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Catturato un leader di Hamas. Forse con l’ok del Fatah

May 24th, 2006 · Lasciare un commento (No Comments)

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Il sole cominciava a fare capolino all’orizzonte, quando una squadra dei corpi speciali israeliani ha fatto irruzione nell’abitazione di Ibrahim Hamad, a Ramallah, in Cisgiordania. L’azione fulminea non ha lasciato scampo al 41enne leader delle Brigate Ezzedine al-Qassam (braccio armato del movimento islamico Hamas), il quale non ha potuto abbozzare nessuna reazione.

Un pezzo da novanta. La strada verso la casa di Hamad, nel cuore di quella che dovrebbe essere la capitale politica della Palestina indipendente (essendo la battaglia per Gerusalemme ancora aperta), è stata spianata da alcuni bulldozer, seguiti da jeep e mezzi dell’esercito. Il grande dispiegamento di mezzi è giustificato dal fatto che Hamad non è un nemico come gli altri, per Israele. L’esercito israeliano lo ritiene la mente di alcuni degli attentati più gravi degli ultimi anni: attacco al Moment Cafè a Gerusalemme nel 2002, nel quale morirono 11 persone, quello in un albergo a Rishion Letzion, nel quale lo stesso anno persero la vita 16 persone, e, ancora nel 2002, quello alla Hebrew University di Gerusalemme, nel quale persero la vita 7 persone. Infine Hamad è accusato del doppio attentato del 2003 a Gerusalemme, uno al Cafè Hillel e uno alla base militare di Tzrifin, nei quali persero la vita 15 persone. Per questi crimini, come è accaduto in altre occasioni, l’Autorità Nazionale Palestinese aveva imprigionato Hamad nel 1998, con l’accusa di attività anti - israeliane, ma durante la Seconda Intifada, nel 2002, era stato rilasciato. Adesso viveva a 200 metri dalla casa di Abu Mazen.

Scontri fratricidi. Questa circostanza fa riflettere. Pare difficile che le forze armate israeliane si potessero spingere a tanto, in una zona di Ramallah, senza anche solo minimamente informare Mazen di quello che stavano per fare. Basti pensare all’omicidio mirato di Mohammed Dahduh, esponente della Jihad Islamica a Gaza City, il 21 maggio scorso: per colpire l’auto sulla quale viaggiava il ricercato, l’esercito israeliano non si è fatto scrupolo di sparare un missile in mezzo al traffico, uccidendo una famiglia intera di civili innocenti. Questi sono i metodi tradizionali per colpire gli attivisti palestinesi, ed è piuttosto strana un’azione nel cuore di Ramallah, per quanto in forze. In realtà le cose potrebbero essere spiegate da un fattore sempre più evidente in questi giorni: gli scontri tra i miliziani di Hamas e quelli del Fatah, fedeli ad Abu Mazen, sono all’ordine del giorno. L’ultimo episodio, costato la vita a un’autista del corpo diplomatico giordano e il ferimento di 11 persone, è stato lo scontro a fuoco per le vie di Gaza di ieri. La tensione tra le milizie, ormai diventate due forze di sicurezza dell’Anp contrapposte, è sempre più duro e a Ramallah è più forte il Fatah. Se non ha avallato l’operazione per arrestare Hamad, non l’ha certo impedita.

Resa dei conti. La tensione tra Hamas e il Fatah comincia a preoccupare molto anche l’Egitto. Il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza ha lasciato un vuoto che il governo del Cairo vuole riempire il prima possibile, in particolare prima che ne risulti destabilizzato a sua volta come paese confinante con Gaza. Ma in particolare l’Egitto preme per tornare ad avere quell’influenza che ha sempre avuto sulla Striscia. Ieri dal Cairo è partito un monito ai combattenti, che invitava le parti a un confronto per evitare una degenerazione irrimediabile della situazione che avrebbe ‘costretto’ l’Egitto a intervenire con i suoi militari. Quasi nello stesso momento, dal ministero degli Interni egiziano facevano sapere che le indagini per gli attentati di Dahab dello scorso 24 aprile in Egitto, nei quali persero la vita 20 persone, portano a ritenere che i tre attentatori suicidi egiziani furono addestrati a Gaza. Il nome di Hamas non è stato fatto direttamente, ma il destinatario del messaggio è chiaro. Dopo la vittoria delle elezioni del gennaio scorso, Hamas è sempre più isolata. Il taglio degli aiuti umanitari da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, che continuano a ritenere solo Abu Mazen un interlocutore credibile, ha messo in crisi le finanze palestinesi e la rabbia e la disperazione della popolazione civile monta a vista d’occhio. Sembra che gli stessi uomini del Fatah, per le strade o nelle cancellerie delle potenze occidentali, stiano facendo di tutto per mettere Hamas in un angolo, anche perchè il tempo stringe e il premier israeliano Olmert volerà a Washington per presentare il ritiro unilaterale dalla Cisgiordania. Staremo a vedere, ma certo per i ragazzi palestinesi non è un bell’esempio di quella democrazia tanto pubblicizzata, visto che, con tutte le riserve che ciascuno ha il diritto di avere, Hamas ha vinto le elezioni.

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Tags: Mondo

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