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Democraticamente seviziati

July 29th, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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di Justin Huggler
Sono emersi dettagliati e sconvolgenti resoconti di come due
prigionieri afgani siano stati torturati a morte da carcerieri ed
addetti agli interrogatori americani nella base aerea di Bagram,
appena fuori Kabul.

Un rapporto in 2000 pagine su un’investigazione interna condotta dai
militari americani arrivato al “New York Times” e pubblicato ieri (due
settimane fa, ndt) fornisce dettagli esaustivi su come i due
prigionieri furono tenuti incatenati in posizioni innaturali e presi
a calci fino a morirne.

Le terrificanti storie dell’assassinio di Habibullah e di Dilawar
raccontate nel rapporto potrebbero danneggiare, se rese pubbliche,
l’immagine degli USA tanto quanto le immagini delle sevizie ai
prigionieri nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq. Il rapporto rivela
che Dilawar, un tassista, fu ucciso nonostante il fatto che la
maggior parte degli addetti agli interrogatori fossero convinti
della sua innocenza.

Vi sono timori di reazioni esplosive in Afghanistan. Il rapporto del
New York Times giunge ad una settimana di distanza dall’uccisione di
15 persone durante una serie di proteste scatenate da un articolo di
Newsweek che rivelava come copie del Corano siano state gettate
nelle latrine da carcerieri di Guantanamo. Newsweek aveva poi
ritrattato le dichiarazioni, sostenendo fossero basate su fonti non
verificabili [in seguito numerose testimonianze e autorevoli interventi hanno accertato la fondatezza di tale satanica azione, n.d.r.].

La storia del “New York Times”, tuttavia, non sarà messa a tacere così
facilmente dall’amministrazione Bush. La sua fonte e’
un’investigazione degli stessi militari. Giunge inoltre in un
momento molto delicato per l’Afghanistan, con un forte aumento della
violenza e segnali sul ritorno dei Taliban.

Il rapporto contiene dettagli raccapriccianti sulla cultura
dell’abuso a Bagram, dove vengono trattenuti i detenuti nell’attesa
che gli USA decidano se spedirli o meno a Guantanamo. Rivela di una
donna addetta agli interrogatori, che mostrava un gusto sadico per
l’umiliazione, nota per essere saltata coi piedi sul collo di un
detenuto e per aver preso a calci nei genitali un altro.

Racconta di un altro addetto agli interrogatori - lo specialista
Damien Corsetti - chiamato “Mostro” a causa della parola tatuata in
italiano sul petto, che un sergente esaltava come “il re della
tortura”. Un detenuto saudita ha testimoniato che lo specialista
Corsetti gli sfregava il pene sulla faccia, minacciandolo di stupro.

Il rapporto include i nomi di tutti i militari USA coinvolti. Narra
dettagliatamente il caso dei due afghani uccisi mentre erano in
custodia USA. Il primo, Habibullah, fu catturato nel novembre 2002.
Fu chiuso in una cella d’isolamento con le mani legate ad un filo
metallico che pendeva dal soffitto. L’articolo descrive il modo in
cui fu letteralmente ucciso a calci in un periodo di alcuni giorni.
I carcerieri lo definirono “non cooperativo” e gli procurarono una
serie di “botte peronali” - colpi disabilitanti inflitti alla gamba
appena sopra il ginocchio. “Era una cosa piuttosto comune, picchiare
qualcuno sulle gambe”, ha dichiarato agli investigatori l’ex
sergente Thomas Curtis.

L’avvocato di una delle guardie che picchiarono in tale modo
Habibullah ha dichiarato agli investigatori USA: “Il mio cliente
agiva in linea con il procedimento operativo che vigeva nel carcere
di Bagram”.
Quando Habibullah cominciò a tossire sangue e a lamentare forti
dolori al petto, le guardie risero di lui. In seguito, il suo
cadavere fu ritrovato ancora penzolante dal soffitto, con le mani
legate al filo di ferro usato per le torture. Un esame del corpo
rivelò che l’uomo era stato ucciso da un grumo di sangue, provocato
dalle ferite alle gambe, che aveva bloccato l’accesso di sangue ai
polmoni.

Dilawar, il tassista, fu sequestrato nel dicembre 2002 mentre
guidava nei pressi di una base USA precedentemente presa di mira da
un attacco con razzi. I passeggeri che egli trasportava portavano
della “merce sospetta”. Lo specialista Corey Jones, addetto agli
interrogatori, dichiarò che Dilawar gli aveva sputato in faccia, al
che lui aveva risposto con un paio di colpi alle gambe. “Gridava:
Allah! Allah! Allah!, e la mia prima reazione fu che stava urlando
al suo Dio”, dichiarò lo specialista Jones. “Tutti lo sentivamo
gridare, e pensavamo che fosse buffo”. Il rapporto dice che la cosa
divenne una barzelletta abituale e che le guardie carcerarie lo
prendevano a calci solo per sentirlo gridare “Allah!”. “Continuammo
per 24 ore, credo che gli infliggemmo 100 colpi”, disse.

Durante un interrogatorio, Dilawar, gravemente ferito, chiese
all’interprete che venisse chiamato un dottore. Il traduttore ha
dichiarato di averlo detto agli addetti all’interrogatorio, ma che
uno di essi rispose: “Sta benissimo. Cerca solo di sottrarsi alle
botte”.

L’autopsia rivelò che Dilawar era morto di crisi cardiaca causata
da “ferite gravissime inflitte alle estremità inferiori”. Il
coroner, colonnello Elizabeth Rouse, in un’audizione antecedente il
processo, dichiarò che le sue gambe “erano state ridotte
praticamente in poltiglia … Ho visto ferite simili in individui
investiti da un pullman”.

traduzione a cura di www.arabcomint.com
da The Guardian Unlimited

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Tags: Economia