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Quel New Deal oltre il patto luciferino tra guerra e liberismo

May 26th, 2006 · Lasciare un commento (No Comments)

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di Enzo Modugno

Le ragioni non dette della guerra sono diventate a tal punto gli insopportabili arcana imperii di questi anni, che anche gli antropologi si sono impegnati ad indagare il New Imperialism, titolo originale del libro di David Harvey tradotto dal Saggiatore come Guerra perpetua. Il suo è un tentativo ampio e documentato di approfondire l’argomento che va considerato, perché nelle interpretazioni dell’imperialismo sono frequenti invece le semplificazioni delle visioni troppo specialistiche. I politologi hanno fornito analisi parziali solo politiche. Perfino Schumpeter - uno dei maggiori economisti del ‘900 - volle credere che l’imperialismo fosse un residuo feudale e non un fenomeno capitalistico. Gli economisti ufficiali poi, o non hanno visto il saccheggio, o erano pagati per giustificarlo.

Per questo il movimento operaio resta l’interprete insuperato di questa fase del capitalismo. Nel giro di pochi anni, all’inizio del ‘900, Rosa Luxemburg, Hilferding e Lenin, hanno detto tutto ciò che c’era da dire su questo argomento.

I punti fermi del libro pertanto sono numerosi.

Prima di tutto, e a maggior ragione a distanza di un secolo, si pone la questione che affrontarono sia Luxemburg che Lenin, se cioè sia l’imperialismo ad assicurare la sopravvivenza del capitalismo, continuamente sconvolto da crisi economiche e considerato dalle previsioni di destra e di sinistra sempre a rischio di crollo imminente.

La teoria marxiana della crisi ne vede l’origine nella contraddizione tra produzione da un lato e mercato, circolazione, realizzazione del plusvalore dall’altro: si tratterebbe quindi di crisi di sovrapproduzione. A partire da questa formulazione però si è aperto un ventaglio di interpretazioni. Prima di tutto tra riformisti e rivoluzionari, cioè tra chi ritiene possibile ovviare alla crisi e chi postula invece il superamento del capitalismo. Tra questi ultimi si è svolto il dibattito principale: Rosa Luxemburg da una parte, con la sua teoria del sottoconsumo e l’importanza data alle spese militari che ha influenzato i «neomarxisti» come Kaleski e Sweezy, e dall’altra parte le posizioni di Lenin e dei marxisti «ortodossi». Questo contrasto però, almeno per ciò che concerne le spese militari, è più apparente che reale, perché se Luxemburg sostiene che queste spese consentono al capitale di realizzare il plusvalore, gli «ortodossi» rispondono che questo non è vero per la totalità del mercato mondiale capitalistico, ma è vero solo per la nazione dominante che se ne avvantaggia a spese di quelle dominate. E questo potrebbe essere un buon compromesso, almeno ai fini del nostro discorso.

Questa premessa per segnalare che il testo di Harvey, che è del 2003, contiene un’ipotesi che non si è verificata: le spese militari - ormai sappiamo da Joseph Stiglitz che le spese per le ultime guerre sono dieci volte superiori alle previsioni - non solo non hanno provocato, come Harvey sostiene, una più profonda recessione, almeno finora, ma hanno invece contribuito a sospingere il Pil degli Stati uniti oltre il 4,5%. Né si è verificata la sua previsione di petrolio a buon mercato.

Ma tornando alle interpretazioni dell’imperialismo, Harvey procede saggiamente giudicandole non per la loro purezza teorica, ma al vaglio di oltre un secolo di storia. E aggiunge il suo punto di vista. Riformulando la teoria marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto, rileva una cronica tendenza verso crisi di sovraccumulazione, di eccesso di capitale. Per assorbire tali eccedenze si imporrebbe quindi l’«espansione geografica» e l’«accumulazione per espropriazione», per ritardare, se non risolvere, la tendenza alle crisi.

Il dominio sul territorio esercitato dal potere politico insomma - la logica «territorialista» secondo la definizione di Arrighi - svolge un ruolo influente nell’allestire la scena dell’accumulazione capitalistica. Stati o imperi dunque operano, «quasi sempre», coerentemente con le motivazioni capitalistiche. Per questo Harvey considera l’interferenza degli Usa nel «permanente stato di insicurezza», non come la soluzione ma come il cuore del problema: perché il capitalismo, se non ha a portata di mano gli sbocchi per i capitali eccedenti, «deve in qualche modo produrli».

Harvey tuttavia pensa che valga la pena di battersi per un nuovo New Deal. Sa bene che esistono soluzioni più radicali «in agguato tra le quinte» ma ritiene che, almeno nella presente congiuntura, non siano praticabili. Piacerà dunque alle sinistre che rimpiangono il welfare. Volendo sondare soluzioni più radicali invece, proprio a partire dalle sue lucide conclusioni, dovremmo considerare il processo storico che ha portato alla ormai irreversibile combinazione di neoliberismo e militarismo, strutturalmente complementari, prodotti dalla logica dell’accumulazione. Le trasformazioni produttive hanno reso possibile l’emergere del neoliberismo perché le nuove macchine informatiche non hanno più bisogno di tenere insieme le competenze del team di operai e tecnici necessario alla fabbrica fordista. Questo rende inutile il keynesismo civile perché le nuove macchine incorporano nuove competenze e possono perciò essere servite da nuovi lavoratori precari, flessibili, delocalizzati e senza diritti.

Per questo possono essere spogliati di quel sistema di garanzie che era la loro unica difesa contro le vicissitudini dell’economia di mercato, e ridotti a trovare l’unica fonte di guadagno nella vendita non garantita della propria forza-lavoro, costretti a lavorare alle nuove condizioni poste dalle nuove forme di capitale. Cambia non solo la fabbrica ma tutta la società, in un processo storico contro il quale potranno ben poco i nostri in Parlamento.

Il necessario controllo della domanda globale invece, nonostante l’iconoclastia antikeynesiana del neoliberismo, viene affidato sempre di più al solo keynesismo militare, «keynesismo in un paese solo» come ha scritto Halevi su questo giornale. Il militarismo Usa dunque, con il riarmo illimitato per sostenere la domanda da un lato, e dall’altro con la conseguente capacità di dominio sui mercati, i campi di investimento e le risorse, costituisce l’ indispensabile sostegno per la sopravvivenza stessa del capitalismo: chi lo intralcia diventa «un nemico dell’Occidente». Per questo le lotte del precariato e le lotte antimilitariste non possono tendere al lato buono perduto del capitalismo, ma ormai soltanto al suo superamento.

c/
singolare qualunque
materialiresistenti.clarence.com

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Tags: Cultura · Economia

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