Quattordici anni fa a Baghdad l’aviazione americana bombardò un rifugio di civili causando la morte di oltre 400 persone. Ecco il racconto dei testimoni e dei sopravvissuti.
Il 13 febbraio 1991, alle 4.30 del mattino, due F 117 dell’aviazione americana bombardano il rifugio 25 di Baghdad, tristemente conosciuto come il rifugio di «al-‘Amiriyya» (o ‘Amriyye secondo l’accento iracheno) dal nome del quartiere della zona orientale della capitale nel quale si trovava. Furono sganciate, a distanza di pochi minuti, due bombe GBU 27, le cosiddette “bombe intelligenti”, ognuna delle quali del peso di una tonnellata. La prima mirava ad indebolire il tetto in cemento armato del rifugio creando una forte corrente che avrebbe chiuso tutte le porte. Il secondo missile squarciò il tetto come un coltello affondato nel burro e creò l’inferno. Fiamme e fuoco ovunque. Le porte ormai erano chiuse. I rifugiati erano topi in gabbia. Il calore all’interno raggiunse temperature superiori ai mille gradi tanto che i corpi si carbonizzarono, spesso fondendosi al cemento e al ferro sciolto.
I morti furono 408 di cui 261 donne e 52 neonati il più piccolo dei quali aveva una settimana di vita. Molte delle vittime divennero irriconoscibili: i corpi erano completamente arsi o carbonizzati o fusi con altri. Madri morirono con i figli in braccio, arse dalle fiamme. Una grande fossa comune.
Nonostante l’evidenza del fatto e nonostante i testimoni accorsi sul luogo, l’Amministrazione di Bush senior affermò all’inizio che si trattava di un importante obiettivo militare. Poi, ammettendo la strage, dichiarò la solita “casualità”. Una solfa ripetuta uguale dal figlio nel corso di quest’ultima guerra in Iraq. Quel giorno l’inviato della BBC, in diretta, disse: «In mezzo a questi cadaveri sto cercando qualunque cosa si possa definire di interesse militare. Apparecchi, forniture, qualunque cosa, per capire le affermazioni dell’Amministrazione Bush. Ma io non trovo che ammassi di cadaveri carbonizzati che si sono fusi persino con le pareti».
Fu un attacco premeditato. Testimoni affermarono che l’aviazione Usa aveva sorvolato la zona per tre giorni, molto probabilmente per cartografare per bene l’intero quartiere. Sapevano benissimo che c’era un rifugio di civili.
Con al-‘Amriyye successe quanto accaduto lo scorso anno con Falluja. Buona parte della stampa europea ed americana non pubblicò le foto delle vittime. Sembra di rivedere un film: bombe “intelligenti” che fanno stragi, uccisione premeditata di civili, ridicole menzogne sui fatti, media ammutoliti dal potere e dall’autocensura. Dopo quattordici anni nulla è cambiato nella guerra americana.
Qui di seguito proponiamo la traduzione di uno speciale della tv del Qatar Aljazeera del giugno del 2001 alla quale presero parte molti dei sopravvissuti che raccontarono l’inferno di quei giorni.
martedì, 22 febbraio 2005
Marco Hamam
Poiché la traduzione contiene molte immagini, vi invitiamo a leggerla direttamente sul sito di Al-Jazira.it





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