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Olanda, com’è finita la favola della tolleranza

July 28th, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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Segregazione silenziosa, mondi paralleli e incomunicanti, la realtà
anfibia degli immigrati di seconda generazione. La crisi del modello
di convivenza olandese nel racconto di uno scrittore nato in Marocco
ma cresciuto in Olanda. Come Mohammed Bouyari, condannato ieri
all’ergastolo per aver ucciso il regista Theo van Gogh

ABDELKADER BENALI
Sono cresciuto a Rotterdam, la città in cui ha avuto inizio l’ascesa
irresistibile del populista Pim Fortuyn, il politico olandese
assassinato nel 2002. Da due anni vivo ad Amsterdam, la città di
Theo van Gogh, il regista ucciso barbaramente il 2 novembre da
Mohammed Bouyari. Quando ho letto la storia di questo ragazzo, come
me di origine marocchina, ho pensato: ha solo due anni meno di me e
mi somiglia più di quanto non voglia ammettere. Chi lo conosce lo
descrive come un tipo lavoratore, ubbidiente, ambizioso, che si
sforzava di creare un ambiente migliore per sé e per gli altri.
Anch’io sono così, ho pensato. Su di lui un giornalista ha
scritto: «È uno dei tanti marocchini che riescono quasi ad
agguantare il successo, ma se poi qualcosa va storto entrano in
crisi». Ce ne sono molti di ragazzi così. Questo vuol dire che io ho
avuto successo?

Sono nato in Marocco nella metà degli anni Settanta e all’età di tre
anni mi sono trasferito in Olanda come figlio di un lavoratore
immigrato. Gli immigrati erano sempre uomini, le donne non venivano
selezionate per lavorare all’estero. I primi immigrati erano
consapevoli del fatto che non avrebbero avuto successo, e lo
accettavano; l’importante era poter offrire ai loro figli
un’esistenza migliore. Si accontentavano di quello che ricevevano
(era già un grosso passo avanti rispetto ai poveri paesini di
montagna da cui provenivano) ed esprimevano gratitudine all’Olanda
tenendo la bocca chiusa e lasciando la parola ai loro rappresentanti.

Oggi le seconde generazioni hanno violato quel tacito accordo:
parlano perfettamente l’olandese e sanno mettere il dito nella
piaga, si ribellano ai tabù e vogliono essere accettati come
cittadini a pieno titolo. Il fatto che siano diventati così non
dipende dai loro genitori, ma dall’Olanda. È l’Olanda che li ha
emancipati. Mohammed Bouyari, paradossalmente, è un prodotto
dell’Olanda. Per spiegarlo bisogna fare un piccolo passo indietro.

Mia madre mi ha portato in Olanda all’epoca del ricongiungimento
familiare. Mi ha dato in affidamento alla società olandese e in poco
tempo questa madrina ha superato mia madre su tutti i fronti (solo
nell’amore materno nessuno poteva batterla). L’Olanda si è occupata
della mia formazione intellettuale: leggere, scrivere, fare di
conto. Mi ha riempito di idee, divine e diaboliche, esaltanti e
inquietanti.

Molta libertà, poca storia

La cosa più difficile per me era che in Olanda bisogna sempre dire
quello che si pensa, è considerato un gesto sportivo, un segno di
spontaneità; ma ogni volta che ci provavo mi mettevo nei guai, sia a
casa, che in strada, che a scuola. Col tempo ho capito che bisogna
dire quello che si pensa in modo da non finire nei guai; così non
solo la passi liscia, ma puoi contare sull’apprezzamento generale.
Insomma, ho scelto di diventare scrittore.

Mohammed Bouyari invece era uno che voleva aiutare la gente, faceva
volontariato in un centro sociale. Era avviato al successo, e diceva
quello che pensava.

L’Olanda dà spazio al talento: ti offrono un’opportunità e se te la
giochi, te ne danno un’altra. Siamo fatti così, e ne andiamo
orgogliosi, ti rispondono gli olandesi, abbiamo lottato per
arrivarci.

Ma se provi a chiedere quand’è successo, se vuoi sapere come stanno
le cose esattamente, non sanno cosa risponderti. L’Olanda ha
moltissima libertà, ma poca storia.

C’è stato un momento in cui Mohammed Bouyari ha rinunciato alla
libertà per andare in cerca della storia e prenderne parte. Io
invece volevo diventare scrittore: ero convinto di avere qualcosa da
dire che nessuno aveva mai detto o fatto prima. Sentivo la necessità
di sfruttare tutte le possibilità della lingua e la cosa veniva
incoraggiata, era lecito. Il pubblico non aspettava altro.

È questa l’Olanda in cui sono cresciuto io, ma anche Mohammed.
L’Olanda delle buone intenzioni che ha fatto dei propri ideali una
bandiera, che voleva a tutti i costi essere progressiva e
tollerante, a volte anche a discapito di grosse fette di
popolazione. Ma ad un certo punto l’insoddisfazione è cominciata a
crescere, era un po’ che covava sotto la cenere, e alla fine si è
manifestata con violenza. La gente vedeva che la classe dirigente
non affrontava i problemi sociali, specie quelli delle grandi città.
Era evidente che molti immigrati vivevano ammassati uno sull’altro,
ma perché all’Aia nessuno ha detto niente? Si sapeva che la
criminalità all’interno della popolazione marocchina era più alta
che tra gli olandesi, perché nessuno si è mosso? Domande che forse
in un altro tipo di società sarebbero state poste ad alta voce, qui
venivano solo sussurrate. Non se ne poteva parlare apertamente,
perché era una cosa poco olandese, poco tollerante. E a partire
dall’11 settembre 2001 c’è stata un’improvvisa accelerazione: i
musulmani sono diventati il bacino di raccolta delle critiche e del
risentimento.

La libertà olandese era messa in pericolo dalla presenza di un
gruppo crescente di musulmani conservatori, intolleranti e
tradizionali. C’era incomprensione. Rotterdam e poi tutta l’Olanda
si schierò al fianco di Pim Fortuyn. I dubbi sulla società
multiculturale venivano espressi ad alta voce, e i decibel
aumentavano sempre più, fino a spaccare i timpani. Ma io non me la
prendevo. L’Olanda è così liberale, c’è spazio per idee diverse e
magari era un fatto positivo che le utopie socialiste venissero
controbilanciate un po’ - giovava al dibattito. La società cambiava
a ritmo forsennato e bisognava reagire in modo adulto. Insomma,
anch’io pensavo che la classe politica avrebbe trovato una
soluzione. E invece ha continuato a dormire, così sembrava, mentre
le critiche crescevano a dismisura.

La novità era proprio questa critica diretta. Se nei primi anni
Novanta dicevi che l’identità olandese doveva acquistare un
significato più profondo per gli olandesi e per gli immigrati, se
dicevi che il ricongiungimento familiare per gli immigrati aveva
anche conseguenze negative, se puntavi il dito sul degrado, la gente
ti guardava con commiserazione. In Olanda non si era abituati a
parlare così apertamente e allegramente di certe cose. Viviamo in un
paradiso, no?

La cosa strana è che i miei genitori sono stati i primi a
rimpiangere l’Olanda dei bei tempi. Molto prima dell’ascesa politica
di Pim Fortuyn, a tavola mi era capitato di sentirli dire: con
l’arrivo degli immigrati l’Olanda è cambiata, in questo paese molti
marocchini perdono la bussola, l’Olanda dovrebbe badare di più ai
propri interessi.

Commenti di gente semplice, diretta. Ex immigrati che esprimevano le
loro critiche all’Olanda, mentre gli olandesi non se ne accorgevano
(o forse non venivano a dirlo a me). Non avrei mai pensato che i
miei genitori potessero cogliere nel segno. Ora riconosco che
avevano ragione, anche se con l’amaro in bocca. E ovviamente i miei
genitori dicevano pure che in Olanda tutto è permesso e che non
capivano bene perché dovesse essere tutto lecito. A casa mia di
omosessualità non si è mai parlato. Non si parlava mai di sesso, se
non in termini molto cauti e velati.

I tempi della coesistenza pacifica stavano finendo in fretta. Alle
critiche degli olandesi nei confronti della società multietnica
hanno cominciato a replicare i marocchini di seconda generazione. Si
è aperto il dibattito, anche se a volte è un dibattito tra sordi.

La causa principale d’insoddisfazione tra i nuovi cittadini è che
gli olandesi non capiscono quanto li ferisca nel profondo essere
considerati sempre degli stranieri. Ogni discussione si riduce a
questo punto. Il termine «alloctono» (che in Olanda è sinonimo di
straniero, extracomunitario, contrapposto ad autoctono) viene
considerato da tutti come molto negativo. Essere
definiti «alloctoni» è la prova dell’esistenza della segregazione. È
un marchio d’infamia, una condanna, un insulto nascosto. Forse non
sarebbe una cattiva idea eliminarla, questa parola. Per molti
olandesi è diventata sinonimo di problemi causati da Altri, che Noi
non volevamo.

Com’è possibile che la coesistenza pacifica degli anni passati si
sia trasformata in un dibattito così spietato, a tratti
superficiale, che ha addirittura provocato delle vittime? Uno dei
motivi è che l’Olanda è rimasta ferma dov’era, è rimasta troppo a
lungo fuori dagli eventi mondiali. Per tutto il tempo ha pensato di
poter tenere il suo giardinetto bello pulito e tranquillo, bastava
accordare ad ogni gruppo la sua autonomia, favorendo la
frammentazione delle culture e la pacificazione delle minoranze (la
ricetta collaudata), nel clima di tolleranza per cui è famosa in
tutto il mondo. Ma le cose non sono andate nel modo desiderato. La
tolleranza si è rivelata sinonimo di miopia. A volta è una palla al
piede. Ovviamente di per sé la tolleranza è un obiettivo ideale, ma
non può essere usata per camuffare la realtà.

L’Olanda sembrava progressiva, ma adesso che l’imperatore gira nudo
per la città ci accorgiamo che per tutto il tempo è rimasta
immobile. Non ha mai pensato a come impiegare il suo capitale
giovane, a volte di opinione diversa; non ha mai pensato a come
affrontare la presenza dell’islam in Olanda. Perché ci vuole tanto
per arrivare alla creazione di un islam olandese? Perché da noi ogni
cultura ha sempre avuto la sua autonomia riconosciuta dal sistema,
ti rispondono gli olandesi, perché noi sosteniamo il principio della
sovranità all’interno del proprio gruppo. Ma questo significa
ragionare solo a partire dai propri parametri storici. In Olanda non
esiste un solo islam, come non esiste una sola tipologia di
marocchini. Da quello che si sente negli ultimi tempi sembra che i
marocchini formino un fronte compatto. Non c’è niente di più falso:
metti insieme cinque marocchini e nel giro di dieci minuti escono
fuori sei opinioni diverse. Ma gli olandesi non se ne accorgono.
Com’è possibile? Pura ignoranza, da entrambe le parti. Adesso ho
scoperto che l’Olanda è una paese pieno di società separate. Per
educazione e signorilità le minoranze vengono lasciate in pace, se
la devono vedere all’interno del proprio gruppo. E gli olandesi
sperano in silenzio che ogni gruppo riesca effettivamente a
risolvere i propri problemi dall’interno.

C’è tuttora poco scambio culturale nei due sensi. Da venticinque
anni in Olanda c’è un gruppo crescente di musulmani e nessuno sa
niente delle loro usanze. Com’è possibile che la classe dirigente
non abbia mai fatto niente? Avevano troppo da fare?

Dopo l’uscita del mio primo romanzo (Matrimonio al mare, Marcos y
Marcos, ndr), ho cominciato a fare presentazioni in giro per il
paese. Mi accorgevo che il pubblico era impaziente di sentirmi
parlare del Marocco, di come sono cresciuto, di come mi sento, di
che cosa penso. La curiosità è grande. Per cui mi chiedo: i
musulmani non dovrebbero essere più spesso quelli che portano le
notizie invece di continuare a fare notizia? Sarebbe un modo per
eliminare l’ignoranza, ma gli scivoloni sono sempre in agguato. Dopo
l’assassinio di Theo van Gogh i portavoce dei musulmani turchi si
sono affrettati a dichiarare che si sentivano in colpa per un fatto
di cui non avevano alcuna colpa (una sana abitudine olandese). Gli
olandesi ne erano molto felici. Ma invece di essere felici,
avrebbero dovuto vergognarsi della loro ignoranza. Un musulmano
turco è diverso da un musulmano marocchino come un cattolico
palermitano da un libero pensatore svedese. I marocchini non pregano
nelle moschee turche e i turchi non lo fanno in quelle marocchine.
Per quanto possa sembrare strano, questo tipo di comportamento
alimenta la segregazione. Ma allora, ti senti chiedere, com’è la
storia dello scontro di civiltà? L’assassino di Theo van Gogh non è
un musulmano che nel regista vedeva tutto il male rappresentato
dall’Occidente: decadenza, senso di superiorità ingiustificato,
ateismo, opulenza crassa? Senza volerlo, Theo van Gogh era diventato
per i fondamentalisti la caricatura esemplare dell’Occidente ricco e
corrotto; con la sua pancia e le sue provocazioni rientrava
perfettamente nella loro teoria della guerra tra Islam e Occidente.

Viviamo in un’epoca di teorie monolitiche, ognuna cerca di
soppiantare l’altra nella lotta al predominio. Ogni teoria cerca di
ricondurre la realtà a una serie di presupposti perfetti. La teoria
dello scontro di civiltà parte dal presupposto che le guerre future
verranno combattute nelle zone di confine di queste civiltà.
Tuttavia, nel suo pamphlet dal titolo La forza della ragione, Oriana
Fallaci è del parere che il musulmani siano venuti in Europa
(secondo la sua visione su invito della sinistra) per farci la
guerra in casa utilizzando il loro numero crescente. La guerra verrà
combattuta con l’arma della demografia e la soluzione della Fallaci
è cacciare dall’Europa tutti i musulmani. A me le teorie piacciono
da morire, ma non amo granché certe conclusioni. Ad un certo punto
l’Europa dovrà convincere i suoi cittadini che una teoria del genere
non può affermarsi. Ad essa va contrapposta la pratica. L’Europa è
un esempio di come dovrebbe funzionare un’open civil society, il suo
potere di assorbimento è all’apparenza infinito. Ma i suoi valori
sono in pericolo e ciò richiede più Europa e meno etnocentrismo, più
coraggio di predicare tali valori e meno scenari apocalittici come
quelli che ci vengono scodellati a ripetizione.

La lingua dell’odio

Il 2 novembre scorso tutti noi, olandesi, musulmani, marocchini,
abbiamo visto il pericolo dell’odio. La lingua del sangue ha
parlato. La lingua di quest’odio si è sviluppata grazie anche alla
crescente segregazione silenziosa, e l’unico modo per contrastarla è
dire basta alla segregazione. In questo momento sembra che ogni
decisione politica (la legislazione in materia di asilo, l’obbligo
di identificazione, una linea più dura verso i nuovi immigrati) non
faccia altro che favorirla ancora di più. La classe politica è priva
di qualunque visione, pensa di poter far ritornare l’Olanda a
com’era prima dell’arrivo degli immigrati, vende sogni in quantità
industriali e inganna il popolo.

E la comunità marocchina come reagisce?

La mia è una famiglia silenziosa, una famiglia del nord del Marocco
che non è abituata agli estranei. Hanno vissuto così per migliaia di
anni, e non è cambiato niente. Non sentono la necessità di
relazionarsi con chi è diverso da loro, di riflettere e accettare le
differenze. Anzi, la prima generazione di marocchini si è abituata,
quando le tornava comodo, a voltare le spalle alla società olandese.
La società olandese non ha avuto niente da ridire e ha addirittura
mostrato comprensione. Una bella cosa. Un segno di civiltà. Vivere
vite parallele, per tanti anni, può essere un segno di civiltà. Gli
olandesi si sono persi il cuscus, i marocchini il museo Van Gogh, ma
in compenso c’era una bella tranquillità.

All’inizio pensavo, forse la mia frase d’apertura dovrebbe essere:
Perché quest’assassinio non è successo prima, così forse a quest’ora
avremmo già fatto un passo avanti. La segregazione silenziosa è il
terreno più fertile per la malerba del fondamentalismo.

Agli olandesi non resta che uscire dal loro stato confusionale e
rendersi finalmente conto che gli immigrati sono parte integrante
della società, e vanno trattati di conseguenza.

I marocchini, dal canto loro, devono sforzarsi di capire il paese in
cui vivono e imparare a non voltargli le spalle; devono assumersi le
proprie responsabilità, come cittadini a pieno titolo, prendere
posizione e, quando l’altro lo richiede, impegnarsi a creare unità.
E sarà una liberazione: non saremo più degli estranei gli uni per
gli altri, perché il destino ci ha fatto vivere insieme.

Traduzione di Claudia Di Palermo

ilmanifesto.it

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Tags: Economia

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