di Claudio Moffa
I legali dell’ex rais attaccano: a Baghdad rischiamo la vita, i testimoni hanno paura e il tribunale speciale è illegittimo e prevenuto perché imposto e controllato dagli americani. Per fare davvero giustizia bisogna spostare le udienze in un paese neutrale. Per esempio in Italia.
Il 13 dicembre 2003 gli americani diffusero le foto della cattura di Saddam Hussein: la barba lunga, i capelli arruffati, il volto stralunato, probabilmente sotto l’effetto di psicofarmaci o droga. Sembrava la fine del dramma iracheno e invece non fu così. È stato anzi l’inizio di una guerra interna sempre più cruenta, che oggi colpisce soprattutto i civili iracheni.
Quasi due anni fa si è aperto il processo, auspicato come “equo” dall’opinione pubblica internazionale, ma che sta suscitando critiche in tutto il mondo: tre avvocati della difesa assassinati, accuse di abusi procedurali, un teste decisivo come l’ex vicepresidente Tarek Aziz che polemicamente si presenta in aula in pigiama perché, sostengono i familiari, gli americani gli avevano preso tutti i vestiti per impedirgli di andare a testimoniare a favore del suo presidente.
Soprattutto dopo la richiesta di condanna a morte di Saddam Hussein da parte dell’accusa, il tribunale speciale di Baghdad è diventato un caso giuridico. Ad Amman Panorama ha parlato con Ziad Najdawi, avvocato del rais protagonista in aula di diverbi con i giudici sulle responsabilità del suo assistito, che in questa intervista contrattacca tirando in ballo l’Iran, forse contando sulle cattive relazioni tra la repubblica islamica e l’Occidente.
“Parliamoci chiaro, l’Iran non dovrebbe essere lasciato fuori dagli episodi contestati. A Dujail (scheda a destra, ndr) ci fu un tentativo di assassinio del presidente da parte di un gruppo sciita: si svolse un regolare processo e, sulla base delle leggi irachene, ci furono condanne a morte e assoluzioni.
L’Iran era coinvolto in questo attentato. Quanto ai gas di Halabja, anche in questo caso le indagini hanno dimostrato che sono stati utilizzati dagli iraniani. Abbiamo depositato la documentazione, ma tribunale, Stati Uniti e inglesi non l’hanno presa in esame.
I giudici di Baghdad non le sembrano in grado di ricostruire la verità?
Human rights watch, Amnesty international, l’Alto consiglio dei diritti umani dell’Onu hanno ammesso che ci sono troppi errori in questo tribunale. I giudici sono prevenuti, sono quasi tutti sciiti o curdi. Le accuse, selezionate, sono fatte apposta per favorire la guerra civile. Cento consiglieri americani controllano tutto. E poi c’è il problema di fondo: il tribunale è illegittimo.
Perché dice illegittimo?
Perché la corte è stata istituita dagli americani, che secondo le risoluzioni Onu sono una forza occupante. La Convenzione di Ginevra prevede che ogni cambiamento di legge introdotto in regime di occupazione è illegittimo, e il tribunale ha uno statuto in cui sono stati introdotti articoli di legge copiati dalla Corte penale internazionale, inesistenti prima in Iraq. Hanno tradotto in arabo una legislazione non irachena e pretendono che questo sia legittimo.
Le organizzazioni umanitarie hanno sollevato anche il problema del diritto della difesa a esercitare il proprio mandato: perché?
Gli abusi sono continui: quando il presidente inizia a parlare, i giudici cercano di zittirlo. “E allora cosa ci sto a fare qui?” risponde Saddam. Persino a noi avvocati la corte ogni tanto proibisce di parlare, contro ogni procedura. Il primo giudice era un ragazzino inesperto di fronte a cui giganteggiava la figura di Saddam Hussein. Positivo per noi sul piano dell’immagine, ma gravissimo sul piano processuale. Ma fondamentale è la questione della sicurezza, tre avvocati uccisi dall’inizio del processo. Nessuno di noi è al sicuro in Iraq.
Tutti i giorni ci sono bombe e attentati. Ci è capitato più volte di essere minacciati all’aeroporto di Baghdad da persone che ci avvicinavano avvertendoci che se continuavamo a difendere Saddam avremmo fatto una brutta fine. Nemmeno la zona verde è sicura. I testimoni hanno paura. E quando non puoi neppure camminare tranquillo per andare in tribunale, si viola il primo principio di una giustizia libera: la garanzia di operare in una situazione di sicurezza e tranquillità per entrambe le parti.
Che cosa si può fare?
Bisogna uscire dall’Iraq. Lo abbiamo suggerito al presidente: dobbiamo andare via da Baghdad e dall’Iraq. Lui ci ha risposto: “Sono nato in Iraq e morirò in Iraq, non voglio lasciare il mio paese”. Noi dobbiamo rispettare innanzitutto la volontà del presidente. Ma abbiamo bisogno di un posto sicuro e pacifico, ed egli è d’accordo con noi.
Sarebbe giuridicamente possibile?
Senz’altro. Noi sosteniamo che il tribunale speciale opera in violazione dei diritti dei prigionieri di guerra. Ma tutti gli imputati e soprattutto Saddam Hussein, comandante delle forze armate irachene al momento della cattura da parte degli americani, sono prigionieri di guerra. Come tali possono essere affidati, in base alla Convenzione di Ginevra, a una potenza neutrale.
Questo vuol dire che Saddam potrebbe essere trasferito assieme agli altri imputati in un altro paese?
Per noi il primo obiettivo è rispettare i desideri del presidente. Nello stesso tempo bisogna avere una visione di insieme, che tenga conto dell’impossibilità di esercitare in Iraq il diritto di difesa. Noi stessi gli abbiamo suggerito altri luoghi: Roma, Qatar o Ginevra. E questo si può fare, non serve una risoluzione delle Nazioni Unite, basta che gli americani si convincano a farlo.
Non importa neppure se il processo debba poi continuare o no, l’importante oggi è andare via dall’inferno di Baghdad. Ogni giorno muoiono in Iraq dalle 20 alle 100 persone. Ci serve aiuto: si stanno muovendo alcune organizzazioni umanitarie, ma si tratta di tradurre questi contatti in azioni concrete.
Lei definisce Saddam Hussein presidente dell’Iraq. È un omaggio dovuto al suo cliente?
Noi avvocati riteniamo che l’aggressione perpetrata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna sia illegale perché non decisa dall’Onu, e tutto quel che ne è seguito è illegale. Questo significa che, secondo il diritto internazionale, Saddam Hussein resta il presidente legittimo dell’Iraq.
Fonte: Panorama

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