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Il terrore in televisione

July 31st, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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Un’intervista al capo terrorista ceceno Shamil Basayev, mandata in onda giovedì sera dalla rete televisiva americana Abc, sta
provocando un nuovo, drastico inasprimento delle già poco felici
relazioni tra Mosca e Washington.

In assenza di un ambasciatore (l’ultimo, Alexander Vershbow, ha appena lasciato il suo incarico e
il successore ancora non si è insediato) è stato l’incaricato
d’affari statunitense nella capitale russa ad essere convocato al
ministero degli esteri per sentirsi strillare in faccia «l’estrema
indignazione» del governo russo «e di tutti i cittadini di questo
paese». Il vice capo missione Daniel Russell ha ascoltato senza
batter ciglio - anche se per i diplomatici americani le strapazzate
ufficiali da parte di altri governi non devono essere tanto
frequenti - né per ora il suo governo ha ritenuto di doversi
pronunciare sulla vicenda, invero piuttosto singolare. E’ facile
infatti immaginare come avrebbe reagito la Casa bianca se una tv
russa avesse intervistato Zarqawi, o magari bin Laden. Non ha in
effetti torto il Cremlino (anche se per il momento il presidente
Vladimir Putin non ha fatto commenti) ad accusare gli Stati uniti di
tenere un «doppio standard» sulla questione del terrorismo e della
lotta da condurre contro di esso; tantopiù che nell’intervista ad
Abc, il signore della guerra Basayev, da oltre dieci anni
considerato il nemico pubblico numero uno in Russia, accetta senza
riserve su di sé la qualifica di «terrorista» - pur includendo
ovviamente nella categoria anche le autorità russe che conducono da
dieci anni una guerra in Cecenia così feroce da fare la più gran
parte delle vittime tra la popolazione civile.

«Certo, io accetto di essere definito un pessimo tipo, un violento,
un bandito, un terrorista - ha raccontato Basayev, che dopo
l’uccisione del presidente eletto Aslan Maskhadov è rimasto il più
importante leader separatista ceceno in vita - ma come dovrebbero
essere definiti loro (i governanti russi, ndr)?». Richiesto sulla
possibilità che avvengano altre azioni terroristiche come quelle da
lui rivendicate in passato, compresa la strage di Beslan, la
risposta è stata netta: «Sono i russi ad essere dei terroristi.
Finché andrà avanti questa guerra genocida, finché continuerà questo
casino, tutto può succedere». Basayev, tuttavia, rigetta la
responsabilità del massacro di bambini nella scuola di Beslan sulle
forze di sicurezza. «Noi abbiamo compiuto tante azioni, ma sempre
secondo le nostre regole di combattenti. Non abbiamo mai ucciso
bambini, non siamo tipi così».

Mosca da molto tempo sostiene che Basayev, così come tutto
il «nocciolo duro» della guerriglia cecena, è organicamente legato
alle centrali terroristiche internazionali come al Qaeda; e che
dunque la lotta condotta dalle forze russe contro la guerriglia
stessa non è altro che una parte della «guerra globale al
terrorismo» lanciata da George Bush dopo l’11 settembre e come tale
dovrebbe essere considerata dall’Occidente, che invece continua ad
avere un atteggiamento «ambiguo». In realtà quella che una volta era
un’aperta critica dei governi occidentali - sia degli europei che
degli americani - contro la guerra in Cecenia ormai è diventata
niente più che un silenzio reticente; e anche le recenti sparate
statunitensi (dello stesso Bush ma soprattutto del segretario di
stato Condoleezza Rice) contro le «falle della democrazia» in Russia
e contro lo scarso rispetto dei diritti umani da parte di Mosca si
riferivano molto più al ruolo politico dei russi negli stati ex
sovietici, al controllo dei media o alla «persecuzione giudiziaria»
contro alcuni supermiliardari che non al massacro ceceno.

Ma per il Cremlino, che nonostante tutto (dieci anni di guerra,
duecentomila morti, enormi risorse dilapidate) ancora non riesce a
controllare quel minuscolo territorio, un episodio come l’intervista
di Basayev è del tutto insopportabile, e senz’altro destinata a
degradare ulteriormente le relazioni con gli americani - del resto,
già il fatto che Washington stia lasciando vacante la sua sede
diplomatica a Mosca la dice lunga sulla difficoltà dei rapporti in
questo periodo.

Difficoltà che si riflette un po’ su tutto: ieri per esempio in sede
di Consiglio di sicurezza dell’Onu la Russia ha posto il veto a che
il Consiglio stesso ascoltasse un rapporto dell’Alto commissario per
i diritti umani Louise Arbour (che era stata invitata a farlo da Usa
e Gran Bretagna) sulla repressione in Uzbekistan. «Non è il caso di
parlarne in questa fase», ha detto il rappresentante russo,
suscitando la «seria frustrazione» dei colleghi americano, Anne
Patterson, e inglese, Emyr Jones Parry.

ilmanifesto.it

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Tags: Economia · Mondo