L’«uomo forte di Gaza» è divenuto il garante della ritrovata unitàelettorale di Al-Fatah. È lui, Mohammed Dahlan, ministro per gli Affari civili dell’Anp ed ex responsabile dei sevizi di sicurezza palestinesinella Striscia, ad aver prima operato lo strappo con la vecchia guardiadel Fatah, presentando assieme a Marwan Barghuti - l’uomo-simbolo dellaseconda Intifada, da tre anni recluso in un carcere israeliano dove scontal’ergastolo per reati di terrorismo - una lista alternativa a quella ufficiale di Al-Fatah; ed è stato ancora lui, il giovane e ambizioso Dahlan, a trattare, su posizioni di forza, con il presidente Abu Mazen la riunificazione delle liste di Al-Fatah.
A nemmeno un mese dalle elezioni legislative, Mohammed Dahlan lancia una doppia sfida: alla vecchia
nomenklatura dell’Anp, “ha fatto il suo tempo, il rinnovamento non può più
attendere”, e agli integralisti di Hamas: «Si comportano come se avessero
la vittoria in tasca (alle elezioni legislative del 25 gennaio prossimo,
ndr.) ma avranno un brusco risveglio».
Iniziamo dallo strappo. Quale era il significato politico della lista dei
«giovani leoni» di Al-Fatah creata in alternativa a quella ufficiale che
aveva ricevuto l’imprimatur di Abu Mazen? Si trattava di un atto di
sfiducia nei riguardi del presidente dell’Anp?
«Nessuna sfiducia verso Abu Mazen. Lui era e resta il nostro presidente,
per il quale ci siamo battuti e continueremo a batterci. Ma non potevamo
chiudere gli occhi di fronte al tentativo in atto da tempo di bloccare il
processo riformatore di cui Abu Mazen è espressione e garante. Vecchie
logiche di potere hanno paralizzato la sua azione provocando una frattura
tra la base di Al-Fahat, la popolazione palestinese e i vertici del
movimento e dell’Anp. Questa paralisi rischiava di consegnare la vittoria
elettorale ad Hamas. Occorreva dare un netto segnale di discontinuità
rispetto al passato. Da questa esigenza vitale è nata la lista alternativa
guidata da Marwan Barghuti».
Della quale lei era il numero due. Qualcuno ha parlato di una rivolta
generazionale.
«Non è solo un fatto anagrafico. Avevamo presentato una lista alternativa
per protestare contro quei fratelli che avevano imposto una lista chiusa
di Al-Fatah. Ai nostri dirigenti abbiamo inteso ricordare che la nuova
generazione ha pagato un prezzo altissimo per l’occupazione israeliana e
di questo occorreva tener conto anche nella selezione delle candidature».
La lista unitaria di Al-Fatah sarà guidata da Marwan Barghuti. Per Israele
è una provocazione.
«Marwan è il simbolo della resistenza palestinese, piaccia o no ai
governanti israeliani. Il suo impegno non è venuto mai meno in questi anni
di carcere. Per le nuove generazioni palestinesi Marwan Barghuti è sempre
rimasto un punto di riferimento e lo sarà anche in questa decisiva prova
elettorale. La sua, mi creda, non è una candidatura di bandiera. La
liberazione di Marwan e dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane
è un punto qualificante, fondamentale, non solo del programma di Al-Fatah
ma dell’azione di governo dello stesso Abu Mazen. Israele sbaglia a non
rendersi conto che Barghuti è una risorsa e non un problema per
raggiungere un compromesso tra le parti in conflitto».
La riunificazione delle liste di Al-Fatah può rappresentare la carta
decisiva per contrastare Hamas nella sfida delle urne?
«La ritrovata unità, nel segno del rinnovamento, era la condizione
indispensabile per ridare entusiasmo ai nostri militanti. Questo risultato
è stato raggiunto. Ma l’entusiasmo da solo non può bastare. Al-Fatah deve
saper interpretare le istanze che vengono dalla società palestinese e
trasformarle in capacità di governo. Ciò vale sia nella lotta alla
corruzione che nel delineare una nuova strategia negoziale con Israele;
una strategia più aggressiva sul piano politico e che non sia subalterna
all’unilateralismo di Ariel Sharon. La grande maggioranza dei palestinesi
vuole una pace giusta con Israele, una pace tra pari. E vuole vivere in
uno Stato indipendente, dai confini certi, con una piena sovranità su
tutto il suo territorio nazionale. Uno Stato con Gerusalemme Est come
capitale. La nostra lotta è per realizzare un nuovo Stato, quello
palestinese, e non per distruggerne un altro, lo Stato d’Israele. Al-Fatah
deve trasformare questa aspirazione in azione politica. Ne va molto più di
qualche seggio nel nuovo Parlamento: in gioco è il futuro di un intero
popolo».
Israele ha deciso di creare una “zona di interdizione” nel nord di Gaza.
Cosa significa per i palestinesi?
«Si tratta di una rioccupazione militare in piena regola. Un atto
arbitrario, pienamente in linea con la logica unilateralista che aveva
guidato questa estate il “ritiro” dalla Striscia».
Lei parla di riforme, di rinnovamento, ma nei Territori regna il caos
armato, con rapimenti, attentati suicidi come quello avvenuto ieri ad un
posto di blocco nei pressi di Tulkarem, a cui si aggiunge la volontà
reiterata di Hamas a non disarmare le proprie milizie.
«Costruire una democrazia in una situazione in cui Gaza resta una grande
prigione a cielo aperto e la Cisgiordania è marchiata, divisa in mille
ghetti, dal Muro dell’apartheid, è un’impresa improba. Ma è anche una
sfida a cui non possiamo sottrarci. Ripristinare l’ordine e la sicurezza
nei Territori deve essere una priorità assoluta per la nuova dirigenza
palestinese. Tutti devono poter esprimere il proprio punto di vista ma
nessuno deve poter esercitare il ricatto delle armi. La costruzione dello
Stato di Palestina, di uno Stato democratico e indipendente, non ammette
l’esistenza di un contropotere armato».
ha collaborato Osama Hamlan
da l’unita’ 30-12-2005




