di José Miguel Arrugaeta
Portavoci del governo nordamericano dichiarano di seguire “attentamente” gli avvenimenti a Cuba. Il presidente degli Stati Uniti afferma che prenderà nota di quanti si oppongono ai suoi desideri sul futuro immediato del paese delle Antille. I corrotti dirigenti della Contra estremista, con residenza permanente a Miami Vice, chiamano l’esercito rivoluzionario cubano a fare un colpo di stato per il bene della nazione, mentre celebrano con fuochi d’artificio la “cronaca di una morte annunciata”. Una quantità significativa di mezzi d’informazione e di giornalisti si addentrano nello spazio virtuale della fanta-politica annunciando “ciò che avverrà” prima che accada e senza che niente indichi che accadrà.
Una vecchia e cara amica cubana mette a nudo l’intero scenario con una domanda che sembra più una risposta: “Viviamo sullo stesso pianeta?”
In realtà chi sembra seguire “attentamente” le reazioni degli Stati Uniti è il governo cubano. George W. Bush dovrebbe piuttosto prendere nota di quelli che sono a favore dei suoi desideri su Cuba per risparmiare carta e spese di personale. Nessuno sa esattamente se i proclami della Contra radicale rivolti all’esercito cubano si dirigono a colui che lo comanda, Raul Castro, o a qualcuno proveniente dallo spazio siderale. E i grandi media sembrano obbedire più a un riflesso condizionato denominato scientificamente sindrome del cane di Pavlov che alle regole, teoricamente oggettive, dei loro doveri.
Dopo quarantasette anni in cui si è tentato di tutto, con un raccolto di insuccessi degno del Guinness dei Primati, i nemici della Rivoluzione affrontano l’ora della verità senza alcuna immaginazione, carichi di risentimenti e dettagliati piani di transizione, ma dimenticando che le leggi della fisica indicano che perché qualcuno cada occorre che lo si spinga, e all’orizzonte non si osserva un punto di appoggio interno abbastanza solido.
L’ordinata e chiara trasmissione dei poteri, la tranquillità sociale, l’attivazione dei meccanismi di difesa e vigilanza per stare in guardia denotano che chi ha un chiaro piano di transizione è la rivoluzione cubana, e che il tempo gioca a favore della sua permanenza al potere. Ma, a margine di queste osservazioni del momento, occorre sottolineare che l’essenza e lo sfondo di questa situazione è che la rivoluzione diretta da Fidel costituisce dai suoi inizi un progetto di indipendenza e sovranità nazionale accompagnato da un modello di distribuzione equa dei beni sociali di fronte alla dominazione nordamericana sulla nazione antillana, che implicava l’ingiustizia sociale come sistema, e questo dilemma è assai più antico di quello legato alla persona di Fidel.
La continuità della rivoluzione garantirebbe l’indipendenza di Cuba (qualcosa di molto scarso nel mondo di oggi) e permetterebbe alla nazione cubana di attuare, quando giudicasse che è arrivato il momento, quei cambiamenti che si stimano necessari in un contesto di ordine, consenso nazionale e sovranità, lasciando comunque che il destino della rivoluzione cubana e pertanto di Cuba lo decidano i più di dodici milioni di Cubani che vivono nel loro paese, non il milione scarso di quelli che vivono fuori.
Cuba vive un momento cruciale della sua storia, i suoi abitanti sono molto coscienti di ciò. Si giocano la loro indipendenza, il loro sussistere come nazione, i loro concetti di giustizia sociale che tanto apprezzano e che formano parte della loro cultura, e mettendo da parte motivi di scontento, critica e allontanamento, si uniscono di fronte al pericolo, alle minacce e al ricatto. Rifiutano il caos sociale o lo scontro civile che vorrebbero imporgli i loro poderosi e voraci vicini del nord per mano di una minoranza cubano-americana estremista e annessionista che vuole trasformare di nuovo Cuba nel suo giardino di casa e al tempo stesso cancellare dal continente americano l’esempio e la realtà che si può costruire un modello di giustizia e distribuzione sociale al cui centro vi siano le persone e non il mercato senza volto e senz’anima.
I prossimi mesi saranno assai tesi, poiché, viste le posizioni dei nemici della rivoluzione, non vengono lasciate molte possibilità, e tutte si basano sul provocare artificialmente un incidente che permetta un intervento militare nordamericano, diretto o “umanitario”, come ora adorano chiamarlo, con tutti i pericoli che una simile opzione comporta.
José Miguel Arrugaeta è uno storico, e rifugiato politico a Cuba
Originale da gara.net
Tradotto dallo spagnolo all’italiano da Gianluca Bifolchi, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne l’autore e la fonte.





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