Due boati, un rumore assordante che arrivava dal mare. Due esplosioni senza testimoni e l’Italia si ritrovò a un passo dalla guerra. Mancavano pochi minuti alle 17 del 15 aprile 1986. “È stato fortissimo, come una porta sbattuta violentemente. Sono uscita per strada, tutti siamo scesi lungo il corso. C’era chi gridava: ‘È scoppiata la guerra!’”. A Lampedusa tutti sentirono, nessuno vide. Il primo dispaccio di agenzia parlava di “cannonate sparate da una motovedetta libica”.
Poi si pensò a un aereo. Intorno alle 18 le autorità americane informarono il ministro della Difesa Giovanni Spadolini: Gheddafi aveva scagliato due missili Scud contro l’isola, ordigni scoppiati a un paio di chilometri dalla costa. Il giorno dopo, il grido della gente di Lampedusa diventò il titolone dei quotidiani: ‘Ora l’Italia è in prima linea’. Quegli Scud sono diventati storia: l’unico attacco missilistico contro un paese occidentale. Due esplosioni che hanno troncato le relazioni tra Roma e Tripoli, spazzando via business lucrosi e portando la Fiat a riacquistare le azioni libiche. Eppure del lancio di quei missili non c’era nessuna prova. E ora, a quasi 20 anni di distanza, c’è chi comincia apertamente a parlare di finzione.
Il primo a farlo è l’uomo che in quei giorni avrebbe potuto ordinare la rappresaglia contro la Libia. Il generale Basilio Cottone, allora capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, oggi dichiara: “Non credo siano stati lanciati missili contro Lampedusa. Personalmente non l’ho mai creduto. La notizia dei missili per me era falsa e le azioni messe in atto volevano accreditarla. Molte organizzazioni extranazionali erano allora interessate al fatto che il governo italiano adottasse una politica di più forte chiusura nei confronti della Libia”.
http://guide.supereva.com/no_global/interventi/2005/11/234723.shtml




