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Al-Jazira, la più vista dagli arabi

March 25th, 2006 · Lasciare un commento (No Comments)

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Una televisione libera che dà fastidio

Il contesto mediatico del mondo arabo è, più di qualunque altro, caratterizzato dal servilismo e dal conformismo. La maggior parte dei grandi media è controllata, direttamente o indirettamente, dai poteri politici, che vi esercitano una censura implacabile. L’emittente Al-Jazira, che trasmette via satellite dal Qatar ventiquattro ore al giorno, costituisce un’eccezione: la qualità delle sue notizie, la libertà dei suoi toni e l’irriverenza nei confronti dei poteri costituiti sono all’origine del suo successo strepitoso.

dal nostro inviato speciale David Hirst

Ogni martedì, alle 21:05 ora di Greenwich, un numero crescente di telespettatori di lingua araba si prepara a seguire «Opposta direzione», un dibattito televisivo a cui prendono parte due ospiti dalle posizioni contrastanti. Simile all’americana «Crossfire», questa trasmissione è la più seguita del palinsesto di Al-Jazira, il canale via-satellite del mondo arabo che ha il semplice merito di offrire ai suoi telespettatori un’informazione priva di censure e i commenti più liberi che essi abbiano mai potuto ascoltare nella propria lingua. E che, così facendo, è riuscito a stravolgere un panorama audiovisivo ingessato e ad indebolire la morsa in cui, attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione, i governi arabi tengono strette le loro popolazioni.

Il conduttore di «Opposta direzione» si chiama Faysal Al Kassim.

Nato da una famiglia di contadini poveri nella regione dello Jebel in Siria, Kassim è sempre stato affascinato dai media. Oggi, a 39 anni, gode di una popolarità che non si sognava neppure quando, a 14 anni, riuscì a coronare il suo sogno d’infanzia andando a visitare i locali di Radio Damasco. Né tantomeno durante i sette anni trascorsi al servizio arabo della Bbc, che, prima della nascita di Al-Jazira, era probabilmente la fonte di informazioni più autorevole del mondo arabo.

Cinque anni fa, con un colpo di stato non violento (1), lo sceicco Hamad Ben Khalifa El Thani del Qatar rovesciava suo padre. L’evento non sollevava grande clamore: con una popolazione autoctona di circa 100.000 abitanti, l’emirato è il più piccolo dei paesi arabi e Doha la capitale più noiosa del mondo. Ma il nuovo sovrano riusciva presto a movimentare la situazione con una democratizzazione «dall’alto», promuovendo un canale via satellite destinato ai paesi arabi.

Niente di particolarmente sorprendente, in quella sorta di Babele che è diventata la regione. Ogni governo, infatti, oltre a controllare o manipolare gli innumerevoli media locali, deve ormai possedere il proprio canale a diffusione panaraba. E in questo nuovo ordine dell’etere l’Arabia saudita fa la parte del leone, grazie ai miliardi di dollari che la famiglia reale e i suoi alleati del mondo degli affari hanno investito in enormi canali «off-shore» sul modello occidentale, come Mbc a Londra o Orbit e Art a Roma.

I contenuti tuttavia hanno difficoltà a rinnovarsi: in ogni paese ritroviamo lo stesso tipo di propaganda, e i telegiornali sono per lo più servilmente dominati dai resoconti sugli spostamenti del presidente, del re o dell’emiro di turno. «Il giornalismo dei ricevimenti e dei saluti - spiega Kassim - che consiste nell’enumerare le personalità che il Leader ha incontrato o ricevuto». Questi canali si appoggiano alle forme più volgari di intrattenimento: interminabili telenovele egiziane, film stranieri doppiati, quiz e giochi, talk show superficiali, varietà e altre trasmissioni dai contenuti più o meno scabrosi. Il tutto sembra concepito per tenere gli arabi lontani dalla politica. E, anche se tutti sono al corrente dei conflitti interni che lacerano la «famiglia» araba, sul fronte mediatico ancora detta legge la Carta dell’onore arabo, promulgata nel 1965 dalla Lega araba col principale scopo di mettere a tacere una stampa libanese notoriamente venale, ma assai poco docile.

Il signore del Qatar ha preso la decisione assolutamente inedita di lasciare completa autonomia al nuovo canale finanziato dal governo.

«Non abbiamo né esercito né carri armati - ricorda un giovane archivista del Qatar -, solo Al-Jazira». Una risorsa che è tuttavia bastata a questo buco sperduto per conquistare la regione intera - più con la lingua che con la spada. E con solo 300 dipendenti. Tanto che il presidente egiziano Mubarak, in occasione di una visita, ha esclamato stupefatto: «Tutto questo baccano da una scatola di sardine!».

Non senza una certa ironia della sorte, a dare il maggiore contribuito al trionfo di questo David è stato proprio il Golia dei media, il «fratello maggiore» del Golfo: l’Arabia saudita. Quest’ultima finanziava, attraverso il canale Orbit, i nuovi servizi arabi della Bbc. Finché, nel 1996, l’ostinazione della Bbc a trasmettere un film critico nei confronti del reame provocava la rottura del contratto. Kassim e altri 19 colleghi, disoccupati, furono allora attirati dai salari e dalla libertà promessi dal Qatar. Un impegno mantenuto ben al di là delle loro migliori aspettative. Kassim può in effetti constatare che non gli viene praticamente imposta nessuna direttiva sui contenuti dei programmi. «Mi occupo qui di problemi che non avrei mai potuto neanche sperare di trattare quando lavoravo alla Bbc».

Oltre al nucleo costituito dagli ex dipendenti della Bbc, Al-Jazira ha messo insieme una squadra formata da persone provenienti da quasi tutti i paesi arabi e trasmette ormai 24 ore al giorno. Ha così rivelato l’esistenza di una fetta di pubblico avido di rigore e serietà. «Secondo l’idea comunemente diffusa - spiega Kassim - i giovani e le casalinghe non si interessano alle trasmissioni serie. Dalle lettere che ricevo, posso dire che apprezzano le nostre». Questa strategia, che punta su un pubblico di qualità, ha permesso ad Al-Jazira di sbaragliare tutti i concorrenti. Un recente sondaggio ha infatti mostrato che il suo rivale più prossimo, la Mbc, finanziata dall’Arabia saudita, si trova a notevole distanza, seguita a ruota, curiosamente, da Ann, che trasmette da Londra e appartiene al fratello dissidente del defunto presidente siriano Hafez El-Assad. Gli arabi anglofoni che prima guardavano la Cnn hanno ormai un programma equivalente nella loro lingua madre, che dà risposta alle loro preoccupazioni con un entusiasmo e un’accuratezza che nessun canale straniero saprebbe eguagliare. Il numero di spettatori è evidentemente cresciuto in maniera esponenziale. «In generale, siamo i primi a trattare le notizie - dichiara il redattore capo Salih Nagm - e quasi sempre i primi ad ottenere le analisi dei commentatori più importanti». Ma il punto forte di Al-Jazira sono i dibattiti sull’attualità. A differenza degli altri canali arabi, Al-Jazira li trasmette in diretta, senza cioè far uso della differita per filtrare le domande imbarazzanti.

«Ho dato vita a “Opposta direzione” - afferma Kassim - perché ritenevo necessario dar voce alle idee dissidenti che, da più di mezzo secolo, sono virtualmente ridotte al silenzio nel mondo arabo». E, in effetti, da un giorno all’altro, i portavoce dei più importanti gruppi d’opposizione hanno trovato uno spazio d’espressione capace di raggiungere la regione intera. Ben pochi sono gli argomenti tabù - e fra essi non figurano le critiche alla legittimità di questo o quel regime - , e persino l’islam non sfugge a qualche graffio.

400 proteste ufficiali Nel corso di un duello verbale sulla poligamia diventato ormai celebre, la femminista giordana Toujan Faysal ha fatto imbestialire a tal punto la scrittrice Safinaz Kazem, ex marxista convertita all’islam, che quest’ultima se n’è andata sbattendo la porta nel bel mezzo della trasmissione. E lo stesso ha fatto Reda Melek, ex primo ministro laico algerino, di fronte agli attacchi lanciatigli da un islamista.

Sconosciuto al di fuori del mondo arabo, Kassim è diventato, nella regione, famoso quanto un leader politico. Al punto da essere accolto con un bagno di folla ovunque si rechi. E a volte accade che, in occasione delle sue trasmissioni, le città si svuotino, come è avvenuto in Siria, suo paese d’origine, quando due dei suoi ospiti si sono confrontati sul tema: «Assad sta abbandonando la causa palestinese?» Sebbene Al-Jazira non possa essere paragonata, né per lo stile né per i contenuti, a La Voce degli arabi, che trasmetteva dal Cairo e costituiva il principale strumento di propaganda al culmine dell’era Nasser, alcuni la considerano la sua erede più diretta. Ad esempio, sono stati probabilmente i suoi servizi sul bombardamento di Baghdad a spingere gli studenti siriani ad invadere l’ambasciata americana di Damasco, nel dicembre 1998, ma essi hanno anche permesso al governo di capire che doveva lasciarli fare. Pare anche che diversi leader arabi filo-occidentali abbiano allora telefonato al presidente americano Clinton per avvertirlo che, se i bombardamenti fossero continuati, si sarebbero potuti verificare sollevamenti «di piazza».

Questa è forse la ragione per cui il più vituperato dei leader arabi, il presidente iracheno Saddam Hussein, è anche l’unico che incassa gli attacchi di Al-Jazira senza batter ciglio, ritenendo probabilmente che i servizi sulle sofferenze del suo popolo gli giovino più di quanto gli possano nuocere gli insulti rivolti alla sua persona.

In compenso, gli altri leader, in particolare il presidente tunisino Ben Ali, si lamentano regolarmente. Il ministro degli esteri del Qatar ha ricevuto 400 proteste ufficiali. La Siria sostiene che Al-Jazira è al servizio del «nemico sionista». Mentre il governo del Kuwait asserisce che il canale è uno strumento nelle mani dell’Iraq. Il principe Nayef, ministro degli interni saudita, afferma che Al-Jazira è «intelligente ed accurata ma, poiché è un’emanazione della Bbc, non è altro che un piatto avvelenato». La Giordania e il Kuwait hanno chiuso le rispettive redazioni locali. L’Algeria ha interrotto l’erogazione di energia elettrica durante una trasmissione su un argomento particolarmente delicato. L’Arabia saudita ha fatto pressioni sull’unico saudita dello staff perché si dimetta, e ha cercato - con risultati diversi - di spingere i pubblicitari sauditi ad annullare i contratti con Al-Jazira.

Ma gli attacchi non vengono solo dai governi. I religiosi, dall’alto dei loro pulpiti, protestano contro gli «insulti» all’islam. Alcuni giornali poi, sferrano violenti attacchi contro Kassim, che è riuscito a raccogliere migliaia di articoli dedicati alle sue attività. Suo fratello, un noto cantante che vive e lavora in Egitto, è stato fatto oggetto di una campagna di diffamazione da parte del settimanale più venduto del paese, Akhbar al-Yawm, che mirava a farlo espellere.

Un commentatore giordano ha persino dichiarato: «a quest’uomo bisognerebbe tagliare la lingua». Per il momento, il Qatar sembra resistere agli assalti del rullo compressore arabo. «Allo sceicco Hamad non piace sentirsi intimidito, spiegava di recente una personalità ufficiale. Il ministro degli esteri mette al corrente Al-Jazira di tutte le rimostranze presentate.

«E noi - spiega il direttore del canale Mohammad Jassim - rispondiamo a tutti: “Se credete che abbiamo detto qualcosa di inesatto, avete sempre il diritto di replica”». Ovviamente, c’è un limite agli attacchi che Al-Jazira può lanciare ai governi arabi, e in particolare a quello dell’Arabia saudita, le cui ambizioni egemoniche costituiscono una minaccia permanente per il minuscolo Qatar. Ma la libertà di cui gode Al-Jazira resta, malgrado tutto, di gran lunga superiore a quella dei suoi concorrenti, che possono reagire solo in due modi. Il primo consiste nell’intensificare le trasmissioni triviali o scabrose. Ma la cosa non sembra di grande aiuto e contribuisce anzi a mettere in luce, secondo molti arabi, il rapporto schizofrenico che l’Arabia saudita ha con l’islam. Prova ne sia il trasloco - effettuato per ridurre i costi faraonici - della sede di Mbc da Londra a Dubai.

Perché non direttamente in Arabia saudita? «Non siate ridicolo - sbotta un presentatore islamista moderato. Se gli ulama sauditi, guardando un canale nazionale, vedessero una donna semi-nuda come quelle mostrate dalle tv via satellite andrebbero su tutte le furie.

Se invece i seni nudi vengono da fuori, le apparenze sono salve».

L’altra reazione possibile è il plagio. «Arrivano fino ad imitare la forma della mia scrivania - racconta Kassim - ma, quanto ai contenuti, devono fare molta strada per poter rivaleggiare con noi. Sono convinto che una delle principali cause del ritardo del mondo arabo sia l’assenza di una stampa libera. Da troppo tempo le nostre società nascondono la polvere sotto il tappeto. Ma sono sicuro che non durerà ancora a lungo. Un giorno, grazie a una stampa libera, potremo forse emergere, nel mondo arabo, la democrazia».

note:

(1) Si legga Françoise Sellier, «Le Qatar dans la cour des grands», Le Monde diplomatique, novembre 1997.

(Traduzione di S. L.)

[Settembre 2000]

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Tags: Media

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