Prima della guerra in Iraq, secondo dati della motorizzazione di Baghdad, in
tutto il Paese circolavano circa 350 mila automobili. Oggi la situazione è
radicalmente mutata: il numero dei veicoli circolanti è triplicato. Negli
ultimi due anni, ben 900 mila auto, provenienti da tutto il mondo, sono
state registrate nel Paese. Tra i modelli maggiormente richiesti, le europee
come le Bmw, le Jeep giapponesi e i Suv americani.
Più automobili per tutti. Il governo ad interim, spiega Beth Potter dell’United
Press International, ha cercato di incentivare il fenomeno, vietando l’ingresso
nel paese di auto prodotte prima del 2000. Così facendo ha messo in crisi la
rete del commercio di auto usate che passava per Siria e Giordania. Non
solo, sotto Saddam le auto erano un genere molto tassato, mentre oggi non
sono sottoposte ad alcuna tassazione. È un mercato in pieno boom, che in un
contesto come quello iracheno, offre numerose possibilità di guadagno anche
alla criminalità, sia quella comune che quella organizzata nelle milizie
ribelli del fantomatico al Zarqawi. Oggi, secondo le interviste raccolte a
Baghdad da Beth Potter, il numero dei veicoli rubati in Europa e in paesi
del Golfo che finiscono sulle strade irachene, è in continuo aumento. Una
delle rotte più battute è quella che porta le automobili rubate fin negli
Emirati Arabi Uniti, diventati una specie di territorio franco dove è
possibile falsificare documenti e numeri di serie. Molte auto vengono anche
dagli Stati Uniti: imbarcate clandestinamente nei porti merci di Los
Angeles, Seattle e Huston, e trasportate nei cargo fino in Siria o in Arabia
Saudita.
Un’inchiesta in corso. Il 18 novembre 2004, una brigata dell’esercito Usa in
Iraq scopriva a Falluja un rifugio e una fabbrica di bombe dei combattenti
vicini ad Abu Mussab al Zarqawi. All’interno, i soldati trovarono numerosi
pacchi di materiale esplosivo e un’autobomba in preparazione. Si trattava di
un Suv (Sport Utility Vagon), un ingombrante fuoristrada, americano. Il
veicolo risultava rubato in Texas, negli Stati Uniti. Non aveva targa ma al
suo interno vennero trovate quindici placche identificative pronte per
essere applicate su altre macchine rubate. L’inattesa scoperta spinse l’Fbi
ad aprire un’inchiesta, ancora in corso, che sta mettendo a nudo tutta una
rete di attività criminali che riforniscono, tra l’altro, anche le casse dei
miliziani iracheni. Bryan Bender, autore di un articolo d’inchiesta
pubblicato dal Boston Globe, ha interpellato alcuni specialisti dell’antiterrorismo,
i quali gli avrebbero spiegato che le auto americane rubate sono le
preferite dai miliziani, perché sono più grandi della norma, e soprattutto
si mimetizzano molto bene in mezzo ai convogli delle truppe della coalizione
e ai veicoli dei contractors privati.
Le rotte dell’”usato”. L’ispettore John Lewis, del dipartimento
antiterrorismo dell’Fbi, ha confermato che il fenomeno delle auto rubate
negli Stati Uniti che riappaiono, imbottite di esplosivo, sulle strade
irachene, non è stato un caso isolato. “Le indagini -ha dichiarato Lewis al
Boston Globe- non hanno podotto prove che i veicoli siano stati trafugati
esplicitamente per farne delle autobombe, ma è stato dimostrato che sono
state contrabbandate dagli Usa all’interno di un’ampia rete di criminalità,
che comprende anche i terroristi e i ribelli iracheni”. L’ufficio
investigativo federale americano non ha fornito cifre, ma ha confermato l’esistenza
di numerosi casi di auto sparite in Texas, Arizona, Maryland, Virginia e
Florida, e riapparse in Iraq, nelle mani di gruppi terroristici. Dati dell’ufficio
statistiche del governo statunitense parlano di un milione di auto rubate
ogni anno negli Usa, 25 mila nella sola provincia di Dallas nel 2004. I
furti d’auto sono un problema che costa ai contribuenti statunitensi oltre 8
miliioni di dollari l’anno, una somma che almeno in parte finisce per
finanziare attività terroristiche contro gli americani stessi.
Finanziamenti occulti. I comandante della polizia di Miami, parlando dei
furti di auto negli Usa, ha dichiarato che “Quei ladri non si rendono
necessariamente conto di finanziare il terrorismo, però è possibile che lo
stiano facendo”. La lotta delle autorità statunitensi contro i fondi neri di
al Qaida, promette di essere ancora lunga e difficoltosa. Perché se da un
lato, come in questo caso, seguire le tracce del contrabbando di auto può
contribuire alla rottura di importanti nodi della rete che rifornisce le
casse del terrore, da un altro punto di vista, l’ironica scoperta che molte
delle auto trasformate in bombe siano americane, evidenzia la velocità e l’efficienza
con cui quelle stesse organizzazioni estremiste riescono a differenziare i
propri traffici e a inventare modi, sempre nuovi, di finanziarsi.
Naoki Tomasini
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