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Gli Usa rompono un altro patto

March 18th, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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Il governo di Washington ha deciso di ritirarsi dal protocollo della Convenzione di Vienna che garantisce ai cittadini arrestati e processati in Paesi stranieri la possibilità di essere assistiti dalle proprie rappresentanze diplomatiche. In termini concreti vuol dire che gli Stati uniti continueranno a fare quello che hanno sempre fatto - cioè processare e condannare anche a morte cittadini stranieri senza permettere loro di comunicare con i loro consolati - ma lo faranno senza più «negare se stessi», in quanto l’accordo in questione, da loro promosso nel 1963 (all’epoca di John Kennedy) e sottoscritto assieme al resto del mondo nel 1968, in questo paese non è più valido da lunedì scorso, cioè il giorno in cui una lettera scritta da Condoleezza Rice, il segretario di Stato, è arrivata sul tavolo del segretario generale dell’Onu Kofi Annan. «A partire da questo momento», diceva quella lettera, gli Stati uniti non riconoscono più la Corte internazionale dell’Aja, che il protocollo indica come la sede in cui dirimere le eventuali dispute fra Paesi sull’applicazione di quell’accordo. E’ una nuova spinta al cosiddetto «allargamento dell’Atlantico» e un ulteriore passo indietro compiuto da questa amministrazione rispetto ai livelli di civiltà faticosamente raggiunti dalla comunità internazionale. Ma è anche un paradossale salto mortale logico in cui George Bush, la Rice e il resto della banda si sono prodotti. Accade infatti che soltanto pochi giorni fa, il 28 febbraio, Bush e il suo segretario della Giustizia Alberto Gonzales, quello del «memo» sulla tortura, avevano mandato un «memorandum» ai tribunali del singoli stati con l’istruzione di rispettare proprio le decisioni della Corte internazionale dell’Aja.

Gli intenti di quel memorandum erano sostanzialmente due. Il primo: «prevenire» un giudizio pendente (previsto nel corso di questo mese) della Corte Suprema americana, cui si sono rivolti tempo fa i legali di un cittadino messicano condannato a morte in un pocesso in cui gli era stata negata per l’appunto l’assistenza del suo consolato. La questione di fronte al massimo organo della magistratura americana è: la Corte internazionale dell’Aja ha dato ragione a noi, voi come la pensate? E di fronte a indicazioni che il giudizio della Corte Suprema sarebbe stato anch’esso a favore di quell’imputato, il governo ha pensato bene di chiamarsene fuori per evitare l’onta di una sconfessione da parte della Corte Suprema. Il secondo intento: preparare il terreno all’incontro che fra breve Bush avrà col presidente messicano Vicente Fox. Il rapporto fra i due, cominciato nel 2000 fra grandi dichiarazioni di amicizia e solenni promesse da parte di Bush di risolvere il problema della situazione legale della moltitudine di messicani «illegali» che lavorano negli Stati uniti, si è poi deteriorato a causa del mancato mantenimento di quelle promesse di Bush e della posizione contro l’invasione dell’Iraq presa a suo tempo dal Messico. Ci voleva «qualcosa» per rendere il nuovo incontro fra Bush e Fox in qualche modo positivo e si è pensato appunto a quel memorandum, che aveva anche il potere di bloccare l’esecuzione di altri 52 messicani processati senza assistenza consolare e condannati a morte.

Ma nei sette giorni trascorsi fra l’emanazione di quel memorandum e la lettera della Rice a Kofi Annan è accaduto che una montagna di «risposte» delle procure statali si è riversata sul tavolo del segretario della Giustizia Gonzales, e tutte sostenevano l’argomento che il memorandum era «incoerente con tutta la nostra politica nei confronti delle istituzioni internazionali» e che quello di ricorrere alla Convenzione di Vienna era diventato un «facile espediente» usato dai «nemici americani della pena di morte» che in combutta con i Paesi stranieri stavano tentando di minare alla base quel nobile caposaldo della giustizia americana.

Così, ecco la Condoleezza scrivere la sua lettera ed ecco una sua portavoce, Darla Jordan, spiegare che in questo modo gli Stati uniti intendono «proteggersi da futuri giudizi della Corte internazionale dell’Aja che potrebbero interferire nel nostro sistema giudiziario in un modo che non avevano previsto quando demmo la nostra adesione al protocollo». Un comportamento «tipico del cattivo giocatore», commenta Peter Spiro, della facoltà di legge dell’Università della Georgia. «Se non possiamo vincere, preferiamo non giocare».

Franco Pantarelli

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Tags: Economia

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