Umm Abdel Rahman, 29 anni, ha da poco partorito il quarto figlio
nell’ospedale Shifa di Gaza. È stata una gravidanza travagliata ma si è
conclusa felicemente, dopo le tante preoccupazioni di questi ultimi mesi.
«Mio marito stamani è andato al dakhlie (ministero dell’interno) a
comunicare la nascita di Salah», dice guardando con tenerezza il figlioletto
che dorme tranquillo. Umm Abdel Rahman ancora una volta ha confermato la sua
presenza a Gaza ma resta una madre e una moglie inesistente per il dakhlie.
Palestinese ma nata e cresciuta in Arabia saudita, la giovane donna da
quando si è sposata nel 1997 non è ancora riuscita ad ottenere la residenza
a Gaza. «Gli impiegati (del dakhlie) ogni volta mi dicono, signora non
dipende da noi, speriamo, inshallah», racconta scuotendo la testa. Dipende
infatti dalle autorità israeliane che hanno il diritto di ultima parola
nell’anagrafe palestinese. Soldati e coloni non ci sono più ma l’occupazione
israeliana in realtà continua. Per i suoi abitanti Gaza è solo diventata una
prigione meno dura, più vivibile, rispetto al passato. È infatti il
ministero dell’interno israeliano che deve approvare tutti i mutamenti che
si verificano per nascita, matrimonio, morte, emigrazione, immigrazione.
L’Autorità nazionale palestinese (Anp) non ha alcun potere su questi
aspetti. «Esisti soltanto se a dirlo è un computer israeliano proprio come
accadeva prima, non è cambiato nulla - spiega Raja Surani, direttore del
Centro palestinese per i diritti umani di Gaza -. Un ragazzo appena compie
16 anni deve ottenere i suoi documenti di identità. L’Anp presenta una
richiesta agli israeliani che dopo averla esaminata e registrata provvedono
a rilasciare l’autorizzazione per la consegna della tessera. Su queste
procedure perciò è Israele a decidere tutto».
Questo aspetto centrale della vita della popolazione palestinese conferma
come il piano di Ariel Sharon non abbia portato alla fine dell’occupazione
della Striscia di Gaza ma alla semplice evacuazione di coloni e soldati
israeliani da questo minuscolo lembo di terra palestinese. Secondo dati
calcolati per difetto, dopo la firma degli accordi di Oslo (1993) almeno
54mila palestinesi sono entrati a Gaza e in Cisgiordania con passaporti
stranieri, quindi come turisti, nella speranza di poter rimanere nei
Territori occupati. Molti si sono sposati ed ora hanno figli ma vivono nel
continuo timore di essere individuati ed espulsi dalle forze di occupazione,
pur vivendo nella loro terra d’origine e non in Israele. È un problema che
riguarda soprattutto i palestinesi della Cisgiordania che, ora più di quelli
di Gaza, potrebbero essere fermati dalle pattuglie israeliane. A quasi tutti
i posti di blocco c’è a disposizione un computer. I militari, appena
accertato che i documenti di identità non sono in regola, procedono
all’arresto immediato dell’«illegale» che successivamente viene deportato
anche se ha figli da accudire.
Non sono più fortunate le donne straniere - tra cui alcune italiane -
sposate con palestinesi. Le autorità di occupazione riconoscono solo dopo
diversi anni il loro diritto a risiedere in Cisgiordania e Gaza e,
nell’attesa, sono costrette a recarsi all’estero ogni tre mesi, alla
scadenza del visto turistico, con il costante timore di non poter più
rientrare, poiché il loro ingresso è condizionato a una decisione degli
ufficiali israeliani al posto di confine. Persino più grave è la condizione
dei palestinesi che vivono «illegalmente» nella zona araba (Est) di
Gerusalemme. Ammalarsi potrebbe rivelarsi fatale per loro. Non avendo
documenti israeliani non possono essere registrati nelle strutture sanitarie
e se negli ospedali palestinesi fanno in modo da nascondere la loro
presenza, un ricovero d’urgenza in un ospedale israeliano rappresenterebbe
il primo passo verso l’espulsione.Un palestinese di Gaza non può scegliere
di vivere in Cisgiordania. Ad impedirglielo non è l’Anp ma le autorità di
occupazione che decidono anche nei cambi di residenza. Se prima
dell’Intifada pochi palestinesi di Gaza avevano avuto il «privilegio» di
potersi trasferire in Cisgiordania, dal 2000 in poi, ha riferito il
quotidiano Ha’aretz, le autorità militari hanno congelato qualsiasi modifica
di residenza.
Dopo il ritiro di soldati e coloni da Gaza è inoltre diventato impossibile
per un palestinese di Gerusalemme recarsi in visita a Gaza - devono
richiedere un «visto» - non dimenticando che questo diritto veniva quasi
sempre negato anche in precedenza, soprattutto ai giovani. È il caso del
giornalista Sari Barakat e di sua sorella Muna, residente dall’inizio degli
anni `80 a Gaza. «Viviamo a 90 km di distanza ma non riusciamo ad
incontrarci da 15 anni - racconta Barakat - a me gli israeliani non hanno
mai concesso il permesso e lei, che ha perduto il diritto a risiedere a
Gerusalemme, non può più tornare qui».
Michele Giorgio
ilmanifesto.it




