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Iraq, Nassiriya: la guerra dei pozzi (dell’Eni)

June 26th, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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di Reporter Associati
L’articolo che segnaliamo su Aljazira.it è interessante perché pone all’attenzione uno dei motivi principali (o, forse, il motivo principale) della presenza di militari italiani in Iraq. Ma una volta presa coscienza del problema esposto nell’articolo, considerato che il nostro Paese è dipendente dal petrolio in misura maggiore rispetto, ad esempio, a Francia e Germania, dovrebbe risultare meno difficile comprendere che la questione non è così semplice come viene posta da coloro che auspicano un immediato ritiro italiano dall’Iraq come soluzione di una situazione intollerabile creata dall’invasione anglo-americana.

Un Iraq libero e indipendente è quel che ci auspichiamo, ma dev’essere chiaro che - in questa situazione - se a Nassiriyya non ci sta l’Eni ci sta qualcun altro.
A chiarire ulteriormente la questione, citiamo un passo significativo da M. Molinari, L’interesse nazionale. Dieci storie dell’Italia nel mondo (Laterza 2000, pp. 56-57): “Il ritorno dell’Italia a Baghdad è il frutto di una lunga e costante opera di diplomazia discreta fra i due Paesi e offre alle aziende italiane la prospettiva di rientrare in Iraq per riprendere lentamente le fila di un interscambio commerciale che all’inizio degli anni Ottanta superava i 4.200 miliardi i lire (petrolio incluso) ma nel 1992 (l’anno seguente alla Guerra del Golfo) si era ridotto a un unico miliardo di lire (3). I passi di Palazzo Chigi e Farnesina tesi a rivedere il regime delle sanzioni hanno alle spalle al maggioranza parlamentare - che fa approvare in Senato nel 1997 due mozioni per superare l’embargo e scongelare i beni iracheni all’estero (4) - e portano a dei risultati economici, come la promessa fatta dal ministro del petrolio iracheno Amir Rashid al Ministro degli Esteri Dini - durante un incontro a Roma nell’aprile del 1997 - di assegnare all’Eni lo sfruttamento del campo petrolifero di Al-Nassiriyah in grado di produrre 300mila barili di greggio al giorno (5). La scelta italiana è di smarcarsi dalle posizioni di Washington e Londra [...]“.

(3) Fonte Istat
(4) Ansa, 15 aprile 1997, h. 12.58
(5) Il Sole 24 Ore, 25 aprile 1997

http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=613&Itemid=

***

Roma, 14 Maggio 2005.

Un’inchiesta trasmessa da RaiNews24 sulla presenza italiana a Nassiriya e un dossier del governo italiano mostra come fu pianificata l’entrata in guerra contro l’Iraq a fianco degli Usa già 6 mesi prima dell’inizio dell’emergenza umanitaria, per sfruttarne il petrolio. Foto, mappe e documenti sull’attivita’ del contingente

italiano mostrano che la presenza dei militari italiani a Nassiriya abbia come chiaro obiettivo quello di proteggere oleodotti e raffinerie di petrolio, in una zona ricchissima di giacimenti. Anche di uranio.
Il giacimento di Nassiriya, il quinto in ordine di importanza in Iraq con riserve stimate tra i 2,5 i 4 miliardi di barili. Le immagini del reportage di

RaiNew24 mostrano la raffineria di Nassiriya, e mostrano come i soldati italiani abbiano scortato migliaia di bidoni di petrolio e protetto zone ricche di giacimenti, anche giacimenti di uranio.
Il confine di competenza italiana in Iraq comprende, guarda caso, proprio la raffineria di petrolio, il punto di stoccaggio e le paludi sotto cui risiedono i

giacimenti petroliferi da sfruttare. Il reportage contiene interviste alla vedova Intravaia (vedova di uno dei 19 italiani morti nell’attentato di Nassiriya), a Marco Calamai - ex consigliere speciale della SPA (amministrazione provvisoria) dimessosi in seguito all’attentato a Nassiriya che fra le altre cose denuncia la cattiva prassi degli americani di non

coinvolgere gli iracheni nell’amministrazione “dal basso” della cosa pubblica. A Calamai si aggiunge la testimonianze di Benito Li Vigni - ex dirigente Gruppo Eni ed ex collaboratore di Enrico Mattei, autore del libro “Le guerre del petrolio”, che illustra l’enorme quantitativo potenziale di giacimenti petroliferi realmente presenti in Iraq (che l’Eni appurò essere

superiori a quelli dell’Arabia Saudita); Li Vigni testimonia gli accordi tra Iraq ed Eni in merito ai giacimenti di Nassiriya risalenti agli anni ‘70 e segnala la strana coincidenza tra la presenza dei soldati italiani a Nassiriya e la presenza del giacimento petrolifero destinato all’Eni (il cui 30% è ancora di proprietà dello Stato italiano).

Soldati italiani in Iraq

Da RaiNews 24 Claudio Gatti - corrispondente da New York per il Sole24Ore, nel video racconta (fonti alla mano) perchè l’obiettivo dell’attentato di Nassiriya non fossero i carabinieri, ma piuttosto l’operatore economico presente in quella zona, ovvero l’Eni. Infatti, il giorno dell’attentato, l’amministratore delegato dell’Eni, Mincato, dichiarò all’agenzia ANSA che la possibile presenza dell’Eni a Nassiriya sarebbe slittata al 2004 proprio a causa di problemi legati alla “stabilità” della zona. A Gatti si aggiunge l’intervista a Elettra Deiana - parlamentare di RC membro della Commissione Difesa, e a vari testimoni della base italiana in Iraq.

Di fatto il Governo sapeva tutto

Il 22 ottobre 2003 alcuni parlamentari si recarono in visita a Nassiriya incontrando l’ambasciatore italiano a Bagdad, che illustrò ai parlamentari circa la presenza militare italiana finalizzata agli affari del petrolio, in maniera diretta e addirittura “ovvia”. Anche la cosiddetta missione “Antica Babilonia” fu giustificata

“ufficialmente” come missione con motivi “culturali” legati alla presenza di siti archeologici…. in realtà la scelta della base italiana fu dettata proprio da ragioni completamente estranee alla missione culturale-umanitaria per le quali i soldati furono mandati.

Le cifre

Venne finanziata la costruzione di un ospedale a Bagdad sorvegliato da 30 carabinieri e poi vennero inviati altri 3.000 soldati italiani a Nassiriya. Le cifre: l’ospedale a Bagdad costò 21 milioni di euro, mentre i soldati italiani a Nassiriya costarono 232 milioni di euro… a spese dei contribuenti italiani. Il reportage mostra anche un dossier del Ministero delle Attività Produttive (che il governo aveva precedentemente ufficialmente ignorato) risalente a 6 mesi prima dell’inizio della guerra, ovvero della prevista “emergenza umanitaria” da soccorrere.

Tale dossier governativo indica il luogo migliore per una presenza italiana in Iraq e viene indicato proprio Nassiriya. Si parla del petrolio e di un affare da 300 miliardi di dollari. Nel dossier si descrive l’Iraq come una specie di eldorado e che “l’obiettivo del governo e delle istituzioni coinvolte è quello di mantenere l’Italia tra i 4 migliori fornitori dell’Iraq per il futuro”. Guarda caso ben 15 delle 19 pagine del “dossier Iraq” del governo parlano di petrolio.

Nel dossier del governo si legge anche dei retroscena internazionali, degli accordi fatti tra Usa, Cina, Francia e Russia per lo sfruttamento del petrolio iracheno dopo la guerra, che ancora non era iniziata. Infatti, la guerra in Iraq scattò solo 6 mesi dopo quel documento. L’affare Iraq fu pianificato: l’affare sporco in Iraq è un affare a cui il governo italiano

si è scrupolosamente attenuto. Non una guerra “preventiva”, dunque, ma una guerra premeditata.

Immediata la reazione dell’organizzazione “Un Ponte per” che aveva gia denunciato il vero motivo della presenza italiana a Nassiriya all’indomani dell’attentato nel novembre 2003. “Tutte le frottole sulla “operazione umanitaria” e sul “portare la democrazia” si sgonfiano come quelle sulle armi di distruzione di massa: già sei mesi prima delle guerra,

mentre gli ispettori dell’Onu erano in Iraq, il Consiglio di Sicurezza discuteva, il Governo stava già studiando dove mandare le proprie truppe. Ci chiediamo se ora l’ENI assumerà la responsabilità che le compete nei confronti delle famiglie che hanno perso un congiunto per sorvegliare i suoi barili di petrolio e nei confronti dei civili iracheni rimasti vittime nella “battaglia dei ponti”.

Ci chiediamo se il Governo ammetterà di aver mentito agli italiani sugli obiettivi della presenza a Nassiriya e sul fatto che la discussione sull’invio delle truppe era una pura copertura di decisioni già prese. Invitiamo tutto il popolo della pace a mettere in atto una diffusa campagna di denuncia e di boicottaggio non-violento dell’ENI, come sta facendo da tempo il movimento pacifista statunitense con le multinazionali Bechtel e Halliburton.

[tratto da: "Unimondo"]

Fonte: www.reporterassociati.org

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Tags: Economia

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