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Il potere di dire no

May 2nd, 2006 · Lasciare un commento (No Comments)

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di Jeff Halper*

Dopo l’insediamento del nuovo governo di Hamas presso l’Autorità Palestinese, ci si potrebbe chiedere cosa possa aver portato un popolo, il più laico tra quelli arabi, e con una scarsa tradizione di fondamentalismo religioso, a votare per Hamas. Non può essere sufficiente attaccarsi semplicemente all’incapacità negoziale di Fatah e alla corruzione interna. Se da una parte i palestinesi hanno messo in guardia Hamas sul fatto che il loro voto non costituisce un’autorizzazione ad instaurare una teocrazia sul modello iraniano in Palestina, dall’altra hanno scelto l’unica opzione rimasta ad un popolo impotente a cui era stata negata ogni altra via di uscita: la non-cooperazione.

Gandhi disse: “Come si può costringere qualcuno ad accettare la schiavitù? Io rifiuto semplicemente di eseguire gli ordini dei superiori. Possono torturarmi, rompermi le ossa e persino uccidermi. Avranno allora il mio cadavere, ma non la mia obbedienza. Alla fine, quindi, sarò io il vincitore e non loro, poichè non sono riusciti a farmi fare ciò che volevano. La non-cooperazione non è diretta contro i governanti, ma contro il sistema che loro amministrano. Le radici della non-cooperazione non si fondano sull’odio, ma sulla giustizia”.

La non-cooperazione, forse il più potente strumento di resistenza non violenta, emerge quando per gli oppressi non si profila nessun’altra possibilità di ottenere la propria libertà ed i propri diritti. Allora, dato che sono stati la comunità internazionale, gli Stati Uniti, Israele e, sì, Fatah, ad aver precluso qualsiasi via di uscita ai palestinesi, sono loro ad avere la “colpa” dell’ascesa di Hamas. E a loro è rivolto il messaggio dell’elettorato palestinese: “All’inferno con tutti voi!”.

All’inferno con la comunità internazionale, che ha ignorato l’appello dei palestinesi al diritto internazionale e alle convenzioni sui diritti umani. Se solo fosse stata applicata la Quarta Convenzione di Ginevra, Israele non avrebbe mai potuto porre le basi della sua Occupazione. Il diritto internazionale definisce l’occupazione come una situazione militare temporanea che può essere stabilita solamente attraverso dei negoziati. Di conseguenza una Potenza di Occupazione come Israele non può intraprendere alcuna azione unilaterale che renda permanente il suo controllo. Oltre alle basi militari, ogni singolo elemento dell’Occupazione israeliana è palesemente illegale: gli insediamenti e la costruzione di un massiccio sistema di autostrade percorribili solamente da israeliani che collegano gli insediamenti nel West Bank allo stato di Israele vero e proprio; l’estensione del sistema di pianificazione israeliano nelle aree palestinesi occupate; il saccheggio dell’acqua e di altre risorse palestinesi per uso israeliano; le demolizioni di case e l’espropriazione di terre palestinesi; l’impoverimento intenzionale della popolazione locale; gli attacchi militari sulla popolazione civile -per citarne solo alcuni. E non si è fatto nulla per fermare la costruzione della “Barriera di separazione” voluta da Israele neppure dopo che la Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja ha dichiarato illegale il progetto, e l’Assemblea Generale ne ha ratificato la decisione.

All’inferno con gli Stati Uniti che hanno bloccato i negoziati e la possibilità di ristabilire i diritti dei palestinesi permettendo ad Israele di rendere permanente la propria Occupazione. Nel momento stesso in cui prendeva il via il “processo di pace” di Oslo, gli Stati Uniti, sotto la spinta di Israele, hanno riclassificato le aree palestinesi da “occupate” a “contese”, cancellando, di conseguenza, il diritto internazionale come base dei negoziati e facendo mancare la terra sotto i piedi dei palestinesi. Se si fosse rispettato il diritto internazionale, l’Occupazione sarebbe terminata sotto il peso della sua stessa illegalità. Ma una volta che il potere è divenuto l’unica base dei negoziati, per Israele è stato facile sopraffare i palestinesi. Oggi come oggi i palestinesi non si aspettano niente dai negoziati. Con gli americani che appoggiano l’uniteralismo israeliano, con il veto degli Stati Uniti che ha bloccato l’Onu e qualsiasi reale possibilità di uscita, e con la passività dell’Europa, sono stati totalmente isolati.

All’inferno con Israele, che ha precluso persino la possibilità di uno Stato palestinese nei territori palestinesi. Il mondo ha ignorato la “generosa offerta” dei palestinesi ad Israele: il riconoscimento dei confini stabiliti nel 1967 in cambio di uno stato palestinese nei Territori Occupati. O, in altre parole, uno Stato israeliano sul 78% della Palestina storica con i palestinesi -oggi una maggioranza nel paese- che avrebbero accettato uno Stato solamente sul 22%. Ora ad Israele viene proposto, con il sostegno americano e la complicità internazionale, di rendere permanente la propria occupazione e relegare i palestinesi in uno stato-prigione troncato in cinque “cantoni”, tutti controllati da Israele. Niente confini, nessuna libertà di movimento, niente acqua, nessuna vera economia, nessuna Gerusalemme, nessuna possibilità di offrire un futuro di speranza alla gioventù palestinese, traumatizzata, brutalizzata, sottoistruita e impoverita.

E all’inferno con Fatah, che, oltre ad aver tollerato la corruzione, non ha perseguito fino in fondo l’agenda nazionale dei palestinesi sulla questione dell’auto-determinazione. L’Autorità Palestinese ha gestito i propri affari lontano dalla gente, senza fornire un sostegno materiale e morale alle vittime degli attacchi israeliani e alle politiche di demolizione delle case. La maggioranza dei palestinesi non ha votato per Hamas (solamente il 44% lo ha fatto), cosicchè la porta non è stata chiusa a Fatah che invece i palestinesi sperano imparerà una lezione da questa battuta d’arresto.

In sostanza il voto per Hamas non è stato affatto una chiusura, ma una dimostrazione di non-cooperazione razionale, intenzionale e potente in un processo politico che sta portando solamente all’isolamento dei palestinesi.. Hamas, caso mai, rappresenta la fermezza, il sumud, il rifiuto di sottomettersi. Quello che stanno dicendo i palestinesi è che questo conflitto è troppo destabilizzante per l’intero sistema globale per lasciarlo incancrenire: potete imporci un sistema di apartheid, incolparci delle violenze commesse mentre ignorate il Terrore dello Stato Israeliano, perseguire i vostri piani di Impero Americano o le vostre teorie di uno “scontro di civiltà”, noi palestinesi non ci piegheremo. Non coopereremo. Non parteciperemo al vostro inganno. Alla fine, a dispetto di tutto il vostro potere, sarete voi a venire a chiederci la pace.. E allora saremo pronti per una pace giusta che rispetti i diritti di tutti i popoli della regione, israeliani compresi. Ma non ci sconfiggerete.

In quanto ebreo israeliano che vede come l’Occupazione abbia eroso le basi morali della mia società e, nei fatti, di tutto il mio popolo, e in quanto cittadino di Israele-Palestina che sa che il proprio destino è intrinsecamente legato a quello dei palestinesi, io prego affinché si arrivi a una conclusione il prima possibile.

*Coordinatore dell’Icahd, Comitato Israeliano contro la demolizione delle case dei palestinesi (jeff@icahd.org).

al-awda.org

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Tags: Mondo

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