di Augusto Marsigliante
Una sala della Trasfigurazione gremita –e non poteva essere
altrimenti, considerata la rilevanza dell’evento- ha accolto i due
ospiti che hanno dato vita all’incontro, organizzato dal CPE,
riguardante la situazione politica del Vicino Oriente alla luce dei
gravi accadimenti degli scorsi mesi. Alla conferenza, dal
titolo “Geopolitica del Mediterraneo: il futuro del Libano e della
Palestina” sono intervenuti il Console Generale del Libano in
Italia, Hassam Najem, e il Presidente dell’Associazione Benefica di
Solidarietà col Popolo Palestinese, Mohammad Announ. Moderatore
della conferenza il Direttore di “Eurasia”, Tiberio Graziani.
L’introduzione di quest’ultimo ha posto l’accento in particolare
sulle caratteristiche geopolitiche del Mediterraneo: un “mare
interno” che ha visto nascere e scomparire numerose civiltà. Periodi
di guerra e di pace si sono alternati tra loro, ma da sessant’anni a
questa parte, i popoli che si affacciano sul Mare Nostrum non
conoscono pace. L’entità statuale sionista, infatti, unica al mondo
per la quale i confini non siano stabiliti una volta per tutte
(confini mobili, in continuo allargamento), persegue senza sosta
l’obiettivo della realizzazione di un “Nuovo Medio Oriente”, così
come caldeggiato dal governo di Washington.
Graziani ha quindi lasciato la parola al Console libanese. Nel suo
intervento, il diplomatico del Paese dei Cedri ha compiuto una
panoramica storica del suo paese, fino ai recenti drammatici
avvenimenti.
Da sempre terra di conquista a causa della sua invidiabile posizione
geografica, nella prima metà del secolo scorso il Libano è stato
conteso fra le principali potenze coloniali europee, in particolare
Francia ed Inghilterra. Anche il Console naturalmente considera il
1948 una data spartiacque nella storia del Vicino Oriente; da
allora, i popoli che lo abitavano da millenni, non hanno avuto
tregua.
Il terrorismo sionista nei confronti del Libano è una costante che
sovente si è ripetuta negli ultimi decenni: Sabra e Shatila, il
bombardamento di Canaa, i 150.000 morti della guerra civile
fomentata da Israele in primis, e decine di altre incursioni,
bombardamenti, provocazioni… A tutt’oggi l’entità sionista occupa
ancora alcune fattorie e villaggi nel sud del paese.
Durante i criminali bombardamenti dello scorso luglio, costati la
vita a 1400 libanesi (la maggior parte dei quali bambini, “Errore
tecnico” secondo il primo ministro sionista Olmert), ricorda il
Console, non sono state risparmiate le terribili “bombe a grappolo”
che continuano a mietere vittime a più di tre mesi dal termine
dell’aggressione. Vale la pena aggiungere che Israele, quarta
potenza militare mondiale, e unica legibus soluta, dotata di oltre
200 testate atomiche –mai dichiarate- non si è fatta scrupolo,
aggredendo un paese che dispone di un potenziale militare inferiore
di circa 500 volte, di utilizzare altre armi vietatissime dalla
Convenzione di Ginevra, come quelle al fosforo. A tutto ciò va
aggiunta la distruzione completa di 73 ponti, centrali elettriche,
aeroporti, porti, e l’interruzione delle principali vie di
comunicazione del paese.
Il diplomatico ha poi ricordato le centinaia di Libanesi ancora
detenuti nelle carceri sioniste e inoltre la necessità che, essendo
il Paese dei Cedri uno Stato pienamente indipendente e sovrano, sia
esso stesso a decidere il proprio destino, senza interferenza di
chicchessia, men che meno da parte di Israele. Un chiaro riferimento
alle continue intrusioni negli affari interni libanesi da parte di
potenze straniere in merito alla questione del disarmo di
Hizbollah.
“E’ ora che in Libano e in tutto il Vicino Oriente” ha concluso
l’ambasciatore” torni a risplendere la pace –Salam-”.
E’ stata quindi la volta di Mohammad Hannuon, il quale, in un
accorato intervento, ha elencato le cifre dell’Olocausto
palestinese: un vero e proprio genocidio, portato avanti con fredda
e spietata determinazione. Oltre 4.000 morti palestinesi dall’inizio
della Seconda Intifada, un Palestinese su tre è stato almeno una
volta in carcere –si consideri che ai fini di legge un Palestinese è
considerato maggiorenne al compimento dei 15 anni, a differenza dei
giovani israeliani che maturano in più tarda età, 18 anni-, in ogni
casa almeno una persona è stata assassinata dall’entità sionista o
si è immolata per la Causa. Di fronte a tutto ciò, sottolinea
Hannoun, il diritto alla Resistenza per un popolo, così come sancito
anche dall’ONU, è per il popolo palestinese del tutto legittimo, di
più, sacrosanto. E’ anche, ha specificato, una questione di cultura:
chi vuole la pace deve anche impegnarsi concretamente, e non solo a
parole, per il suo effettivo raggiungimento.
Da parte palestinese, si arrivò perfino a rinunciare all’80% dei
territori, a beneficio dell’entità sionista, pur di ottenere una
pace duratura. Ma poiché nel progetto del “Nuovo Medio Oriente” non
è prevista la sopravvivenza di un solo palestinese né tanto meno la
creazione di un’entità statuale, la carneficina prosegue. Così
quello palestinese continua ad essere un popolo senza terra, e
Israele continua ad arrogarsi il diritto di spostare arbitrariamente
i propri confini, come se attorno all’entità sionista ci fosse solo
un grande deserto. E di decidere unilateralmente piani di
pace, “Road Map”, costruzioni di muri, e così via. Senza contare
centinaia di risoluzioni ONU sistematicamente violate come fossero
carta straccia; l’unico paese insomma ad essere al di sopra del
diritto internazionale. Diventa quindi doveroso denunciare
l’ennesima atrocità come il massacro di 19 Palestinesi avvenuto
pochi giorni or sono. Alla fine di tutto questo discorso, risulta
chiaro quindi che è Israele a non volere la pace, perché questa
Cultura è totalmente estranea al governo di Tel Aviv.
In chiusura, i relatori hanno risposto alle questioni poste loro da
un pubblico numeroso ed interessato. Fra gli altri, l’accorato
appello di un giovane libanese al rappresentante palestinese,
affinché si raggiunga quell’unità interna necessaria a fronteggiare
un comune e potente nemico;
e l’intervento di Alessandra Colla, direttrice di “Orion”, che ha
stigmatizzato la profonda differenza che intercorre tra Resistenza e
terrorismo: nella distorta percezione comune –alimentata dai media
addomesticati-, un martire che combatte per la Causa del suo Popolo
è considerato un terrorista, mentre l’esercito occupante un paese
straniero viene legittimato dal fatto stesso di indossare una divisa
e di portare la pace e la democrazia –con l’aiuto di fosforo bianco
e uranio impoverito-. Si arriva perciò all’assurdo logico e
semantico di considerare eroe un mercenario italiano morto in Iraq
al soldo di qualche “agenzia di sicurezza”, e all’opposto
considerare terrorista chi combatte l’oppressore facendosi saltare
in aria a un posto di blocco o al passaggio di una pattuglia.
Si è così concluso quest’importante appuntamento organizzato dal
CPE, ennesima occasione per poter analizzare il presente momento
storico con lucidità e consapevolezza. Un’opportunità sempre più
rara, in tempi di pensiero unico.
Le foto della conferenza sono reperibili su www.cpeurasia.org





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