WASHINGTON, 21 OTT - È ufficiale. Gli inquirenti dell’Onu hanno attribuito ai servizi segreti siriani in Libano la responsabilità dell’assassinio nel giorno di San Valentino dell’ex premier libanese Rafik Hariri, popolare leader dell’opposizione anti-siriana nel Paese. La pubblicazione del rapporto contenente le conclusioni dell’inchiesta guidata dal procuratore tedesco Detlev Mehlis ha colto impreparato il Dipartimento di stato Usa, che in serata si è astenuto dal commentare.
Washington non aveva ancora ricevuto una copia del rapporto e prima di commentare ha fatto sapere, attraverso un portavoce del Dipartimento di stato, di volerlo leggere attentamente. Secondo quanto si è appreso all’Onu, il rapporto parla di «prove convergenti» di un coinvolgimento di Damasco nell’assassinio di Hariri, avvenuto lo scorso 14 febbraio. Nella strage di San Valentino, insieme all’ex premier libanese furono assassinate altre venti persone.
L’inchiesta ha stabilito che «molti indizi portano direttamente ad agenti dei servizi segreti siriani come complici nell’omicidio» del capo dell’opposizione anti-siriana in Libano. «È ben noto - si legge nel rapporto - che l’intelligence militare siriana aveva una presenza di occupazione in Libano, almeno fino al ritiro delle forze siriane dal Libano in seguito all’adozione della risoluzione 1559 dell’Onu. Gli ex alti responsabili dell’intelligence libanese erano stati tutti insediati dai siriani». «Vista l’infiltrazione delle istituzioni e della società libanese dei servizi segreti siriani - prosegue il documento - è difficile immaginare uno scenario di complotto per un assassinio così complesso senza il loro coinvolgimento». La conclusione del rapporto è che la decisione di uccidere Hariri «non poteva essere stata presa senza l’approvazione degli alti ufficiali dei servizi segreti siriani e non poteva essere organizzata senza la complicità dei loro collegi nei servizi segreti libanesi». Il rapporto di 53 pagine è stato consegnato ieri al segretario generale Kofi Annan da Mehlis e oggi dovrebbe essere presentato al Consiglio di sicurezza, ha messo in programma per martedì prossimo un dibattito sull’argomento Secondo fonti diplomatiche americane a New York, il Consiglio è pronto a prendere iniziative contro i responsabili dell’ assassinio ed a prendere in considerazione sanzioni contro la Siria. «Studieremo molto attentamente le conclusioni dell’inchiesta. In base a queste, decideremo cosa fare», ha detto l’ambasciatore americano John Bolton, ricordando che gli Stati Uniti hanno avuto contatti con numerosi altri Paesi su come reagire al rapporto della commissione inquirente e ad un altro rapporto che dovrebbe uscire la prossima settimana sul disarmo delle milizie in Libano. Questo secondo documento, preparato da Terje Roed-Larsen, l’ inviato speciale dell’Onu per il Libano e la Siria, doveva in un primo momento essere consegnato ad Annan questa settimana ma la consegna è stata rinviata alla prossima settimana «per evitare una congestione di documenti», ha detto la portavoce Stephane Dujarric.
Con la consegna del rapporto Mehlis al segretario generale dell’Onu Kofi Annan si è conclusa la prima parte dell’inchiesta internazionale sull’uccisione dell’ex premier libanese Rafic Hariri. Ecco una breve ricostruzione dell’attentato che il 14 febbraio scorso a Beirut costò la vita ad Hariri e ad altre 20 persone. Un’autobomba imbottita con più di 300 chili di tritolo esplose nella zona degli alberghi di lusso sul lungomare di Beirut al passaggio di un convoglio d’auto blindate con a bordo Hariri. L’attentato, che scavò un profondo cratere sul luogo dell’esplosione, causò la morte di Hariri, di sette sue guardie del corpo e di altre 13 persone, oltre ad una quarantina i feriti. Secondo il ministero dell’Interno, l’autobomba era guidata da un kamikaze che si sarebbe lanciato contro il convoglio di Hariri. Con un messaggio alla televisione Al Jazira un gruppo sconosciuto, ‘Vittoria e Jihad in Siria e paesi limitrofì rivendicò nello stesso giorno l’attentato affermando di aver voluto «punire» Hariri per i suoi legami con il regime «apostata» dell’Arabia Saudita, di cui l’ex premier aveva anche la cittadinanza. Le versioni sull’esplosione sono state finora contrastanti. Il 7 aprile il Consiglio di Sicurezza dell’Onu varò un’inchiesta internazionale sull’assassinio di Hariri. Alla guida della commissione di inchiesta il 13 maggio scorso è stato posto il giudice tedesco Detlev Mehlis. La commissione è stata costituita dopo che una precedente missione Onu guidata dal vice capo della polizia irlandese Peter Fitzgerald, aveva denunciato in marzo «gravi carenze» nelle indagini delle autorità libanesi sull’attentato.
Rafic Hariri, il miliardario ed ex primo ministro libanese ucciso lo scorso 14 febbraio in un attentato con un’autobomba a Beirut, era visto dai suoi sostenitori come il ‘padrè della ricostruzione economica, dopo le devastazioni provocate dalla guerra civile (1975-1990). I suoi detrattori, invece, gli imputavano il gigantesco debito pubblico che affligge il Paese arabo, oggi stimato in 35 miliardi di dollari. Nato 60 anni fa da una povera e numerosa famiglia musulmana sunnita nei pressi di Sidone, nel Sud del Libano, Hariri aveva fatto fortuna in Arabia saudita, prima di guidare cinque governi, tra il 1992 e il 2004. Il 20 ottobre 2004, Hariri si era dimesso dal suo incarico, dopo settimane di tensioni e di paralisi politica seguite alla proroga di tre anni del mandato del presidente Emile Lahoud, sancita da un emendamento costituzionale considerato il frutto di pressioni della Siria. Hariri in un primo tempo si era opposto alla proroga, poi si era piegato alle pressioni di Damasco, mentre il consiglio di sicurezza dell’Onu approvava una risoluzione che - con un chiaro riferimento alla Siria - condannava le interferenze straniere in Libano e chiedeva il ritiro delle truppe straniere. Hariri era il classico uomo «che si è fatto da sè », passando dal mestiere di insegnante elementare a quello di magnate dell’edilizia, grazie al suo notevole fiuto per gli affari e alle sue strette amicizie nella famiglia reale saudita. La sua fortuna è valutata oggi intorno ai sei miliardi di dollari. Il suo impero nel settore edile si era concretizzato a Beirut con la creazione della società ‘Soliderè, di cui era il maggiore azionista, per la ricostruzione del centro storico e del porto della capitale libanese. Nel novembre 2002, aveva ottenuto l’accordo della comunità internazionale, riunita a Parigi, per salvare il Libano dall’asfissia economica, in cambio di riforme economiche che prevedevano tra l’altro la privatizzazione di diversi settori economici. Ma le divergenze con il presidente Lahoud avevano paralizzato l’esecutivo e impedito l’attuazione delle riforme. Sposato due volte, padre di cinque figli, Hariri aveva a sua disposizione, parcheggiato all’aeroporto di Beirut, un Boeing 747 identico all’Air Force One dei presidenti americani.
www.articolo21.info/




