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E il condottiero diventa un «santo» senza passato

January 12th, 2006 · Lasciare un commento (No Comments)

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di YITZHAK LAOR
La televisione israeliana è ora piena di gente che ci racconta il «suo
passato in comune con Sharon». Tutti hanno combattuto con lui, nelle varie
guerre. Solo i morti non possono raccontarci le sue glorie. Perché lui è
diventato un generale, e loro sono morti. Comunque, il sistema militare
israeliano è un meccanismo terribile.

Sharon è la rappresentazione più
emblematica del militare israeliano: ogni essere umano, quando si confronta
con le sofferenze altrui dovrebbe provare compassione, a meno che il suo
concetto di sofferenza umana non sia quello che ci ha lasciato in eredità
Ariel Sharon. Tutti noi stiamo assistendo in questi giorni alle discussioni
sulle condizioni del cervello di Sharon e ci ricordiamo che anche lui è un
essere umano e che quindi anche lui soffre, che anche i suoi figli e i suoi
amici soffrono e noi non dovremmo quindi parlare delle sofferenze che lui ha
inflitto ad altri, giacché noi non siamo e non dovremmo diventare
«sharoniti» (coloro che prima di identificarsi con la sofferenza degli
altri, si chiedono prima di tutto cosa sia buono per gli ebrei).

Ma Sharon non è solo un essere umano. E’ un politico. E, come tale, e parte
della guerra che si sviluppa intorno a lui. E, nonostante i vari proclami
sull’importanza della «memoria collettiva», sembra che da giorni i politici
israeliani (insieme ai loro aiutanti, i media) si stanno comportando come se
Sharon fosse Mosé sul monte Sinai e che presto tornerà con dieci nuovi
comandamenti, o almeno con alcune liste in cui indicherà i membri di Kadima.
Sharon saprebbe perfettamente che forma avrà il panorama politico
israeliano, anche se nessuno di noi ne ha la più pallida idea. La cosa più
importante è che il ministero delle finanze non finisca nelle mani dei
laburisti. Anche Shimon Peres, il cocco della sinistra europea, è d’accordo.
Storicamente, nessun leader ha incarnato una speranza più forte per le élite
al potere - sia militari che civili - di quanto abbia fatto Sharon: salvare
Israele dal suo malcontento sociale. Come? Sharon lo sa. Probabilmente. La
Borsa si è ripresa in un giorno, a riprova che il sistema funziona.

Il partito di Sharon è stato costruito sull’immagine dell’ «eternità di un
momento». Oggi è quasi vietato parlare di politica. Si tende piuttosto a
«eternizzare la situazione attuale». Olmert è il numero uno, Livni il numero
due, e entrambi svolgono il ruolo dei due bimbi che si prendono cura del
Vecchio Padre andato a vedere dio, che tornerà a dirci chi è incaricato di
assumere il potere. Kadima è stata costruita secondo la visione di Sharon.
Nella visione di Sharon, Sharon è l’unica soluzione. E, per quanto ridicola,
tale visione è «incidentalmente» compatibile con quello di cui ha bisogno
Bush nell’inferno iracheno: un sollevamento generalizzato del Medioriente.
Questa è l’unica spiegazione per la «inversione a U» di Sharon. Bush ha
bisogno di un salvagente per uscire da quel gigantesco mattatoio. Ma,
malgrado ciò, la visione di Sharon - e la sua «svolta», il suo «coraggio di
fare la pace» - è la visione prevalente oggi in Israele: non c’è futuro
senza Sharon. Sharon è il futuro. In questa battaglia sul futuro, il passato
è stato cancellato con l’aiuto di un presente fittizio. Questa è un’altra
occasione per capire perché in Israele non esiste la sinistra.

Per esistere, la sinistra ha bisogno di una sua memoria, di un cervello che
non sia ottenebrato dal sangue. La sinistra israeliana non ha mai avuto una
memoria propria. Ha sempre usato la «memoria nazionale». E’ per lo più una
sinistra nazionalista. Per questo le discussioni sulla morte di Sharon non
erano molto diverse da quelle fatte l’anno scorso in Israele, quando la
memoria nazionale israeliana è stata progressivamente cancellata, con tutte
le discussioni sulle «somiglianze tra Sharon e De Gaulle». Durante il
«disimpegno» da Gaza, siano stati costretti a «perdonare» il passato (in
nome di chi perdoniamo? In nome delle vittime? Quali vittime?). Nel nome del
presente, che si presume sia totalmente diverso, ci è stato chiesto di
dimenticare il passato. Non è nell’ultima settimana che la «guerra in
Libano» è diventata una parolaccia. Non è nei giorni dell’emorragia
cerebrale di Sharon che Sabra e Chatila sono diventati un piccolo ciglio in
un vecchio giornale. Certo, a quanto si dice, Sharon ha costruito gli
insediamenti e poi ne ha smantellati alcuni. Certo, si dice, farà lo stesso
in Cisgiordania. Che cos’è questo «lo stesso»? Il muro? La distruzione delle
abitazioni di decine di migliaia di altri palestinesi? La loro chiusura in
un ghetto alla Gaza? Una disoccupazione all’80%?

Questo è il maggior pericolo del culto di Sharon, che diversi giornalisti e
politici stanno creando. In questo contesto, la stessa discussione
sull’«eredità di Sharon» diventa parte del gioco. In favore di tale
«eredità», sono pronti a dimenticare la piccola ambiguità che la cultura
israeliana (e, più in generale, la cultura ebraica) richiede agli «uomini di
sangue». Rabin almeno aveva dato un po’ di spazio a tale ambiguità,
riconoscendo che stavamo camminando in una valle di morte, sangue e lacrime.
Sharon non ha mai mostrato segni di rammarico. Adesso lo stanno erigendo a
simbolo. Ma simbolo di cosa? Di un vincitore. L’unica eredità di Sharon è il
successo. Ma quale successo? Quello nel fare la guerra, gli affari e nel
vendere un’immagine. Il più ricco premier che Israele abbia mai avuto ci dà
l’opportunità, con la sua morte, di cogliere il momento storico tanto atteso
da tanti israeliani: assomigliare a un vincitore. Forza Israele!

ilmanifesto.it

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Tags: Mondo