Era nell’aria da un paio di settimane, ma pochi perfino nelle stanze della Banca mondiale a Washington credevano che il neo-conservatore Paul Wolfowitz, architetto supremo della guerra preventiva dell’amministrazione Bush, potesse essere il prescelto per la presidenza della più grande e controversa istituzione multilaterale per lo sviluppo. Proprio lui, l’ideologo della supremazia americana «senza se e senza ma» e primo fautore dell’invasione dell’Iraq in violazione del diritto internazionale. La notizia annunciata mercoledì dal presidente degli Stati uniti George Bush ha suscitato contrarietà nella società civile globale, mentre è molto più limitata la reazione ufficiale dei governi, in particolare di quelli europei a cui tutti guardano ora con un ultimo filo di speranza. Tralasciando l’apprezzamento inglese di circostanza, nella «vecchia Europa» le reazioni sono prudenti ma non poi dure, dopo che molte capitali europee hanno cercato di scongiurare la candidatura di Wolfowitz tramite contatti informali con l’amministrazione americana. Dato il peso politico del candidato proposto dalla Casa Bianca, sembra ormai molto difficile che un’opposizione istituzionale da parte degli altri paesi azionisti della Banca possa bruciare il falco neo-con. La partita si potrebbe chiudere con una ratifica ufficiale del consiglio dei direttori esecutivi in pochi giorni. Ancora più allarmante: da fonti interne alla Banca mondiale sembra che sia stato lo stesso Bush a muovere una campagna diplomatica ad alto livello negli ultimi giorni per convincere i governi europei e altri paesi chiave del Sud ad accettare Wolfowitz a capo della Banca. Sembra in particolare che Bush abbia fatto presente a Germania e Brasile che un accordo su Wolfowitz avrebbe facilitato l’aggiunta di seggi permanenti aggiuntivi nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu per i due paesi. Quanto a altri paesi amici, come l’Italia, una semplice telefonata ha presentato il candidato senza aspettarsi domande. Infine, molti altri paesi del Sud del mondo sembrano essere stati convinti direttamente da Washington con la promessa di una particolare attenzione a loro da parte del nuovo presidente.
Va ricordato che in circostanze analoghe proprio gli europei erano stati criticati lo scorso dalla società civile, e per la prima volta da alcuni governi del Sud. La tradizione non-scritta in vigore da più di 60 anni prevede infatti che la nomina del presidente della Banca mondiale sia appannaggio degli Stati Uniti, e quella del direttore del Fondo spetta agli europei. Nel 2000 però il candidato europeo alla direzione del Fondo, il tedesco Caio Koch-Weser, trovò la dichiarata opposizione americana che portò i governi europei a ripiegare sul nome di Hoerst Koehler. Lo scontro transatlantico fu ricomposto con la definizione di linee guida per la selezione dei vertici delle due istituzioni di Bretton Woods: documento che non ha mai avuto una piena approvazione da parte dei consigli di Banca e Fondo, nonostante le richieste incalzanti dei paesi in via di sviluppo, in particolare del cosiddetto «gruppo dei 24» a guida sudafricana che riunisce le economie emergenti. Così, per la nomina di Rodrigo Rato al vertice del Fmi l’anno scorso gli europei per salvare la faccia hanno presentato due candidati dopo essersi consultati con Bush, ma in pratica non hanno seguito le procedure discusse nel 2001, generando l’opposizione dichiarata di ben 11 dei 24 direttori del consiglio del Fondo che hanno proposto altri candidati del Sud, invano.
Purtroppo è proprio questa coscienza sporca a bloccare oggi gli europei - che se agissero insieme controllerebbero più del 30% delle quote della Banca e di fatto disporrebbero di un potere di veto pari agli americani. Ancora una volta soltanto il populismo globale di Chirac può rompere le uova nel paniere di Bush, ma il tempo stringe.
Antonio Tricarico
Campagna Riforma della Banca Mondiale
c/
singolare qualunque





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