…Destabilizzare il Libano per colpire Damasco
Il Vicino Oriente fa gola, si sa. La vicenda dell’Iraq ce lo dimostra quotidianamente con la guerra che gli americani hanno scatenato per appropriarsi delle sue riserve petrolifere. La presenza di Israele al centro di quest’area, poi, rende qualunque evento accada nei Paesi circostanti parte di un processo più ampio. L’invasione della Mesopotamia si inscrive così in un ampio progetto che mira alla creazione di un cordone di sicurezza attorno all’entità sionista, strettissima alleata della Casa Bianca grazie ai potenti gruppi di pressione che agiscono a tutti i livelli nella politica di Washington.
Le pressioni più volte attuate nei confronti della Siria e, di conseguenza, le ingerenze nei rapporti tra Damasco e il Libano fanno parte di questa strategia. L’accordo di “riconciliazione nazionale” di Taef, stipulato nel 1989 tra questi due Paesi, costituisce, in quest’ottica, un ostacolo al controllo statunitense dell’area. Con questo patto bilaterale venne posta la parola fine ai 15 anni di guerra civile libanese riconoscendo ufficialmente la presenza della Siria in Libano, iniziata nel 1976 quando Damasco inviò circa 30.000 soldati a Beirut come parte della missione di pace della Lega Araba. Il legame si è poi rafforzato nel 1991 con il “Trattato di fraternità, amicizia e cooperazione” in base al quale la Siria ha confermato la sua presenza in Libano con 16.000 militari stanziati nel Paese. Accordi tra Paesi sovrani quindi, e non occupazione come invece sostiene da tempo l’amministrazione americana, appoggiata dall’Onu.
Il 21 settembre scorso, però, unità militari siriane hanno iniziato un parziale ridispiegamento lasciando le loro posizioni a sud di Beirut, per tornare in patria. La risoluzione 1559 dell’Onu, caldeggiata da Stati Uniti e Francia, aveva infatti ‘esortato’ Damasco a ritirare il proprio contingente militare dal Libano, mentre ‘consigliava’ a Beirut l’elezione di un nuovo presidente. All’indomani del voto alle Nazioni Unite il parlamento libanese aveva varato un emendamento costituzionale per estendere di tre anni il mandato del presidente Emile Lahoud, in ottimi rapporti con Damasco, e questo non rientrava certamente nei piani stabiliti dallo studio ovale per il futuro del Libano. Quattro ministri del governo di Rafik Hariri si erano dimessi immediatamente aprendo una crisi culminata il 20 ottobre scorso con le dimissioni del premier libanese.
L’ingerenza delle Nazioni Unite e le intromissioni nelle relazioni politiche tra Libano e Siria sono quindi proseguite con nuove sollecitazioni e minacce di sanzioni nei confronti della Siria (peraltro già sotto embargo americano con il Syrian accountability act) e le pressioni internazionali hanno trovato in Libano una sponda nell’opposizione parlamentare, che da tempo chiedeva il ritiro dei siriani da Beirut. A questi reclami si era unito negli ultimi mesi, uscendo allo scoperto, proprio Rafik Hariri, da tempo considerato uno dei sostenitori occulti della linea politica, emersa in alcuni ambienti libanesi, di progressiva presa di distanza dalla Siria. Difatti l’ex primo ministro era sospettato di non essere stato del tutto estraneo alla risoluzione 1559 dell’Onu. Una politica foraggiata e sollecitata dagli Stati Uniti in chiara contrapposizione a Damasco specie in vista delle elezioni che a maggio rinnoveranno la dirigenza libanese.
E’ chiaro, quindi, che chi ha pianificato e portato a termine l’assassinio di Hariri sapeva perfettamente su chi si sarebbero concentrati dopo i sospetti. Gli immediati commenti statunitensi sono infatti andati a toccare quella che Washington definisce “l’occupazione siriana” del Libano.
”Condanniamo questo attacco brutale nei termini più forti possibile”, ha detto il portavoce della Casa Bianca, Scott McClellan, ricordando come l’ex primo ministro abbia ”lavorato instancabilmente per ricostruire un Libano libero, indipendente e prospero a seguito della guerra civile e dell’occupazione straniera”. ”L’assassinio di oggi - ha sottolineato McClellan - ci ricorda terribilmente che il popolo libanese deve poter perseguire le proprie aspirazioni e determinare il proprio futuro politico, libero dalla violenza e dall’intimidazione e libero dall’occupazione siriana”.
Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente francese Jacques Chirac, amico di Hariri e sostenitore dalla risoluzione 1556 assieme agli Usa. Finito il periodo delle invettive contro gli americani che invadevano l’Iraq, Chiraq ha plaudito alle elezioni del 30 gennaio come ad un passo importante verso la ‘democrazia’. Oggi quindi può permettersi di ingerire con più tranquillità nelle vicende libanesi, da sempre nei suoi interessi. Addirittura, Chirac ha chiesto l’intervento internazionale: “La Francia condanna con forza questo crimine e chiede che sia avviata senza indugi
un’indagine internazionale per chiarire circostanze e scoprire i mandanti”, si leggeva ieri in una nota diffusa dalla presidenza. La nota della presidenza della Repubblica si conclude con un ”omaggio” ad Hariri, ”colui che ha incarnato la volontà di indipendenza, libertà e democrazia del Libano”. Ora le ‘democrazia’ è anche una priorità francese…
Non serviranno le affermazioni del presidente siriano a placare la smania ‘democratizzatrice’ degli Stati Uniti e dei novelli moralizzatori francesi. Bashar al Asad ha definito “un terribile atto criminale” la strage di Beirut esortando poi il popolo libanese a dare prova di unità respingendo “quanti vogliono creare problemi e divisioni”. Un inequivocabile riferimento alle vicinissime elezioni che a maggio dovranno rinnovare il parlamento libanese e alle manovre internazionali che mirano ad influenzarle.
Alessia Lai
Rinascita, 15 febbraio 2005





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