ROMA - “Per salvare le due Simone i mediatori ci chiesero di curare e salvare la vita a quattro presunti terroristi ricercati dagli americani, feriti in combattimento”. In una intervista al quotidiano La Stampa, Maurizio Scelli racconta la sua verità sugli ostaggi italiani a Bagdad. Il commissario straordinario uscente della Croce Rossa italiana, rivela i retroscena della liberazione di Simona Torretta e Simona Pari, a partire dalla necessità di tenere all’oscuro di tutto gli americani, “fu una condizione irrinunciabile per garantire l’incolumità degli ostaggi e nostra, che feci mia sin dal primo giorno, e che trovò d’accordo, quando gliela rappresentai, anche il sottosegretario Gianni Letta”.
“A Bagdad - prosegue - quando si trattò di riportare in Italia le due Simone, Nicola Calipari, consapevole di questa direttiva, si raccomandò con me di non parlarne neppure al generale Mario Marioli, italiano, vicecomandante delle forze alleate in Iraq che, invece, fu informato dallo stesso Calipari dell’operazione Sgrena”.
Scelli, nel suo racconto, spiega di essere arrivato alle ragazze praticamente per caso, dopo che Mohammed al Kubaysi, vicepresidente del Consiglio degli Ulema, aveva chiesto tramite un medico iracheno amico, se “gli interessassero le due italiane”. Scelli afferma di aver chiamato allora Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del consiglio, che gli parlò ‘di una diffusa ostilità nei suoi confronti’, e gli spiegò che era necessario l’avallo all’operazione di Fabio Alberti di ‘Un Ponte per’, l’ong per cui lavoravano Simona Torretta e Simona Pari.
“Vado da Alberti, in piazza Vittorio - racconta Scelli - e ascolto il suo grande rifiuto. Io intanto ricevo i messaggi delle due Simone. Al secondo messaggio vado da Letta. Lo ascolta, mi dice:’Vai avanti e non dire nulla a nessuno’. Quel giorno, quando il problema è ormai garantire al massimo la sicurezza per il rilascio e il recupero delle due Simone, palazzo Chigi mi affida a Nicola Calipari. Nicola fu davvero straordinario, assumendosi responsabilità contro la volontà dei suoi stessi superiori”.
E Maurizio Scelli, nel suo racconto, ricorda anche di come si arrivò al recupero dei resti di Salvatore Santoro, l’italiano residente a Londra ucciso il 16 dicembre scorso in Iraq i cui resti sono tornati in Italia il 26 giugno scorso: “Un giorno - racconta Scelli - mi viene posto il problema: ci sono tre bambini, Ahmed, Behjed e Uweis, nati sordi dalla nascita per via del padre che ha sposato una cugina. Il padre è disposto ad aiutarci a ritrovare i resti di Salvatore Santoro. Oggi quei tre bambini sono ricoverati all’unità operativa di otochirurgia dell’ospedale di Padova, dove saranno sottoposti al trapianto di un orecchio artificiale. La riabilitazione, invece, si svolgerà in Giordania”.
Il racconto di Scelli si snoda tra aneddoti, particolari e retroscena. A un certo punto, l’ex commissario Cri fa ascoltare al suo intervistatore un messaggio ancora memorizzato nella segreteria del suo cellulare. Sono Simona Pari e Simona Torretta che in inglese dicono: “Le voci diffuse sul nostro conto sono false. Noi stiamo bene, vi preghiamo di rispettare i vostri impegni e di non scherzare con la nostra vita”.
“I mediatori - ricorda Scelli - ci chiesero di salvare la vita a quattro presunti terroristi ricercati dagli americani, feriti in combattimento. L’operazione non era facile: noi avevamo nell’ospedale di Bagdad medici e personale pronto a intervenire, ma dovevamo riuscire a far arrivare i feriti senza che gli americani ci scoprissero. Fuori dall’ospedale c’erano due check point Usa. Si trattava di aggirarli: facemmo uscire dall’ospedale un’ambulanza e una jeep che ufficialmente andavano a consegnare dei medicinali. In realtà i mezzi si diressero in un luogo convenuto per prelevare i feriti. Nascosti sotto coperte e scatoloni di medicinali, i quattro terroristi - tre, per le ferite riportate erano in condizioni disperate - furono operati e salvati dai medici della Croce Rossa. E poi c’era un’altra condizione: dovevamo curare anche quattro loro bambini malati di leucemia che, se non ricordo male, arrivarono in Italia il giorno dopo le due Simone”.
Nel caso Sgrena-Calipari, la versione ufficiale italiana - scrive il quotidiano di Torino - dice che gli americani furono informati dell’operazione mentre la giornalista del Manifesto veniva accompagnata all’aeroporto. Scelli, che non fu protagonista di questa fase finale, non smentisce questa versione e sottolinea che anche per Giuliana Sgrena, la Croce Rossa si attivò, ma dal giornale avrebbero respinto l’offerta di aiuto.
(25 agosto 2005)
repubblica.it




