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Io so i nomi dei furbetti dello Strapaese

January 10th, 2006 · Lasciare un commento (No Comments)

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di lanfranco caminiti

Gli unici due progetti, di questi anni berlusconiani, di irrobustimento
di una politica a mezzo di una relazione forte con la finanza, sono
entrambi falliti, travolti dagli scandali, dalle intercettazioni, dalle
tangenti, dagli arricchimenti personali, in breve da una visibilità
della loro pochezza ‘umana’.

Ma a me questa interessa relativamente poco: concentrarsi su questa
fragilità ‘miserevole’, con l’inevitabile carico di moralismo e di
‘trionfo della legalità’, mi pare peraltro che finisca col tenere in
ombra la vera ‘ciccia’ della questione, lo scontro duro e selvaggio di
potere, fra poteri.
Il berlusconismo si è caratterizzato e ha segnato il paese per un
intreccio ineludibile tra affari e politica: la politica è stata, dalla
‘scesa in campo’ di Berlusconi, l’unico modo plausibile per
salvaguardare quelle ricchezze e quel potere, dalle altre politiche,
dalla magistratura, dagli altri poteri. Benché Berlusconi abbia
falsificato il flusso fra politica e denaro, nel senso che questo – di
suo, del proprio impero mediatico – spesso gli sia servito per
irrobustire quella, la propria, e mantenere un vantaggio sugli avversari
e sugli alleati, Berlusconi, paradossalmente, è ancora una figura
‘produttiva’ e non una figura ‘finanziaria’ – non potendosi certo
considerare Mediolanum un ‘progetto’ di finanza. La debolezza di
Berlusconi è sempre stata quello di non avere una base politica, una
‘militanza politica’, un partito che potesse diventare base economica di
un progetto. Quando ha fondato ‘Forza Italia’ lo ha fatto con
Pubblitalia e i suoi uomini. Una cosa determinante e significativa. Ma
altra cosa.
I due progetti a cui mi riferisco sono quello della Lega Nord e quello
dell’Unipol. Per un verso, quindi, la costituzione di una ‘banca del
nord’, e cioè l’idea di poter dare al partito politico della Lega Nord
una maggiore ‘forza’ nel suo processo di autonomizzazione e di
radicamento territoriale, puntando nel contempo al proprio già radicato
consenso per trasformarlo in ‘clienti della banca’ [risparmio,
investimento, credito, operazioni finanziarie]. Insomma, si sarebbe
instaurato un circolo virtuoso tra militanza e finanza. È un processo
già tentato con la CrediEuroNord e fallito miseramente vuoi per
l’assoluta incapacità dei suoi amministratori vuoi per l’inconsistenza
del capitale iniziale, la sua debolezza insomma. E, non da ultimo,
l’ostilità delle istituzioni preposte al controllo, cioè la Banca
d’Italia. Dal fallimento della CrediEuroNord nasce l’idea di affidarsi a
quelli che il ‘mestiere’ lo conoscono davvero, a chi sta già di proprio
seguendo un percorso di crescita con l’acquisizione di piccole banche
territoriali – e quindi, di sportelli – in un ‘patto’ che avrebbe
probabilmente lasciato le mani libere al finanziere [Fiorani], che di
suo portava non solo il tessuto bancario ma anche il ‘via libera’ delle
grandi autorità preposte prima ostili, ora favorevoli [la Banca
d’Italia, nella persona di Fazio], ma avrebbe anche permesso alla Lega
di tenere a sé definitivamente e materialmente il tessuto produttivo
reale del nord, cioè la piccola e media imprenditoria che all’inizio
l’ha sostenuta ‘idealmente’ ma poi se n’è allontanata ‘concretamente’.
Un delicato equilibrio. Ma che valeva la pena tentare. Bossi in persona
era sceso in campo per la CrediEuroNord, che quindi non era una
iniziativa scapocchiona di scapocchioni della Lega: Bossi in persona
aveva gettato tutto il peso politico e ideologico della sua immagine
nella raccolta finanziaria ‘di base’ [e dove altro avrebbero potuto
trovare il capitale finanziario iniziale?]. Fallito il progetto
CrediEuroNord, le manovre si fecero più caute. Ma il progetto rimase lo
stesso: la massa degli elettori, dei militanti va trasformata in ‘massa
finanziaria’. È un progetto di ‘resistenza’ in vista dei possibili
cambiamenti del potere politico, ma è anche un progetto di ‘investimento
politico’ sul futuro, sulla ‘lunga marcia’ della Lega.
Un progetto simile, e per molti versi ancora più consistente e
ambizioso, è quello di Consorte e della Unipol, che prima conquista un
notevole spazio nella territorializzazione [l’acquisizione della
Winterthur, a esempio, sopravvalutata] e dopo averla quotata in Borsa
lancia un’Opa su BNL. È il progetto della ‘sinistra’, che attraverso il
mondo della cooperazione ha un radicamento forte e una enorme massa di
manovra di denaro [garantito anche dalla relazione privilegiata con le
amministrazioni di sinistra in tutto il territorio nazionale, dal nord
al sud] ma non ha alcuna ‘autonomia’, assoggettata com’è per la
liquidità e gli investimenti al potere finanziario. Soprattutto perché
non ha alcun coordinamento centrale e vive ancora di poteri locali. Il
Monte dei Paschi, che pure è forte e certamente riconducibile alla
sinistra, ha un ‘difetto’ di territorializzazione [limitata], in molti
suoi esponenti anche insistita e teorizzata, e una recente accentuata
tendenza alla bancarizzazione, cioè a somigliare troppo a una banca
‘normale’ e non accondiscendere completamente a un ruolo di
‘pattuizione’ con il potere politico della sinistra. Serve
qualcos’altro. Il progetto di Consorte, la bankassurance, gli sportelli
della Unipol, quelli della BNL, il mondo cooperativo tutto, questo sì
può essere un progetto ‘forte’, tanto forte da poter immaginare la
crescita non solo di una autonomia finanziaria ma anche di un ‘ceto
imprenditoriale’ altro, che non viva più solo dei rivoli del denaro
politico ‘locale’ ma sia in grado di assumere grandi opere strategiche
in Italia e all’estero. E invertendo il flusso: l’imprenditoria [grande
e piccola] potrà servire da liquidità, la finanza [e la politica] serve
per ‘contare’ anche globalmente, per aprirsi ai mercati europei e
internazionali.
Curiosamente, questi progetti che andavano a scombussolare quello che da
sempre è il ‘salotto buono’ della finanza e del potere italiani hanno
incontrato gli interessi personali del maggiore potere finanziario, la
Banca d’Italia e il suo governatore. Anche Fazio ha un progetto: il suo,
probabilmente, è un vero ‘delirio di potenza’. Le offerte politiche –
che hanno sfiorato anche l’idea di affidargli il ruolo di presidente del
Consiglio – gli possono sembrare ora poca cosa. Può fare da sé, vuol
fare da sé. Uno come Ciampi che viene dalla Banca d’Italia, è diventato
presidente della Repubblica, e lui può fare qualcosa di meno? Fazio ha
con sé il mondo cattolico, che significa molto, moltissimo da tutti i
punti di vista; ha con sé la riverenza che gli è dovuta e che si è
saputo guadagnare dal mondo politico di destra e di sinistra; ha con sé
l’intreccio di relazioni con il potere finanziario europeo, attraverso
la Bce. Probabilmente, si è stufato di detenere tutto questo immenso
potere ‘invisibile’, probabilmente pensa di poter costituire la
‘repubblica del governatore’ [è buffo, ma significativo, l’aneddoto
sulle bandiere che sventolavano a palazzo Koch, o non sventolavano],
all’insegna dell’italianità ma prendendo atto che ci sono fenomeni di
autonomizzazione locale e politica, la Lega appunto, e la sinistra.
Probabilmente, pensa che solo lui, attraverso i suoi ‘uomini’ [come
Fiorani] può ‘tenere assieme’ tutto. Probabilmente, si è stufato del
‘salotto buono’ e della Bce.
Ha ragione Ricucci: questa non è roba da ‘furbetti del quartierino’,
questa è roba pesante, è il potere in questo paese. Perché l’unico
potere in questo paese, oggi, è il potere finanziario, non certo quello
dell’industria, e non certo quello della politica, sfinito ormai da
Berlusconi nel supporto a se stesso o nell’impedirglielo fino in fondo.
E non certo quello della ‘stampa’. Ha tanto torto Ricucci: lui non vuole
andare contro i poteri forti, lui li vuole ‘imitare’, vuole fare come
loro, ma ‘loro’ non glielo faranno fare. I “furbetti dello Strapaese”
vinceranno ancora una volta.
Adesso le chiacchiere stanno a zero. La stampa ‘perbene’ si è scatenata
nella produzione di verbali e intercettazioni che mobilitino la nostra
indignazione e mostri di quale immorale pasta siano fatti gli
‘scalatori’ e i ‘concertisti’. Oltre che il deus ex machina di tutto
questo, il governatore. La magistratura, solerte come sempre quando sa
che si è aperto un varco e che sarà sostenuta nella sua iniziativa
[esattamente come è successo con Tangentopoli], mette tutto sotto
cappella e salva ancora una volta l’Italia. A carte quarantotto vanno i
progetti della Lega Nord e quello della ‘sinistra’. Abbiamo un nuovo
governatore, il cui primo atto, tra non molto, probabilmente sarà
l’aumento del costo del denaro, quello che Fazio finora ha tenuto sotto
il tappeto, quello che gli immobiliaristi temono e quello che sbarellerà
la nostra economia, e gonfierà il debito ‘virtuale’ delle famiglie
italiane – soprattutto di quelle giovani – che negli ultimi cinque anni
ha avuto un solo volano ‘positivo’, gli immobili appunto [per inciso,
gli unici che portavano soldi ‘veri’ erano proprio gli immobiliaristi,
la cui ricchezza è spaventosamente cresciuta in questi anni, e non certo
in modo ‘illegale’, se così si può dire del mercato immobiliare italiano].
A me sembra che gli unici che ne stiano venendo fuori contenti siano
proprio quelli del ‘salotto buono’, i furbetti di sempre, quelli che da
sempre detengono il potere economico [e politico] in questo Strapaese.
Davvero, non capisco di cosa si possa essere soddisfatti.
Indipendentemente dalla qualità ‘sociale’ dei due progetti che ho
descritto, di certo essi avrebbero frammentato questa unicità di potere,
che l’avvento di Berlusconi non ha messo in crisi ma certo ha messo tra
parentesi. Il nodo sta lì, in un paese come l’Italia, che è debole
strutturalmente e periferico e che riesce a stare a galla solo con le
manovre finanziarie e la ‘creatività’ relativa e il governo della
moneta: il nodo è quello della finanza. Che la politica ci sia arrivata
tardi [la ‘sinistra’] e malamente [sia la ‘sinistra’ che la Lega Nord]
non elimina il problema. In tutto il mondo, dalla Germania all’India,
dalle banche ‘verdi’ al microcredito alle piccole imprese, con alterne
fortune e con discutibili risultati, ‘questo’ nodo si è posto anche ai
movimenti sociali.
E, personalmente, trovo che entrambi i progetti fossero importanti
[sulla ‘legittimità’ mi pare ci sia ben poco da dire, e sulla ‘legalità’
che è un concetto difficile da manipolare mi chiedo quando mai si sia
visto a questi livelli – che sono quelli di una ‘presa del potere’ – che
manchino le ‘cadute di stile’, e allora?].
L’era di Berlusconi sta per finire, e il ‘salotto buono’ lo sa, quando
non ha deciso di affrettarla. Lo sapevano anche Fiorani e Consorte, la
Lega Nord e la ‘sinistra’, e ci si preparavano.
Lo sa anche Rutelli, che tra tutti i politici è stato il più lesto nel
prendere le distanze da Fazio, da Consorte, dai concertisti, e che
quest’estate, ben prima del bailamme che si è poi scatenato, ha offerto
una sponda politica buona al ‘salotto buono’ organizzando un ‘buon’
incontro sull’economia ai Castelli romani a cui hanno partecipato
proprio alcuni di loro. Legittimamente.
Il dopo-Berlusconi è già cominciato da un pezzo. Speriamo non sia già
finito, pure da un pezzo. Molti tasselli stanno già rimettendosi al loro
posto. Prodi, peraltro, rappresenta il potere finanziario ‘europeo’
[foss’anche solo nell’idea di avercelo un potere finanziario europeo] ma
non ha mai avuto nella sua biografia [da potente di Stato] un rapporto
‘forte’ con il salotto buono italiano.
Che in questa frizione fra ‘interessi territoriali’ [privilegi
dell’industria italiana] e interessi ‘sovranazionali’ possa configurarsi
solamente il dopo-Berlusconi fa una certa tristezza.
Probabilmente, qualunque istanza sociale riformatrice avrebbe tratto
vantaggio da una situazione più frammentata e in fermento conflittuale
che da una che si sta chiudendo vistosamente come in questi giorni.

Roma, 7 gennaio 2006


http://www.lanfranco.org

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Tags: Economia