di Dagoberto Husayn Bellucci
ANP e governo israeliano ostentano ottimismo, ma la popolazione palestinese è al bivio tra l’incubo di un nuovo conflitto e il sogno di una pace che non arriva.
Come viene vissuto dai palestinesi il clima di tensione che si respira a casa loro, in Palestina, da qualche settimana a questa parte?
E’ un interrogativo che rivela sicuramente due facce, spesso contraddittorie, di un medesimo problema, ossia dare infine una Patria al popolo palestinese sotto occupazione dal 1948.
Nessuna delle diverse opzioni che hanno contrassegnato fino a questo momento l’azione di Governo dell’attuale Primo Ministro Mahmud ‘Abbas (Abu Mazen) sembra rispondere ai desiderata del suo popolo che, tra l’angoscia di un nuovo conflitto e le speranze di pace, cerca di comprendere cosa riserverà il prossimo futuro a questa martoriata terra.
Ripercorrendo brevemente alcuni degli ultimi avvenimenti c’è da registrare un aumento delle tensioni sia all’interno delle stesse fazioni palestinesi (accuse di brogli nelle recenti elezioni e richiesta dell’ANP ai movimenti radicali di mantenere la tregua stabilita con “Israele” nel gennaio scorso) che rispetto alla politica israeliana. In particolar modo i principali gruppi della Resistenza (Hamas, Jihad Islamica, FPLP, FPDLP) hanno sovente dichiarato che l’annunciato ‘ritiro’ sionista da Gaza e dalla Cisgiordania settentrionale risulterebbe nient’altro che un “ennesimo inganno”. Secondo i movimenti della Resistenza il nemico sionista starebbe prendendo tempo per ritardare questo ritiro, e d’altronde il “governo di occupazione” non cessa di costruire nuovi insediamenti ebraici nelle colonie della Cisgiordania meridionale. Oltre a questi dati il Movimento di Resistenza Islamica Hamas ha dichiarato che “mentre parlano di pace i sionisti continuano ad erigere un muro divisorio che mira alla completa ghettizzazione del popolo palestinese in una sorta di apartheid sul modello sudafricano”.
Anche i dati recentemente forniti dall’Istituto Palestinese di Ricerca e diffusi in questi giorni parlano chiaro: sarebbero oltre 4.000 le vittime palestinesi cadute dall’inizio dell’Intifada (29 settembre 2000), e oltre 30.000 i feriti, senza tener conto dei numerosi giornalisti e dei militanti delle organizzazioni pacifiste internazionali caduti sotto il piombo dell’esercito sionista.
L’Autorità Nazionale Palestinese risponde a queste critiche sostenendo la necessità di favorire il processo di pacificazione, ora o mai più. Secondo al-Fatah, principale movimento dell’ANP, i palestinesi non dovrebbero lasciarsi sfuggire una “occasione unica” per arrivare alla pace con Israele e costituire una Patria. La realtà nella quale si trovano a vivere i palestinesi non è propriamente così rosea come quella che vorrebbero i dirigenti di Fatah. Secondo uno studio del Centro Palestinese per l’Opinione Pubblica, pur schierandosi in massa (75,3%) in favore dell’appello lanciato dal Presidente Abu Mazen per “la cessazione di qualsiasi atto ostile” contro Israele, i suoi compatrioti non ne condividerebbero comunque le strategie. Secondo questo studio, oltre il 25% dei palestinesi voterebbe a favore di Hamas. Un altro 69,5% si dichiara “preoccupato per la situazione interna” e affatto certo che i sionisti eseguiranno completamente il ritiro entro la data prevista.
Oltre a queste perplessità sull’azione del Governo palestinese, si registra una certa preoccupazione per gli ultimi avvenimenti che hanno visto militanti delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, di Hamas e di altre formazioni della Resistenza lanciare razzi qassam in direzione di insediamenti israeliani. L’ultimo di questa serie di attacchi (diretti contro le città israeliane di Gane’i Tal e Sderot) avrebbe provocato la morte di almeno tre civili (due dei quali palestinesi). L’organizzazione “Human Right Watch” ha lanciato un appello perché Hamas e gli altri gruppi della Resistenza cessino questa serie di attacchi sostenendo che “oltre a costituire una violazione degli accordi di Gennaio” sarebbero “controproducenti” per la causa palestinese. Secondo l’esercito di occupazione sionista (IDF), dal settembre 2000 non meno di 300 razzi qassam sarebbero stati lanciati contro insediamenti ebraici provocando la morte di 8 civili. In risposta a questi attacchi gli israeliani avrebbero causato la morte di oltre 400 palestinesi (per lo più civili). Ricordiamo che il campo profughi di Jabalya venne messo a ferro e fuoco per oltre due settimane dall’esercito sionista tre anni or sono causando la morte di 107 persone (un quarto dei quali al di sotto dei 18 anni) ed il ferimento di altre 431, in maggioranza civili, oltre alla distruzione - accertata anche da organizzazioni internazionali - di 91 abitazioni.
Il responsabile dell’IDF, Gen. Israel Ziv, dichiarò in quella occasione che “era giusto punire gli abitanti del campo di Jabalya per il loro sostegno alle formazioni terroriste”. Non casualmente, e non senza una buona dose di messianismo religioso, l’operazione contro il campo di Jabalya venne chiamata dai vertici dello Stato Maggiore della Difesa israeliana “giorni di penitenza”.
A preoccupare ulteriormente la popolazione palestinese giunge la notizia che l’ANP avrebbe condannato a morte quattro civili palestinesi: inizialmente si era diffusa la voce - poi smentita dalle stesse autorità palestinesi - che si trattasse di ‘collaborazionisti’ con il nemico israeliano. Secondo il Portavoce del Ministero degli Interni Palestinese, Tawfiq Abu Khaussa, i quattro erano “rei confessi”. Mentre da un lato le organizzazioni dell’estrema destra sionista (movimenti Kach e Fronte della Torah, Yetshiva rabbiniche ultraortodosse, ‘fedeli del Tempio’ etc…) continuano la loro battaglia al fianco del movimento dei coloni per ritardare il ritiro da Gaza dichiarandosi pronti alla “disobbedienza civile” contro le autorità israeliane, e mentre il Primo ministro sionista, Ariel Sharon, si vede chiamato in causa quale “traditore” della patria (al pari dei suoi predecessori Yithzak Rabin e Ehud Barak), il popolo palestinese vive queste settimane nel timore che anche un piccolo incidente possa provocare quella scintilla, anche minima, che dia inizio all’incendio.
I movimenti palestinesi della “diaspora” (al di fuori dei Territori Occupati di Palestina) hanno messo in guardia i sionisti dal non “scherzare con il fuoco”. Non più di ventiquattro ore or sono il Governo israeliano ha dichiarato di esser pronto a sradicare l’organizzazione islamica della Jihad Palestinese in quanto “focolaio di terrore e instabilità”. I dirigenti della Jihad Islamica palestinese, non più di due settimane or sono, intervenendo alla tv libanese “al-Manar”, avevano accusato i sionisti di “attuare un programma diabolico volto alla completa disintegrazione dell’identità nazionale e religiosa del popolo palestinese mediante ghettizzazione”, di “procedere indistintamente, come in passato, ad arresti illegali” e di “lavorare per un nuovo conflitto nella regione al fianco dei loro alleati americani”. La posizione delle organizzazioni palestinesi al di fuori dei Territori Occupati è nota: da Hamas alla Jihad Islamica, passando per i laici FPLP, FPDLP, PCP ecc., tutti i principali movimenti di Resistenza hanno dichiarato di essere in “sintonia” con l’appello al “sostegno totale alla causa palestinese” lanciato da Hassan Nasrallah - segretario generale di Hezbollah - in occasione della Giornata della Terra Palestinese, lo scorso 30 marzo.
La situazione nella quale si trovano dunque a vivere i palestinesi, tra l’incudine dell’ANP e il martello sionista, non prospetta quei “giorni di pace” del quale ha parlato il Presidente Abu Mazen durante il suo incontro con il Presidente americano Bush alla Casa Bianca. Numerosi segnali farebbero anzi pensare che (dietro i sorrisi di facciata, i tour de force del Segretario di Stato Condoleezza Rice, e le frasi di routine) il rischio che la polveriera palestinese sia pronta a saltare nuovamente non è poi così ipotetico…
http://www.aljazira.it/





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