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Gli arabi imparino dallo Sri Lanka

January 21st, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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Mentre il neoeletto presidente dell’ANP Abu Mazen rinnega la resistenza armata quale forma di lotta contro gli israeliani, dallo Sri Lanka giunge una lezione d’orgoglio che gli arabi dovrebbero fare propria…

Lo Srilanka non è un paese islamico né arabo ma, nonostante in questi giorni stia affrontando una catastrofe umana e naturale che ha provocato la morte di decine di migliaia di abitanti annegati a causa dello Tsunami e delle sue conseguenze, oltre alla devastazione delle infrastrutture e alla perdita di alcuni miliardi di dollari, ha vietato ai membri di una delegazione israeliana di entrare nei suoi territori per fornire aiuto sanitario e finanziario in favore delle vittime del maremoto. Il governo dello Sri Lanka, eletto con libere elezioni in un contesto di consolidato pluralismo di partito, non ha mai asserito di essere un governo rivoluzionario, né ha mai issato un vessillo di resistenza contro gli Stati Uniti e i loro devastanti progetti nel mondo, ma rifiuta di ricevere la delegazione israeliana che mostra filantropia mentre il suo governo sta uccidendo migliaia di innocenti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con pallottole, missili e bombardamenti aerei.

E’ paradossale che questa nobile posizione dello Sri Lanka giunga in un momento in cui il Congresso Popolare del Golfo per la Lotta alla normalizzazione, riunitosi due giorni fa a Doha, incontra la più totale indifferenza da parte dei partecipanti convocati e riduce i giorni di lavoro da due ad uno, trasformandosi in un’assemblea di discussione tra i presenti. E’ inoltre paradossale il fatto che, mentre il governo dello Sri Lanka persiste nell’essere più arabo dei governi arabi voltando le spalle alla normalizzazione con la nazione ebraica, il leader egiziano Hosni Mubarak visiti il Bahrein e il Kuwait, allo scopo di spronare i governi di questi due paesi ad intessere relazioni diplomatiche con questo Stato e stipulare accordi per la costruzione di zone industriali comuni per avviare una grande apertura dell’economia egiziana ai capitali israeliani.

Ma la terza patata bollente è l’atteggiamento del futuro leader dell’autorità palestinese Mahmud ‘Abbas (Abu Mazen), il quale proprio ieri ha affermato che il popolo palestinese deve rinunciare alla resistenza armata, ammettere che non può sconfiggere militarmente Israele e ritornare al tavolo delle trattative, in quanto questa è l’unica strada per rivendicare la propria esistenza e costituire uno stato indipendente. Grazie a tali attuali posizioni, ‘Abbas ottiene appoggi illimitati dal Presidente Mubarak, dagli Stati Uniti d’America e dal Primo Ministro israeliano Ariel Sharon, il quale si trasformato, all’improvviso, in un uomo di pace in grado di fare miracoli.

Non sappiamo su quale base ‘Abbas sostenga, in questa sua teoria, la cancellazione della lotta armata dal vocabolario palestinese e la fine della militanza dell’Intifada, così come non sappiamo che tipo di esempi e di esperienze storiche lo abbiano portato a risolvere la sua questione in questo modo definitivo, optando per la via delle trattative senza altra scelta, in considerazione del fatto che essa sia l’unica alternativa valida. Charles De Gaulle non chiese al popolo francese di abolire la scelta della resistenza e di accettare il governo di Vichy, nominato dall’occupazione nazista tedesca; allo stesso modo la permanenza trentennale di Nelson Mandela nelle prigioni del regime razziale in Sud Africa, non lo spinse a supplicare i suoi compatrioti ad abbandonare le armi e a coesistere con questo regime armato con armi moderne e razzi atomici, perché le sue pallottole arrugginite non potevano vincere né sconfiggere questo potente nemico. Il popolo francese respinse il governo di Vichy e resistette al colonialismo nazista fino a quando riuscì vittorioso, così come fecero quelli che combattevano contro il razzismo e il suo regime in Sudafrica e coloro che lottavano contro la violenta colonizzazione americana in Vietnam e quella francese in Algeria. Allora per quale motivo ‘Abbas vuole disseminare rassegnazione e scoraggiamento nei cuori dei palestinesi, dopo tutti i sacrifici che essi hanno fatto in precedenza e che hanno iniziato a dare i loro frutti, una vittoria imminente sugli israeliani nella Striscia di Gaza, prima, in Cisgiordania, poi, e prima ancora nel Libano meridionale? ‘Abbas presiede un’organizzazione chiamata Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) la quale rappresenta i gruppi della resistenza e un’eredità antica di martirio e di martiri, che dura da quarant’anni. Dunque, se egli non crede nella liberazione per mezzo della resistenza, per quale motivo ha accettato di assumersi l’incarico di presidenza di questa organizzazione e, inoltre, di girare per le capitali arabe e per le stesse capitali del Golfo distribuendo scuse a destra e a manca, chiedendo aiuti e appoggi politici ed spirituali, come suo portavoce e rappresentante?

Chiediamo dunque ad ‘Abbas, il quale - insieme ad alcuni dei suoi sostenitori - si prepara presso il Congresso di Londra per arrivare al livello dei loro simili israeliani nella modernizzazione e nella negoziazione, nel reprimere l’opposizione e nel deporre le armi della resistenza… chiediamogli che cosa farà per recuperare i pieni diritti palestinesi se questa sua teoria della resa fallirà. E qualora la questione lo richiedesse, concederà al popolo palestinese di chiedergli spiegazioni e di processarlo per i suoi errori, anzi per i disastri da lui causati cominciati con la firma degli accordi di Oslo? Vogliamo ricordare ad ‘Abbas che l’Intifada, che egli vuole privare dei denti e degli artigli nella sua felice “età ‘abbasiana”, è venuta in risposta al fallimento della sua linea di condotta e degli accordi di Oslo che ha negoziato in segreto? Dopo che era diventata evidente l’ intenzione israeliana di mettere in ginocchio il popolo palestinese, di usare questi accordi per incentivare il colonialismo in Cisgiordania e per mangiarsi ciò che resta di Gerusalemme. Le sollevazioni sono esplose nei territori occupati perché c’era un uomo di nome Yasser Arafat e un’organizzazione chiamata “Organizzazione per la Liberazione della Palestina”. Ma evidentemente ‘Abbas vuole cancellare questa Organizzazione e ogni traccia del suo leader dopo la sua morte.

Ci auguriamo che ‘Abbas faccia una breve visita in Sri Lanka per conoscere l’indole del Primo Ministro di questo Paese e la qualità del sangue che scorre nelle sue vene; forse raffredderà il suo entusiasmo per l’amico Sharon e il desiderio d’incontrarlo dopo il suo successo, quasi certo, nelle prossime elezioni presidenziali palestinesi [l’articolo è poco precedente alle elezioni palestinesi, ndt]. E se questo sarà impossibile per lui, ci auguriamo almeno che faccia una capatina negli accampamenti dei profughi palestinesi a Balata, Jenin, Al-Am’ary, Jabaliyya, Khan Yunis, e Rafah. Chissà, magari si ricorderà che la rivolta palestinese si è sprigionata dal cuore della sofferenza di questi accampamenti e della loro gente, in patria e negli Stati arabi vicini.

Un grazie allo Sri Lanka e al suo governo: ci siamo ricordati che ci sono Paesi che possiedono ancora i geni dell’orgoglio, della dignità e dell’umanità, dimenticati dalla maggior parte dei nostri governi arabi, e la maggior parte dei membri della nostra nuova leadership palestinese.

Abdel Bari ‘Atwan

Tratto da: al-Quds al-’Arabi, 29.12.04
Traduzione di: Emanuela Pilati per Aljazira.it

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Tags: Mondo

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