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Guerra ai bambini in Palestina

June 23rd, 2006 · Lasciare un commento (No Comments)

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di John Pilger

Perché il voto per Hamas è stato un voto per la pace.

La ragione del timore israeliano per Hamas è che Hamas probabilmente non collaborerebbe in modo fidato nel reprimere il proprio popolo per conto d’Israele. In realtà, il voto per Hamas fu un voto per la pace. I Palestinesi erano stanchi dei fallimenti e della corruzione dell’era Arafat. A detta dell’ex presidente americano Jimmy Carter, il cui Carter Center certificò la vittoria elettorale di Hamas, “i sondaggi di opinione mostrano che l’80% dei Palestinesi vogliono un accordo di pace con Israele”.

Scriveva Arthur Miller, “Pochi di noi possono facilmente abbandonare l’opinione che debba esserci in senso nella società. Il pensiero che lo stato sia diventato folle e stia punendo tanti innocenti è intollerabile. Perciò l’evidenza deve essere cancellata a casa”.

La verità di Miller fece capolino in televisione il 9 Giugno, quando navi da guerra israeliane spararono su famiglie di Gaza intente al picnic, uccidendo sette persone, tra cui tre bambini, appartenenti a tre generazioni. Questo rappresenta una soluzione finale, che vede concordi Stati Uniti ed Israele, al problema dei Palestinesi. Mentre gli Israeliani tirano razzi su case e picnic palestinesi a Gaza e nella West Bank, i due governi li hanno condannati alla fame. Le vittime saranno in maggioranza bambini.

Questo ha ricevuto l’approvazione il giorno 23 di Maggio dalla Camera dei Rappresentanti USA, che ha votato con 361 voti a favore contro 17 di tagliare i finanziamenti alle organizzazioni non governative che mantengono un filo vitale con la Palestina occupata. Israele rifiuta di versare ai Palestinesi denaro per 60 milioni di dollari l’anno proveniente da entrate fiscali. Questa punizione collettiva, identificata come crimine contro l’umanità dalle Convenzioni di Ginevra, evoca lo strangolamento nazista del Ghetto di Varsavia e l’assedio economico americano dell’Iraq negli anni 90. Se i perpetratori sono diventati folli, secondo il suggerimento di Miller, sembra che però capiscano la propria barbarie e facciano mostra del proprio cinismo. “L’idea è di mettere i Palestinesi a dieta”, fu il motteggio di Dov Weinglass, consigliere del Primo Ministro israeliano, Ehud Olmert.

Questo è il prezzo che i Palestinesi devono pagare per le loro elezioni democratiche tenute in Gennaio. Alla maggioranza capitò di votare il partito “sbagliato”, Hamas, che USA ed Israele, con la loro inimitabile inclinazione verso pagliuzze negli occhi altrui e travi nei propri, descrivono come terrorista. Il terrorismo, comunque, non è la ragione del digiuno imposto ai Palestinesi, il cui Primo Ministro, Ismail Haniyeh, ha riaffermato l’indirizzo di Hamas di riconoscere lo stato ebraico, eccependo solo che Israele riconosca il diritto internazionale e rispetti le frontiere del 67. Israele ha rifiutato, dato che con la costruzione in corso del Muro dell’Apartheid, ha un’intenzione chiara: prendersi ancora più Palestina, circondando interi villaggi ed infine Gerusalemme.

La ragione del timore israeliano per Hamas è che Hamas probabilmente non collaborerebbe in modo fidato nel reprimere il proprio popolo per conto d’Israele. In realtà, il voto per Hamas fu un voto per la pace. I Palestinesi erano stanchi dei fallimenti e della corruzione dell’era Arafat. A detta dell’ex presidente americano Jimmy Carter, il cui Carter Center certificò la vittoria elettorale di Hamas, “i sondaggi di opinione mostrano che l’80% dei Palestinesi vogliono un accordo di pace con Israele”.

C’è dell’ironia in tutto ciò ove si consideri che l’ascesa di Hamas fu dovuta in maniera significativa al sostegno segreto che ricevé da Israele, che, con USA e GRan Bretagna, desideravano che gli islamisti minassero alle basi l’arabismo laico e i suoi sogno “moderati” di libertà. Hamas declinò questa logica machiavellica e sotto gli attacchi israeliani mantenne un cessate il fuoco di 18 mesi. L’obiettivo dell’attacco israeliano sulla spiaggia di Gaza era chiaramente il sabotaggio del cassate il fuoco. Si tratta d’una vecchia celebre tattica.

Ora, il terrorismo di stato, nelle fogge d’un assedio medievale, va applicato ai più vulnerabili. Per i Palestinesi, una guerra condotta contro i propri bambini non ha niente di nuovo. Uno studio del 2004 del British Medical Journal riferì che, nei precedenti quattro anni, “Due terzi dei 621… bambini uccisi [dagli Israeliani] mentre andavano a scuola, nelle loro case, morirono per colpi di armi da fuoco leggere, diretti in oltre metà dei casi alla testa, al collo, al petto — il segno del cecchino”. Un quarto dell’infanzia palestinese di età inferiore ai cinque anni era acutamente e cronicamente malnutrita. Il muro israeliano “porrà in isolamento 97 ambulatori ed 11 ospedali dal loro bacino di utenza”.

Lo studio parlava di “un uomo in un villaggio ora recintato nei pressi di Qalqilya, che si avvicinava al cancello portando a braccia sua figlia seriamente malata ed implorante i soldati di servizio di lasciarlo passare per portarla all’ospedale. I soldati rifiutarono”.

Gaza, attualmente chiusa come un campo di prigionia all’aperto e terrorizzata dai boom sonici degli aerei da combattimento israeliani, ha una popolazione di cui circa la metà ha meno di 15 anni. Il Dr Khalid Dahlan, uno psichiatra alla guida di un progetto sulla salute mentale dei bambini, mi ha detto, “La statistica che io trovo intollerabile è che il 99,4% dei bambini che teniamo in osservazione soffre di traumi… Il 99,2% hanno avuto la casa bombardata; il 97,5% è stato esposto ai lacrimogeni; il 96,6% ha assistito a sparatorie; un terzo ha visto membri della propria famiglia o vicini feriti o uccisi”.

Questi bambini soffrono di incubi continui e “notti di terrore” e il dramma di dover fare fronte a queste situazioni. Da un canto, desiderano diventare medici o infermiere così “da poter aiutare gli altri”; dall’altro, questa quadro spesso soccombe sotto l’apocalittica visione di se stessi come la prossima generazione di attentatori suicidi. Invariabilmente questo accade dopo un attacco israeliano. Per alcuni dei ragazzi, i loro eroi hanno smesso di essere gli eroi del pallone, sostituiti da una confusione di “martiri” palestinesi e persino del nemico, dato che “i soldati israeliani sono i più forti ed hanno gli elicotteri da combattimento Apache”.

Che questi bambini siano ora puniti ulteriormente può superare l’umana comprensione, ma c’è una logica. Negli anni, i Palestinesi sono riusciti a non cadere nell’abisso di una guerra civile totale, sapendo che questo che gli Israeliani vogliono. Distruggendo il loro governo eletto mentre cercano di costruire un’amministrazione parallela attorno al colluso presidente palestinese, Mahmoud Abbas, può ben produrre ciò che l’accademico di Oxford Karma Nabulsi definisce “una visione hobbesiana di una società senza regole… retta da milizie sbandate, bande, ideologi religiosi di un tribalismo etnico e religioso, e collaborazionisti. Guardate all’Iraq di oggi: ecco quello che [Ariel Sharon] aveva in serbo per noi”.

Il conflitto in Palestina è una guerra americana, ingaggiata dalla base militare americana più pesantemente armata, Israele. Nell’occidente, siamo condizionati a non pensare alla guerra israelo-palestinese in questi termini, come del resto siamo condizionati a pensare agli Israeliani come le vittime, e non i brutali e fuori legge occupanti. In questo modo non si intende sottostimare le spietate iniziative dello stato israeliano, ma senza gli F16 e gli Apache e i milioni di dollari sborsati dal contribuente americano, Israele avrebbe fatto la pace con i Palestinesi da un pezzo. Dalla seconda guerra mondiale, gli USA hanno versato ad Israele qualcosa come 140 miliardi di dollari, per la più parte in armamenti. Secondo il Servizio di Ricerca del Congresso, per la stessa voce di bilancio sono stati pagati 28 milioni di dollari “per aiutare in Palestinesi a gestire la presente situazione di conflitto” e fornire “pronto soccorso”. A ciò è stato ora posto il veto.

Il parallelo proposto da Karma Nabulsi con l’Iraq è davvero appropriato, perché qui si applica la stessa “politica”. La cattura di Abu Musab al-Zarqawi è stato un formidabile evento medianico: ciò la filosofa Hannah Arendt definì “azione come propaganda”, con pochi agganci alla realtà. Gli Americani e coloro che agiscono come loro cani da guerra hanno preso il loro demone — e persino il videogame della sua casa che vola in pezzi. La verità è che Zarqawi è stata in gran arte una loro invenzione. Questa apparente uccisione ha un preciso scopo propagandistico, distrarre noialtri in occidente dal vero obiettivo americano di trasformare l’Iraq, come la Palestina, in una debole società di tribalismo etnico e religioso. Le squadre della morte, costituite ed addestrate da veterani CIA della “controinsurrezione” in America latina, hanno in ciò un ruolo chiave. I Commando della Polizia Speciale, un prodotto CIA guidato da alti funzionari dell’intelligence del partito Ba’ath di Saddam Hussein, sono forse le più brutali. L’uccisione di Zarqawi e i miti riguardo la sua importanza deviano anche l’attenzione dai massacri di routine dei soldati USA, come quello di Haditha. Persino il Primo Ministro fantoccio Nouri al-Maliki lamenta quell’omicida comportamento delle truppe USA come un “fatto quotidiano”. Come ho imparato in Vietnam, una forma di uccisione seriale, allora nota come “conta dei cadaveri”, è la maniera con cui gli Americani combattono le loro guerre coloniali.

A ciò si dà il nome di “pacificazione”. L’asimmetria di un Iraq pacificato ed una Palestina pacificata è chiara. Come in Palestina, la guerra in Iraq è contro i civili, per la massima parte bambini. Secondo l’UNICEF, l’Iraq aveva un tempo i migliori indicatori per il benessere dei bambini. Oggi, un quarto dei bambini tra i sei mesi e i cinque anni soffre di malnutrizione acuta e cronica, peggio che negli anni delle sanzioni. Povertà e malattia non hanno fatto che crescere dal giorno dell’occupazione.

Ad Aprile, nella Bassora occupata dai Britannici, l’agenzia Europea di soccorso Saving Children from War riferiva: “La mortalità dei bambini è salita del 30% rispetto all’era di Saddam Hussein”. Sono morti perché gli ospedali non sono dotati di ventilatori e l’acqua corrente, che i Britannici avrebbero dovuto sistemare, è la più inquinata che mai. I bambini restano vittime di cluster bomb USA e Britanniche inesplose. Giocano in aree contaminate dall’uranio impoverito; per contrasto, l’esercito britannico manda lì unità di controllo solo in tute complete anti-radiazioni, indossando maschere e guanti. A differenza dei bambini loro sono i “liberatori”, ed i soldati britannici sono sottoposti a ciò che il Ministro della Difesa chiama “Test biologici completi”.

Coglieva nel giusto Arthur Miller? “Cancelliamo l’evidenza a casa”, o ascoltiamo voci lontane? Nel mio ultimo viaggio in Palestina fui salutato, nel lasciare Gaza, da uno spettacolo di bandiere palestinesi sventolanti dall’interno dei compound. Erano dei bambini a farlo. Nessuno gli dice di farlo. Fanno aste di bandiera con bastoni legati insieme, e uno o due si arrampicano sul muro e tengono la bandiera fra loro, in silenzio. Lo fanno credendo che stanno parlando al mondo.

Traduzione di Gianluca Bifolchi

zmag.org

al-awda.org

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Tags: Mondo

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