Agitando lo spauracchio iraniano-sciita, Washington sta cercando di legare ancor più a sé i paesi arabi –sunniti– del Golfo, la Giordania e l’Egitto, da un lato per imbarcarli nella «crociata contro il terrorismo» e convincerli ad abbandonare al loro destino i palestinesi e la resistenza irachena e dall’altro a sostenere il tentativo americano-francese –tramite la Hariri Inc. l’ultradestra libanese e Walid Jumblatt– di disarmare la resistenza libanese e palestinese e portare al potere in Siria, al posto dell’attuale regime alawita-sciita del presidente Bashar, l’ex vicepresidente sunnita Abdel Halim Khaddam e i fratelli musulmani. Quasi un risarcimento di Washington ai sunniti per aver dato agli sciiti la Mesopotamia.
Siria. In un discorso registrato, il capo di al Qaeda in Mesopotamia, Abu Musab al Zarqawi, differenziandosi da quanto sostenuto dallo stesso Bin Laden, ha invitato i sunniti a portare avanti una vera e propria crociata contro gli sciiti non solo in Iraq (contro ogni ipotesi di unità nazionale per combattere le truppe straniere) ma anche –in questo in perfetta sintonia con i piani di USA e Francia– contro la resistenza libanese degli Hezbollah, della quale ha chiesto il disarmo. Hezbollah - dice al Zarqawi - sarebbe diventata «lo scudo che protegge l’esercito sionista dagli attacchi dei mujaheddin in Libano».
Libano. Cresce la tensione nel paese. Venerdì scorso l’uccisione, a Sidone, con un’autobomba, di due esponenti della Jihad islamica. Giovedì sera, una trasmissione satirica alla televisione libanese Lbc (vicina al leader delle falangi cristiano-maronite di estrema destra, Samir Geagea) nella quale si metteva in ridicolo il segretario degli Hezbollah, sheik Hassan Nasrallah, ha dato fuoco alle polveri. Migliaia di giovani sono scesi in piazza nella periferia sud di Beirut, a maggioranza sciita, bloccando per ore le strade che vanno verso l’aeroporto. I manifestanti si sono diretti poi verso la centrale piazza dei martiri e si sono scontrati con i militanti della destra falangista guidati dal figlio di Amin Gemayel, Sami, a rue Monot. Sassaiole e incidenti anche sulla linea di confine con il quartiere di Ain Rumaneh. Solamente il dispiegarsi dell’esercito lungo la “linea verde” che divideva in due la capitale libanese durante la guerra civile (1975-1990) e gli appelli alla calma dello stesso Nasrallah, hanno evitato, per ora, il peggio.
Libano. Lo sheik Naim Qassem, vice-segretario di Hezbollah, in un intervista concessa a Stefano Chiarini del Manifesto ha dichiarato: “L’Europa dovrebbe riflettere sull’ultimo messaggio di Zarqawi che si rivolgeva non più solo agli iracheni ma agli abitanti dell’intera area del Bilad as-Shams, dall’Iraq alla Siria, dalla Palestina alla Giordania, perché testimonia un progetto per un nuovo Medio Oriente, teoricamente opposto, ma che in realtà si interseca ed è convergente con quello Usa della «distruzione creativa» degli stati della regione, tanto che le due parti, facendo leva sul terrore e la paura, finiscono per rafforzarsi a vicenda a spese dei nostri popoli. Di fronte a questa drammatica situazione l’Europa dovrebbe scegliere tra il caos provocato da queste teorie dello scontro di civiltà, che si alimentano del rifiuto dell’Altro, delle occupazioni, delle minacce di interventi militari, degli scontri etnici e confessionali e invece la politica, il dialogo, il rispetto e l’autodeterminazione dei popoli, a cominciare da quella del popolo palestinese”.
Lo sheikh Naim Qassem, che ha ricevuto Chiarini nel suo studio nel quartiere di Haret Reik, coloratissimo, per l’occasione dei Mondiali di calcio, di bandiere dell’Italia e, in misura minore, della Germania e del Brasile, dice: “Il sostegno acritico ad Israele e ai suoi progetti di occupazione e di oppressione o il soffiare sul fuoco degli scontri etnici o religiosi per destabilizzare questo o quel paese, le tesi dello scontro di civiltà, l’assedio alla Siria e all’Iran, il tentativo di usare le risoluzioni dell’Onu per imporre la volontà Usa ai nostri popoli, il parlare di democrazia senza riconoscere il legittimo governo di Hamas, non fanno altro che favorire il caos e portare acqua alle tesi di al Qaida. L’Europa deve rendersi conto che senza giustizia non ci potrà essere pace nella regione e che i progetti Usa sono incompatibili con la giustizia e quindi con la pace”.
Come giudica la politica Usa nel Medioriente?
“Washington ha tre obiettivi: controllare il petrolio, far sì che Israele resti l’unica potenza regionale accettata e legittimata da tutti a spese dei palestinesi ed infine ottenere una sorta di mandato sui governi della regione. A cominciare dal nostro. Basti vedere come Washington interferisca nella sovranità libanese anche nei più piccoli particolari: Il Consiglio di sicurezza - cieco di fronte alle violazioni israeliane - si è occupato negli ultimi anni sempre più spesso di noi con ben nove risoluzioni per imporci il disarmo della resistenza islamica (ris. 1559), e il tipo di rapporto da avere con il nostro vicino siriano (risoluzione 1680). Bush parla di democrazia, elezioni, partiti, di stampa libera e sta destabilizzando un paese come il Libano che, in qualche modo, gode di tali diritti dal 1943 e che ha sempre costituito uno spazio di libertà in tutto il mondo arabo”.
Non pensa che queste politiche, sostenute da alcuni settori del governo, possano pericolosamente aggravare i contrasti confessionali?
“Non c’è dubbio ed è per questo che noi diamo la massima importanza al dialogo tra comunità, fedi e partiti. In Libano nessuna setta, orientamento politico, o regione può pensare di governare senza o contro le altre. Se in Libano c’è una certa stabilità lo si deve a questa politica di dialogo che Hezbollah porta avanti con il sostegno di almeno i due terzi del paese. Accanto a noi abbiamo oggi il movimento di Michel Aoun sostenuto dal 70% della comunità cristiana, numerosi altri esponenti cristiani, laici o drusi, e buona parte della comunità sunnita. Una maggioranza che non si riflette però nel parlamento e nel governo a causa della legge elettorale e delle particolari circostanze nelle quali si svolsero le elezioni (le prime dopo la morte di Hariri - ndr). Da qui l’attuale situazione di stallo per superare la quale invece di una crisi al buio, pericolosissima, chiediamo un allargamento del governo al movimento di Aoun. Una vera unità nazionale”.
Uno dei punti centrali di dissenso con gli Usa e non solo con loro, è la richiesta di un disarmo della resistenza libanese …
“Il Libano è stato sempre minacciato e attaccato da Israele, sin dal 1948, ed è stato occupato dal ‘78 al 2000 senza che nessuno facesse rispettare la risoluzione dell’Onu 425 sul ritiro israeliano. Se Israele ha lasciato gran parte del nostro territorio lo si deve alla resistenza. E se il Libano non sarà colpito di nuovo lo dovrà alla deterrenza che siamo riusciti a creare sul confine. Nessuno può toglierci il diritto di difenderci e di liberare la zona delle fattorie di Sheba ancora occupata e nessuno vuole o può garantirci che Israele non ci attaccherà più. La resistenza potrà si operare a fianco dell’esercito regolare, ma di disarmo per il momento non se ne parla”.
(da “il manifesto” del 18/6).





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