Lo specchio infranto, di Gianantonio Valli. Capitolo uno – Le valenze del mito
Voi siete in collera con me perché insegno che non vi è ricompensa né un padrone che paga? E in realtà io non insegno neppure che la virtù è ricompensa a se stessa.
F. NIETZSCHE
Essere liberi significa sbarazzarsi per sempre dall’idea di ricompensa, significa non attendere nulla né dagli uomini né dagli dei, significa rinunziare non soltanto a questo mondo e a tutti i mondi, ma alla stessa salvezza, significa distruggerne perfino l’idea, catena tra le catene.
E.M. CIORAN
In un Umanesimo Integrale, come quello in atto, non c’è posto per chi non sia nato a compiere o a tollerare qualsiasi crimine.
G. CERONETTI
Ringrazio, per le antiche suggestioni maieutiche, Gianmario Monaldo; per le attente notazioni critiche, Piero Sella e Sergio Gozzoli nonché il professor Giorgio Galli,- per la fraterna cura dimostrata nel corso dell’elaborazione finale, Mario Consoli,- per la comprensione espressami in questi anni, mia moglie, senza la cui infinita pazienza questo libro non sarebbe stato mai scritto.
Prefazione
Trarre da un’opera letteraria spunti e conclusioni di natura filosofica e politica è ovviamente sempre possibile, talora però a prezzo di snaturare o forzare gli effettivi significati voluti dall’autore.
E’ vero d’altra parte che ogni scrittore di narrativa o di poesia esprime generalmente nelle sue opere una propria visione del mondo, più o meno articolata e cosciente, che investe anche filosofia e politica.
Sintesi dell’alta maturità di Pavese, opera di ardua e talora faticosa lettura, i Dialoghi si apparentano alle sue altre opere coeve (basti pensare a La luna e i falò o alle notazioni de Il mestiere di vivere), ma scelgono, per esprimere la medesima visione del mondo, non più o non tanto l’intreccio narrativo o lo scavo psicologico e le confessioni personali, quanto la Weltanschauung ellenica espressa attraverso la più composita e matura mitologia mai esistita.
Diviene allora, in virtù di questa scelta operativa di Pavese, più che legittima la lettura delle espressioni della sua anima individuale attraverso le rappresentazioni collettive che hanno strutturato la vita di tutto un popolo per almeno due millenni.
Ma altrettanto legittimi divengono le considerazioni ed i giudizi da noi formulati nel presente saggio, impostici dalla suggestione generata dalla parola di un autore antimoderno come pochi e che, malgrado il suo “impegno” e la sua “militanza” in un campo preciso dell’agone politico resta idealmente schierato tra i sostenitori delle opposte posizioni ideologiche ed esistenziali (a riprova dell’importanza prioritaria dei meccanismi psicologici rispetto alle articolazioni concettuali, o anche, detto altrimenti, della diffusa incapacità dell’uomo a comportarsi, nella vita, nel modo più conseguente con quanto egli sente o ricrea mediante l’analisi razionale).
Vogliamo con ciò dire che la scelta “politica” compiuta da Pavese nel dopoguerra, con l’iscrizione - addirittura - nei ranghi del partito comunista italiano, non affonda certo le sue radici in un’analisi seria - né storica, né politica, né filosofica, né razionale - bensì ha trovato le sue motivazioni: in primo luogo nella fragilità sostanziale della sua psiche, dovuta ad innata irrequietezza, e sordo scontento, e “vizio assurdo”; in secondo luogo nelle sue personali vicende di vita e nelle amicizie da cui fu compromesso intorno alla metà degli anni Trenta fino ad essere condannato al confino; per ultimo, infine, in quella strana attesa para-messianica postbellica che portò molti uomini di cultura e di militanza (perfino di parte fascista - della parte annientata e dispersa) a schierarsi nelle file più estreme di quel Mondo Nuovo che aveva or ora schiantato gli ultimi eredi della visione elleno-romana delle cose (donde si vede, nuovamente, che le scelte di vita non vengono certo compiute sulla base di una fredda, serena, conseguente ragione).
Quanto poi tale contraddizione sia stata avvertita e sia risultata fatale al turbamento psichico di un Pavese gia in crisi profonda da oltre un decennio - e al di là di tutte le delusioni di natura meramente sentimentale - contribuendo ad aggravare quell’inquietudine, quello scontento, quel disprezzo sotterraneo più volte palesato nei confronti del proprio sé più profondo, rendendolo avvertito di un punto di svolta epocale - personale e generalmente umano - facendolo consapevole del venir meno anche dell’ultima forza vitale, lasciamo approfondire, attraverso l’analisi dell’intera sua opera, alla sensibilità del lettore e all’onestà dello studioso.
Certo arduo resta il conciliare quanto espresso in tutti i suoi scritti dai romanzi, alla breve poesia, alle confessioni più intime - con i valori di fondo della visione anti-ellenica portata da quel Mondo Nuovo trionfante, vale a dire con gli aspetti più qualificanti dell’ideologia giudaicocristiana e delle sue spurie filiazioni secolarizzate, dal vago anti-ideologismo liberaldemocratico (un tempo addirittura rivendicato, si, ma unicamente come condizione per un buen retiro) all’attivistico impegno della feroce ideocrazia comunista.
Quali risonanze possiamo trovare - se non negative - in tutta l’opera di Pavese, in tutta la sua vicenda terrena, nei confronti del monoteismo creazionista, del messianismo, dell’egualitarismo, dell’umanitarismo antitragico, dell’universalismo e del teleologismo escatologico che identificano da sempre quel Regno promesso?
Ma ora ci basti l’aver sollevato, con queste brevi note, qualche dubbio riguardo alle interpretazioni canoniche e stereotipate, date ormai da quarant’anni, di un’autore inafferrabile ed irrecuperabile ad ogni postivismo, ad ogni razionalismo, ad ogni superficiale e criminale ottimismo, ad ogni concezione di suadente e falsa speranza nello stravolgimento della vera natura dell’uomo.





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