
Cinquantasette croci. Disperse nella tundra, affiorano appena tra le betulle nane.
Le targhe con la sigla dei cadaveri gocciolano. I fiocchi dell’estate cedono alle
notti bianche. Le croci sono fatte con vecchie traversine di ferrovia, o còn tranci
di tubo verniciati d’azzurro.
Segnalano il campo invisibile di Yurshor. Resta questo
di Vorkuta, due milioni e mezzo di prigionieri comparsi nella Siberia del Nord,
oltre il circolo polare artico: cinquantasette croci. Un unico cimitero: abbandonato
sul pendio delle fucilazioni di massa, ricorda il sacrario angusto di un paesino
dimenticato. Non una, tra migliaia di baracche, è rimasta in piedi. Non un metro di
filo spinato, dei settanta chilometri che accerchiavano i 591ager, è stato salvato.
Non una, tra le torrette dei kapò.
Si può scendere nelle depressioni nere di carbone, vagare tra prefabbricati
sfasciati e fabbriche in rovina senza accorgersi di insistere nel cratere del
dolore: Ciò che non è stato sciolto dalla pioggia e dall’erba, inghiottito dal
fango, è stato saccheggiato, abbattuto, ricostruito. Il Gulag è stato distrutto. Era
il simbolo, assieme a Magadan, Norilsk e alla Kolyma, del Terrore staliniano. Una
vergogna da cancellare, anche per la Russia post-sovietica, non una responsabilità
da assumere e a cui rendere onore. Quattordici campi, «un pericoloso cumulo di
immondizie» secondo le autorità, abbattuti negli ultimi sei anni.
Non resta che il nulla
L’ultima baracca di legno si affloscia davanti a noi, in uno stormo di corvi e di
gabbiani. Ora non resta che il nulla. È questa l’eredità dei primi 41 prigionieri,
accampati nel 1929 dentro tende aggrappate al ghiaccio. Le prove di trent’ anni di
orrore comunista, per ordine del Cremlino, si rifugiano così nella memoria di
duecento sopravvissuti. E nelle ossa che ancora spuntano sui pascoli, negli
scheletri restituiti dalla neve, nei teschi che i bambini calpestano bagnandosi nel
fiume Ussah. Sono i pastori “komi”, migrando con le renne tra gli Urali e l’oceano
glaciale, a ricomporre stupiti la mappa delle fosse comuni. Un sistema
autosufficiente: una miniera, un lager, una discarica per i corpi. Centomila forzati
all’anno, 95 centimetri quadrati di baracca a testa: uno su cinque, tra cui 14
soldati italiani, non divorava la prima razione doppia di pane (125 grammi) per il
compleanno di Stalin. Una regione di morti, sospesa sopra un ossario ignorato.
Camminare qui, sfiorando i resti di vittime che ci si prepara a negare, è compiere
un pellegrinaggio negli abissi del Novecento e nelle amnesie del Duemila. I
condannati a morte nel fuoco e nel ghiaccio, i loro figli, si preparano infatti ad
un’altra deportazione. Abbandonati nei gulag sovietici, inaccessibili ai forestieri,
non servono più. Vorkuta non ha mai smesso di essere l’approdo degli schiavi dell’
Urss. Intellettuali, criminali dissidenti, artisti, poveracci di 64 etnie, fino al
1990 hanno continuato ad essere accumulati sui carri bestiame in partenza verso le
17 miniere di carbone più ricche dell’impero. Paga doppia, dodici ore al giorno
sottoterra, pensione a 45 anni, funerale a 50. L’ultima prigione in rovina, da cui
sale un canto, è ancora popolata poco fuori un villaggio di pericolanti “kombinat”.
Il campo di sterminio, acquistato dall’oligarca Aleksiej Mordashov (appena divenuto
padrone della Lucchini)
deve diventare un’azienda in attivo. E’ stata la crisi del carbone, dieci anni fa, a
suggerire lo smantellamento. Chiuse 13 miniere, fatti crollare 124 chilometri di
gallerie scavate con il sangue, 57mila disperati senza lavoro e senza un rublo.
Via le tracce dei lager, ma pure i superstiti e i loro discendenti: «Piano di
razionalizzazione». Vorkuta, risorta come città, contava 237mila abitanti. Già
ridotta a 147mila, deve toccare 80mila anime entro il 2010. Solo così il gulag,
riconvertito, frutterà quattrini.
Carbone e barite, un morto ogni tonnellata di materiale. Il piano in tre fasi,
finanziato dalla Banca Mondiale, prevede «70mila unità ricollocate nelle zone
disabitate della Russia centrale». Un esodo drammatico: la «liberazione» torna a
separare famiglie miracolosamente ricongiunte, a setacciare i forti dai deboli. I
minatori devono reinventarsi spaccalegna. I soldi non bastano per un trasferimento
di massa in luoghi ospitali. Già denutriti, i diseredati della miniera
“Oktobryaskaia”, chiusa ai primi di giugno, sono in sciopero della fame.
Erano nel gruppo dei partenti, destinazione ignota. Una legge della Duma li ha
respinti nel girone dei condannati. Per lasciare Vorkuta ora occorrono 35 anni di
residenza, di cui un terzo trascorsi sotto terra. A tre mancavano pochi giorni: si
sono fatti esplodere con la dinamite nella galleria “Centralnaja”, dalla vena
esaurita. A chi sogna di tornare sulla terra, corrisponde chi s’è affezionato
all’inferno. E chi, a fine pena, si è scoperto troppo povero, o troppo malato, per
affrancarsi dalla condanna e tornare in una casa vuota. Il lager, oscenamente
adattato ad avamposto minerario, si presenta così come un gigantesco campo profughi
in disarmo. I discendenti delle vittime, per mangiare, scavano carbone tra i resti
dei padri. Centinaia di edifici abbandonati e pericolanti, piste deserte, borghi in
via d’abbattimento, fabbriche mai aperte e già in rovina, giganteschi asili nido
diroccati, illuminazione fuori uso. Spacci di superalcolici si celano in casermoni
sprofondati per l’assenza di fondamenta. Negli anni Ottanta sorgevano centomilametri
quadrati di appartamenti all’anno. Colonne di spettri attendono ora le due sole
corriere che collegano le miniere con le abitazioni. Età media, 31 anni: 35mila
bambini, 44mila pensionati. Nessuno si sposta a piedi. L’inverno, tra agosto e
giugno, rovescia sulle paludi sei metri di neve e 40 gradi sotto zero. Il gelo non è
unasensazione di freddo, ma un insostenibile dolore. Luglio si annerisce di spietati
moscerini. Le strade, dopo una trentina di chilometri, si perdono nella tundra. La
ferrovia, dove i cadaveri ibernati sostituivano le traversine mancanti, può restare
interrotta per settimane. Cancellati i tre voli diretti da Mosca:un aereo a elica,
quando è pieno, sorvola3800 chilometri disabitati facendo prima scalo a Syktyvkar e
poi a Peciora. Il capolinea dell’ élite della società russa, fino al 1959, è un
luogo scelto per consumare
in fretta schiavi, opere prodigiose, delitti: la metafora dell’Unione sovietica. Un
campo di concentramento isolato da tutto.
È qui, in un ansa del fiume Ach-Jaga, che Igor Shpektor intende edificare un
villaggio turistico. Le tasse dei condannati ormai non bastano a coprire la metà del
bilancio comunale. Ospedale, scuole e uffici pubblici rischiano di chiudere. I
minatori, provando a fine turno, non possono più mettere in scena Rigoletto nella
Casa della cultura. Fatta abbattere la residua traccia del genocidio, il sindaco ha
deciso di rappresentarelo sterminio. “Con i dovuti investimenti - sostiene -le casse
saranno colmate dal business delle vacanze estreme»».
Il piano prevede un hotel a cinque stelle al posto dell’ amministrazione del Gulag.
Le signore faranno saune e, in motoslitta, assisteranno alla caccia della volpe
azzurra. Serate al bowling e in discoteca, sui resti della miniera “Komsomolskaja”.
Le baracche dei lager verranno invece ricostruite con il materiale recuperato. I
signori prenoteranno cinque giorni nell’orrore a pagamento di Vorkuta. Lavori
forzati in miniera, scodella di “balanda”, punizioni corporali, polvere di carbone
nei polmoni, guardie con i cani, la sferza delle fiamme e delle raffiche gelate,
buio, notte sui tavolacci. Chi riuscirà ad evadere dai recinti spinati verrà
rimborsato: gli altri, centrati da proiettili di gomma, saranno condannati ad un
giorno supplementare di prigione. ««Nei romantici anni Quaranta-trova il coraggio di
scherzare il vice sindaco Anatoli Zamedyanskij - un passo a destra o a sinistra,
intontiti fuori dalla fila, ai prigionieri costava cinque anni in più di miniera: i
nostri clienti non avrebbero ferie a sufficienza». Il buco nero del mondo, lo
specchio dell’irrisolto crollo dell’Urss, il territorio interdetto al coraggio della
politica e allo spirito di verità, ridotto a farsa per manager in crisi d’identità.
««Ma io - dice Shpektor, ingegnere ucraino di 67 anni, in Siberia da 40 non punto
solo a rilanciare la località. Voglio far sentire sulla pelle della gente il male
del comunismo. Un conto è visitare un memoriale, leggere svogliatamente targhette e
scorrere vetrine: un altro è provare il senso di annientamento, la fatica, la fame e
l’umiliazione che accompagnavano la sopravvivenza nel gulag»).
Dopo che l’ ex dirigente del Pcus ha rivelato l’idea, una quarantina di prenotazioni
sono già arrivate da Canada e Usa. Club di appassionati che alle notti in albergo
preferiscono quelle in carcere. Un gruppo di veterani tedeschi ha
raggiunto Vorkuta restaurando una locomotiva a vapore. La febbre turistica ha
indotto a rispolverare anche il cavallo di battaglia del sindaco: un bordello
comunale ricavato all’interno della miniera “Kapitalnaja”, dove morivano i detenuti
politici. Le alcove, sui vagoncini mobili del carbone, saranno segnalate dai vecchi
capi d’imputazione del regime: «Articolo 58, nemico del popolo». A regolare il
traffico e ripianare il bilancio, inflessibili guardiane in giarrettiera.
Le proteste dei discendenti
«Appreso il progetto - dice Evghenia Khajdarova, presidente della sezione locale
dell’associazione “Memorial” sopravvissuti e discendenti si sono sentiti male. Non
solo il lager è stato cancellato, ma si vorrebbe pure riproporlo in parodia per far
dimenticar la seconda deportazione di una città. E una profanazione che accusa
l’indifferenza internazionale: come se ad Auschwitz, per pagare l’ abbattimento, si
invitassero villeggianti ebrei ad albergare nei forni crematori». Quando hanno
saputo, le nostre guide a Vorkuta, Said Hassan Dzhemilov, 85 anni, tartaro di
Crimea, Anastasia Bugaenko, 78 anni, bielorussa, Rasma Stodukh, 82 anni, lettone,
sono rimaste in silenzio. Trent’anni di prigionia per una parola sincera hanno
insegnato loro a comportarsi. Davanti al monumento a Lenin, un masso di carbone
ricorda le «vittime delle repressioni staliniane». Gennadij Grzywacz, solo e
incurante del vento, commemora la rivolta del 1953, soppressa con una strage.
Nessuno lo accompagna nel ricordo del suo ultimo
giorno di lager. Dal centro di Vorkuta marcia poi verso i compagni scomparsi nella
miniera di “Vorgashor”. E’ un vecchio, biascica da solo. Una coppia di fidanzati,
incontrandolo, ride tenendosi per mano. ««Hanno spazzato via il gulag per
distruggere ogni prova contro Stalin - dice - deportano i figli dei deportati per
esaudire i desideri di un oligarca, creano un lager luna- park per insegnare che i
30 milioni di morti di una dittatura erano gente che non sapeva divertirsi. La
Russia non sa rinunciare a fingere e ad annientare gli esseri umani».
Mi porge un biglietto. Ha trascritto i versi finali dell’inno dei detenuti di
Vorkuta. Anno 1937, qui morivano gli spiriti liberi di un grande Paese.
««Oltre il circolo polare/ le notti sotto terra/ hanno il buio del carbone. / Ci
fosse almeno una luce/ nell’orrore./ Non piangere, mia cara/ non aspettarmi».
Tratto da “La Repubblica” del 10/07/2005





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