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Terzo Mondo: tra debiti e speculazioni

June 24th, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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Massimo Fini

La notizia, di qualche giorno fa, che i ministri delle Finanze del G8, riuniti a
Londra, avevano cancellato i debiti di diciotto Paesi del Terzo mondo, per lo più
africani, ma anche latino-americani (Benin, Bolivia, Burkina Faso, Etiopia, Ghana,
Guyana, Honduras, Madagascar, Mali, Mauritania, Mozabico, Nicaragua, Niger, Ruanda,
Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia), per un totale di 55 miliardi di dollari, è stata
definita una ‘pietra miliare’ e un ‘evento storico’ dal segretario di Stato
britannico al Tesoro John Snow, il nostro Siniscalco ha parlato di ‘portata epocale’
della decisione e in genere sono tutti entusiasti i commenti dei giornali
occidentali che l’hanno data con grande rilievo.

Hanno esultato Claudia Schiffer, il leader degli U2 Bono e altre star del jet-set
che da anni fan le ‘anime belle’ denunciando le condizioni disperate in cui vivono
alcune, se non quasi tutte, popolazioni del Terzo mondo. I Paesi beneficiari di
questa straordinaria misura, sono rimasti invece in silenzio e hanno quasi ignorato
la notizia. Come mai? Perché la notizia di questa straordinaria cancellazione è
sostanzialmente una bufala, perché l’azzeramento del debito non ha alcun valore se
non formale e simbolico. Per la semplice ragione che quei 55 miliardi di dollari
Paesi come il Benin, il Burkina Faso e gli altri non erano in grado di pagarli e non
li avrebbero pagati, né ora né mai. Il G8 non ha fatto altro che ratificare una
situazione che era conosciuta da tutti. Ma lo ha fatto per uno scopo che con i
‘motivi umanitari’ non ha niente a che fare.

Cerchiamo di spiegarci con un esempio che riguarda il Messico. Nel 1966 il Messico,
che doveva 50 miliardi di dollari ai Paesi industrializzati, Stati Uniti in testa,
stava per dichiarare bancarotta e la propria insolvenza. Non è detto che in sé e per
sé l’eventualità fosse poi davvero così tragica per il Paese nordamericano: da che
mondo è mondo la bancarotta fa molto più male al creditore che al debitore, tanto
più se questi è uno Stato e non lo si può mettere in galera. Cosa fecero allora i
Paesi industrializzati, attraverso il solito Fondo monetario internazionale e la
solita Banca Mondiale? Prestarono al Messico 50 miliardi di dollari perché potesse
restituirli.

A lume di logica una cosa priva di senso. Che senso ha infatti prestare 100 lire a
Tizio per farmi restituire le 100 lire che mi deve? Nel caso del Messico si trattava
di salvare alcuni grossi speculatori che avevano investito in quel Paese. Ma
l’obbiettivo più importante era un altro ed è lo stesso che ha portato nei giorni
scorsi il G8 a cancellare i debiti di alcuni Paesi del Terzo Mondo. Quel che
interessa il sistema economico mondiale è infatti che i Paesi debitori, diventando
ufficialmente insolventi non si chiudano in una specie di autarchia, ma rimangano
invece inseriti nella

globalizzazione, nel mercato mondiale integrato. Poco importa che non paghino agli
Stati debiti che non possono pagare (il costo di quest’operazione ricade sui
contribuenti dei Paesi industrializzati che quei soldi, di fatto, attraverso le
mediazioni dei vari Fmi, hanno sborsato), quel che conta è che i Paesi del Terzo
Mondo rimangano agganciati al carro della globalizzazione e i suoi abitanti
continuino a acquistare Coca Cola, Nike, Ray Ban e insomma prodotti delle
multinazionali e delle imprese dei Paesi industrializzati.

Non devono insomma uscire dal mercato internazionale. Perché se qualcuno di loro
cominciasse a farlo e si ritirasse nelle proprie economie di sussistenza e venisse
poi seguito da altri, allora, di contraccolpo in contraccolpo, si arriverebbe a un
crack mondiale che metterebbe in ginocchio non i Paesi già poveri, ma quelli ricchi.
Invece, azzerando il debito, li si tiene al gancio, della globalizzazione, che li
sta distruggendo mentre arricchisce ulteriormente i Paesi più forti, facendo
oltretutto anche la parte delle anime pie e soccorrevoli.

Insomma quello che si finge di dare con una mano, l’azzeramento del debito, si
continua a togliere con l’altra: l’esportazione dei nostri prodotti che è vitale per
l’Occidente industrializzato perché i suoi mercati sono ormai saturi e ha bisogno,
per non implodere in se stesso, di tutti gli altri perché, per poveri e miserabili
che siano. Continuare a vendere i Ray Ban ai neri del Benin val bene il prezzo di
rinunciare a un credito che il Benin come Stato non avrebbe comunque onorato.

Massimo Fini

Articolo tratto da “Linea” del 20 giugno

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Tags: Economia

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