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Le opposizioni ”unite” sull’Iraq per meglio servire lo zio Sam

March 23rd, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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Vorrei correggere un’impressione falsa che forse negli ultimi giorni si è creata nel pubblico italiano a proposito della sua classe politica. E’ per la questione dell’Iraq, dove dopo mesi di distinguo e tortuosità varie le opposizioni si sono accordate su una linea comune contro il governo: mentre questo intende lasciare in quel Paese il corpo di spedizione italiano di 3.200 soldati per tutto il tempo necessario, e cioè in pratica sino a quando lo desiderano gli USA, le opposizioni chiedono invece che i soldati siano ritirati, “a meno che gli USA non compiano in Iraq entro brevissimo tempo un passo indietro“.

Sembrerebbe che la metà, quasi, del Parlamento italiano abbia assunto una posizione non dico antiamericana, ma almeno contraria alla politica USA. Sarebbe la prima volta dal 1945, e cioè da quando l’Italia sconfitta in guerra divenne una neo colonia e gli USA, lasciandovi entrare solo utili idioti ( molti ), utili venduti ( diversi ) e utili convinti ( alcuni ), selezionarono una classe politica il cui collaborazionismo era a prova di bomba. Così a partire dal 1945 il Parlamento italiano è sempre stato costituito da elementi i quali, nel mentre che nelle apparenze e nelle parole si dilaniavano in dibattiti ideologici e politici che più spregiudicati non si poteva, nella realtà e nei fatti ben si guardavano dal travalicare gli steccati stabiliti dall’Ambasciata USA.

Era così anche in quel periodo che sembrò di rivolta contro gli USA, alla fine degli anni Sessanta per la guerra del Vietnam: gli slogan contro gli USA lanciati dall’opposizione - allora monopolizzata dal PCI - erano di fuoco, sì, ma solo perché, dato che non avevano effetti pratici, erano tollerati dal Padrone. Questa volta invece non si tratta di slogan in libertà, buoni per fare bella figura in casa e ininfluenti all’estero, ma di concrete proposte che possono benissimo trovare attuazione, come la Spagna ha dimostrato. Allora, ci si chiede, cosa sta succedendo? Davvero la metà o quasi del Parlamento italiano si è schierata contro l’America? Possibile che in questa terra di opportunisti striscianti e servili si stia verificando una ribellione al Padrone, e proprio nel momento in cui il medesimo lungi dall’essere finito nella polvere è all’apogeo della sua potenza?

1. Ma certo che no. Illuso chi ha anche solo sfiorato col pensiero una tale eventualità, che appunto è solo una falsa impressione. Ha chiarito tutto l’on. D’Alema, alla puntata di “ Porta a porta “ di martedì 25 maggio c.a. 2004. Qui il conduttore Vespa ha chiesto al Presidente del partito dei Democratici di Sinistra ( DS, il nuovo nome del PCI d’una volta ) quale fosse in concreto quel “passo indietro“ richiesto agli USA. Ebbene, ha scandito D’Alema, il passo indietro consiste in questo: che gli USA ritirino le loro truppe dalle città e le confinino nelle basi militari che già si sono procurate nel Paese (attualmente ben sei, enormi); a quel punto, ha continuato, i DS - e verosimilmente tutti gli altri del “ fronte del no “ a cominciare da Bertinotti e Diliberto - avrebbero aderito ad una risoluzione dell’ONU che avesse avocato a sè il compito di mantenere l’ordine nel Paese, ed avrebbero acconsentito a lasciare in Iraq, a quel punto sotto le insegne dell’ONU, i 3.200 soldati italiani già presenti, o anche a mandarne ancora di più.

Capito il trucco? Ma certo che sì. Lo scenario evocato da D’Alema come “passo indietro“ degli USA è esattamente quello che si proponevano gli stessi USA quando - dopo la verifica fatta eseguire alla coppia Annan-Blix che non esisteva il pericolo di essere respinti a forza di bombe chimiche e batteriologiche come nel 1991 - hanno attaccato l’Iraq nel marzo del 2003. A parte gli scopi diciamo così morali (vendicarsi del 1991; eliminare un dannoso esempio di Paese del Terzo Mondo con una gestione socialitaria ed efficiente), gli USA vogliono dall’Iraq solo due cose: vogliono il suo petrolio (e le piantagioni di palme da dattero ed altro che dobbiamo trascurare per non appesantire il discorso), e vogliono disporre di basi militari sul posto da utilizzare come trampolini di lancio per aggredire i confinanti Siria e Iran (entrambi i quali fra l’altro - si butti un occhio su una carta geografica - con la presa dell’Iraq si vengono a trovare completamente circondati dagli USA e dai loro Ascari regionali) e per approssimarsi al Caucaso, vera e fatidica porta della Russia, Caucaso dove via Turchia e Georgia gli USA stanno già alimentando da anni la guerriglia in Cecenia.

Naturalmente le basi servono poi anche per proteggere i campi petroliferi, gli oleodotti e tutti gli altri business acquisiti in Iraq: i contratti relativi, stipulati con l’attuale governo fantoccio, dal punto di vista giuridico sono sicuramente al di fuori della portata di qualunque governo iracheno “popolare“ e “sovrano“ che possa sopraggiungere (ad esempio, perché prevedono durate di… secoli), ma si sa che senza la forza i contratti contano poco.

Il resto dell’Iraq - le sue città, il suo popolo, i suoi cammelli - agli USA non interessa, per loro è solo un peso. Un peso che però qualcuno deve controllare, perché non minacci l’acquisito, cioè il quanto sopra specificato. Chi incaricare? Da tempo gli USA hanno indicato la loro scelta: contingenti militari e civili forniti da Paesi terzi e raccolti nel quadro di una missione ONU. E’ in effetti la soluzione già abbozzata in Iraq, dove assieme a quelle statunitensi sono presenti le truppe di altri 29 Paesi. Si tratta di perfezionare la configurazione: ottenere l’aumento di quelle truppe sino a compensare il ritiro o significativo ridimensionamento di quelle USA e riunirle sotto un mandato formale dell’ONU, che costituirebbe la copertura giuridica dell’occupazione mentre per quanto riguarda la copertura morale ci penserebbe la Chiesa Cattolica Romana. Un obiettivo non irraggiungibile: con Annan e Wojtyla l’ONU e il Vaticano sono al più totale servizio degli USA, e manca solo di convincere altri Paesi per completare lo schieramento sul campo.

Fra l’altro mi sembra di poter dire che quello appena illustrato è il modello che gli USA intendono adottare in futuro per tutte le loro aggressioni-rapina: attaccheranno direttamente loro in prima persona, eventualmente assieme alla Gran Bretagna e a qualche altro “intimo“; occuperanno i luoghi che premono - qualche base militare e le fonti delle risorse che intendono rapinare, pozzi, miniere, bacini idrici ecc.; e per controllare il resto, ridotto a città semidiroccate, impianti malfunzionanti e territori senza pregi dove si aggirano masse umane in fase di decivilizzazione, manderanno una missione “ umanitaria “ dell’ONU formata da truppe di Paesi così onorati come l’Italia e il Guatemala, e benedetta dai soliti figuri, chi in abiti civili e chi vestito da mago Otelma. Una procedura spettacolosa, elargitrice di profitti fantastici, virtuosa in facciata, e di costo pressoché nullo perché i partecipanti alla missione “di pace“ dell’ONU al solito sosterranno in proprio le loro spese, salvo essere compensato qualcuno con contratti commerciali agevolati. Chi obietta che una procedura del genere - invero una messinscena planetaria indecorosa e pervertita, che vede alleati nel tormentare l’umanità quegli enti sinora ritenuti i suoi più alti difensori - non può riuscire perché si basa troppo sulla stupidità degli uomini, non ha che da attendere.

Tornando all’Iraq, è chiaro che tale procedura - che ancora è nuova, non sperimentata - non poteva essere applicata d’acchito, ma andava preparata con somma cautela ed enorme astuzia, ed anche accettando delle perdite. Così appena dichiarata la vittoria, gli USA diedero a intendere che volevano controllare direttamente il territorio, sia pure assieme ai 29 Paesi. Ma si guardarono bene dal pacificarlo. Avrebbero potuto farlo facilmente. Gli USA hanno compiuto decine e decine di occupazioni militari e ogni volta sono stati capaci di creare governi locali collaborazionisti: sanno come si fa, e gli italiani a partire dal 1945 possono testimoniarlo. La prima cosa da fare è di mantenere intatto l’Esercito del Paese vinto, guadagnandosene la fedeltà con gli stipendi, cosa che appunto gli USA hanno sempre e immancabilmente fatto, ma guarda caso in Iraq Bremer non volle. Era divertente ascoltare gli esperti italiani - politici, militari, diplomatici ecc - che criticavano quella sua decisione: lo facevano con soddisfatto zelo ma ad occhi bassi, con l’umiltà e l’imbarazzo finti del servo che sta rendendo pubblica una mancanza di un padrone potente e per altri versi sicuramente meritevole. Quei machiavellastri di quarta categoria erano convinti - e ancora lo sono, certo - di essere di fronte ad un’altra marchiana corbelleria statunitense, all’ennesima dimostrazione di dabbenaggine del colosso a stelle e strisce, di quel colosso boccalone che, lasciano intendere, proprio di gente come loro avrebbe bisogno. Invece fra tutti il Machiavelli è solo lo Zio Sam, che probabilmente ha sostituito Gardner con Bremer proprio perché il primo non aveva saputo creare tanto malcontento. Bremer invece ci è riuscito benissimo, e in effetti nessuno ha mai minacciato di rimuoverlo nonostante la gestione apparentemente fallimentare. Da tenere presente che una grande spinta a questo malcontento è venuta dalle torture praticate su larghissima scala nei lager statunitensi (come quello di Abu Ghraib), dove venivano rinchiusi a centinaia dei malcapitati qualunque. Il malcontento serviva per provocare la guerriglia e gli attentati, e cioè quello stato di caos, precarietà e barbarie, e insieme di incapacità amministrativa civile degli USA, che sembra richiedere come scontata conseguenza - in nome dell’umanità! - la cessione dell’incombenza all’ONU, mentre sarà considerato un successo l’essere riusciti a convincere gli USA a ritirarsi nelle loro sei basi.

Ed ecco spiegata la posizione delle nostre opposizioni parlamentari “unite“ sull’Iraq. Non è affatto una posizione contraria agli USA, anzi. Fra l’atteggiamento di Berlusconi, troppo platealmente servile e quindi così insincero da far sospettare d’essere moralmente sbagliato, e quello di D’Alema, io credo che Bush preferisca il secondo: sembra antiamericano, e quindi sembra sincero, ma va dritto dritto nella direzione voluta dallo Zio.

Detto tutto questo, forse per chiarezza dovrei esporre quale davvero sarebbe una posizione antiamericana da tenere sull’Iraq. E’ presto detto. Sarebbe la posizione della giustizia, cui ho già accennato in un mio recente articolo ( “Considerazioni sull’attentato di Madrid dell’11 marzo 2004“, 22/03/2004 ): senza giustificazione valida gli USA assieme a GB, Australia e Polonia hanno attaccato l’Iraq, ammazzando, ferendo e invalidando molte decine di migliaia di persone, rovinando il Paese e così continuando, e ora ciò che devono fare non solo è andarsene, ma devono anche pagare per il male fisico e i danni materiali commessi: ci sono cifre astronomiche da rifondere, e molte migliaia di responsabili da consegnare a Tribunali penali per la giusta pena, a cominciare dai capi politici e militari dei quattro Paesi suddetti. Poi ci sono i 29 Paesi che dopo la conquista hanno accettato di aiutare i Quattro a opprimere l’Iraq, fra i quali c’è anche l’Italia. Anche per questi giustizia vuole che ci siano pagamenti di danni e processi penali.

Questa sarebbe giustizia. Certo, la giustizia è una chimera. Qualche volta però arriva.

2 giugno 2004
John Kleeves

Area_Bin_Aria

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Tags: Mondo · Politica

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