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Giornalisti con l’elmetto (l’isteria della “Quarta guerra mondiale”)

16/8/2006 8:50 am · Lasciare un commento (No Comments)

di Stenio Solinas

Una guerra combattuta tra poveracci

Tayseer Alony Kate è condannato per complicità con Al Qaeda, non perché un terrorista, ma perché è arabo all’anagrafe

Mentre in Italia ci si scalda sul “caso Betulla”, ovvero giornalismo e Servizi segreti, il Financial Times riporta alla luce il caso Tayseer Alony Kate, il giornalista di origine siriana (ma da vent’anni cittadino spagnolo) condannato lo scorso settembre a sette anni di carcere per complicità con Al Qaeda e da allora rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Alcalà-Meco. Cinquant’anni, una laurea in economia e una in relazioni internazionali, Alony, già traduttore per la Efe, l’agenzia di stampa spagnola, collaboratore di alcuni quotidiani arabi e della rete televisiva Al Jazeera, nel Duemila si vide offrire da quest’ultima il posto di corrispondente da Kabul, sede inaugurata di fatto con il suo arrivo

In questo ruolo Alony si distinse per almeno due cose: fu l’unico giornalista straniero a restare in Afghanistan durante i bombardamenti americani, fu il primo giornalista straniero ad intervistare Osama bin Laden un mese dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Ad altri avrebbero dato il Premio Pulitzer, a lui è toccata la galera.

Secondo i firmatari di una lettera-appello al Premier spagnolo, Zapatero, quello di Alony è un moderno caso Dreyfus: l’ufficiale francese fu condannato per tradimento non perché fosse un traditore, ma perché ebreo di origine; il giornalista spagnolo è stato condannato per complicità con Al Qaeda non perché sia un terrorista, ma perché arabo all’anagrafe

L’assunto che ha retto l’intero processo, infatti, suona pressappoco così: com’è possibile che questo “moro” sia riuscito a fare un’intervista con l’uomo più ricercato della Terra? Se c’è riuscito, la risposta più logica è che non fosse un giornalista, ma un uomo di Osama.

Alcuni elementi della vicenda meritano di essere sottolineati. Alony rimase in Afganistan praticamente sino alla fine della guerra, scampando al bombardamento aere o del suo ufficio; in seguito fu a Bagdad, dove il suo albergo, il “Palestine”, venne preso a cannonate dai tanks americani… Quando il giudice spagnolo Garzòn lo mise sotto inchiesta, pensò che la cosa migliore fosse di rientrare in Spagna per meglio difendersi.

Nella ricostruzione del suo caso giudiziario fatta dal Financial Times, due sono i fatti specifici che gli vengono addebitati, tutto il resto non essendo altro che l’aria fritta dei giudizi di valore e/o di competenza sulle sue capacità giornalistiche espressi da magistrati la cui autorità in materia è inesistente: il primo riguarda l’aver fatto da corriere economico, con una consegna di 4mila dollari a un siriano, Mohamed Bahaia, già conosciuto in Spagna e ritrovato in Afganistan come membro di un’associazione umanitaria.

Il secondo, di aver ospitato, agli inizi degli anni Novanta, nella sua casa spagnola di Granada, Mustafa Setmarian, in seguito collaboratore del Ministero dell’Informazione afghano. Sul primo punto Alony si è difeso facendo osservare che in un Paese senza banche né servizi similari quella era una prassi usuale fra persone che si conoscevano; quanto all’ospitalità dei tempi universitari, un atto che rientrava negli usi e costumi di uno studente di origine araba. Secondo l’accusa, Bahaia, Setmarian e Alony avrebbero invece fatto parte di una rete terroristica ramificata internazionalmente e cementata nel tempo, della quale non ci sono prove provate, ma elementi indiziari sufficienti per ipotizzarla

Durato cinque mesi, il processo ha preso il via a un anno di distanza dalle bombe ai treni di Madrid del marzo 2004 che videro 192 morti e migliaia di feriti: da qualunque lato lo si affronti, mostra una fragilità nell’impianto accusatorio che solo l’isteria politico-ideologica che stiamo attraversando trasforma in ferrea logica. Probabilmente quando, fra un po’ di anni, si riuscirà a tirare fuori Alony mondato da ogni accusa (è pendente un ricorso alla Suprema Corte di Madrid e i suoi difensori si preparano a portare il caso alla Corte dei Diritti Umani di Strasburgo), ci sarà qualche bello spirito che applaudirà alla superiorità del sistema occidentale in grado di correggere i propri errori… Nel frattempo, si sarà distrutta la vita, sociale, familiare, professionale, di un essere umano e nessuno si sarà chiesto se, proprio perché esiste da noi un sistema giuridico che in teoria tutela la presunzione di innocenza, non si sarebbe dovuti intervenire prima, essere rispettosi della legalità in punto di diritto, non farsi tirare dentro la trappola dell’interesse nazionale, della guerra internazionale al terrorismo, della Quarta Guerra Mondiale.

Rispetto al caso Alony, il “caso Betulla” è opposto e tuttavia speculare, visto che il giornalista siriano-spagnolo si è ritrovato arruolato suo malgrado, perché lui nega infatti qualsiasi contaminazione, nell’esercito del Male, mentre il giornalista italiano Renato Farina si dichiara orgoglioso di essere andato volontario nell’armata del Bene.

Confesso che parlare di quest’ultimo aspetto non mi appassiona

Conosco Farina, ho lavorato con lui, lo considero un bravo collega e una persona per bene, non faccio parte della categoria delle “anime belle” che si riempiono la bocca con la sacralità della professione giornalistica, ma hanno fatto carriera nei quotidiani di partito e negli uffici stampa delle industrie pubbliche e private, so che da Koestler a Silone, da Orwell a Greene, la strada della scrittura può essere attraversata da incroci pericolosi, lastricata di frequentazioni sospette, doppigiochi rischiosi… E tuttavia, quando i giornalisti indossano l’elmetto da combattimento, poi non ci stanno più con la testa: hanno la tendenza a trasformare le loro opinioni in verità assolute e qualche ufficio dei Servizi da cui finiscono per dipendere nella giustizia divina. Sognano di fare la guerra al Maligno e si ritrovano a cercare di carpire informazioni a un magistrato. Vogliono la gloria, ma a piè di lista… Viene fuori, insomma, una guerra di bottoni fra poveracci e intorno a essa il voler prendere, il dover prendere, per oro colato qualsiasi informazione: prove schiaccianti su terroristi mai esistite, ma sempre date per certe, attentati sempre sventati, ma di cui non si potrà mai dire di più, complicità e reati considerati come provati, ma per i quali vale la regola del doverci credere a busta chiusa.

È chiaro, insomma, che si finisce per fare un altro mestiere, magari più bello, magari più interessante, ma allora tanto vale mettersi una barba finta e non pensarci più

lineaquotidiano.it

Tags: Media

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