I coloni non ci sono più. A Gaza si costruisce il futuro: case,
alberghi, strutture. Si pensa al nuovo nome da dare alla città. E
all’incubo Al Qaeda
di Barbara Schiavulli da Gaza City
La prima cosa da fare sarà trovare un nome. Per la città (o le città)
che sorgerà sul pezzo di terra evacuato delle 21 colonie di Gaza. Non
sarà un’impresa facile. Come non sarà l’intero percorso che dovrà
affrontare l’Autorità Palestinese per far sorgere dalle macerie un
mini-Stato.
Mille progetti rimbalzano, dal contadino che sogna una
casetta con le pareti non forate dai proiettili dei coloni e una serra
tutta sua dove coltivare pomodori, ai grandi alberghi immaginati dalle
società di costruzioni di Gaza. Arafat City, per gli uomini del rais,
morto l’anno scorso senza vedere la sua Gaza tutta unita; Yassin City,
invece, per gli uomini di Hamas, in onore del loro leader spirituale
ucciso da un attacco mirato dell’esercito israeliano. Ma c’è anche
chi, grato agli investitori, vorrebbe dedicare paesi e strade, magari
al re Abdallah di Giordania, ma non al presidente americano George
Bush che, comunque, per la ricostruzione è pronto ad elargire decine
di milioni di dollari. È certo, invece, che sarà dedicata al
presidente degli Emirati Arabi, Khalifa Bin Zayed City, la città
finanziata con 100 milioni di dollari provenienti da quel Paese. È
stato già scelto il luogo, l’insediamento di Morag: al posto delle 29
famiglie israeliane che vi vivevano, sorgeranno palazzi per 30-40 mila
palestinesi.
Ma ci vorrà ancora del tempo. Abbattute le case, smantellate le basi
militari, spostate le sinagoghe e svuotato il cimitero, il territorio
di Gaza diventerà un’unica striscia di terra senza interruzioni. Una
sfida storica per l’Autorità Palestinese, che ha la possibilità di
dimostrare che la Palestina è uno Stato pronto a farcela da solo. La
Gaza del domani è una serie di possibilità: un avamposto turistico sul
Mediterraneo, con hotel, ristoranti, negozi, un porto, perfino un luna
park sulla spiaggia. All’interno industrie, serre, un aeroporto e
tante, tante case per ospitare migliaia di persone che decideranno di
lasciare i campi profughi all’estero o per una parte degli attuali
abitanti di Gaza schiacciati da decenni di sovraffollamento. Nel sogno
c’è lavoro per tutti, un’economia fiorente e un’autorità stabile.
L’altra faccia è l’incubo di Gaza, trasformata in una gabbia dove la
frustrazione alimenta il terrorismo. Una base di Hamas, dicono in
molti o peggio, un nascondiglio sicuro per gli uomini di Bin Laden. Ma
anche in questo caso, solo il tempo permetterà di vedere cosa
succederà.
Intanto l’Autorità Palestinese sta cercando di capire cosa fare delle
più belle onde del Mediterraneo. Le compagnie d’investimenti
palestinesi già si leccano i baffi, immaginando i milioni di dollari
che dall’estero pioveranno per ricostruire quell’enorme campo
profughi, sommerso dai rifiuti e da case distrutte, qual è diventata
Gaza. Il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, ha firmato un decreto: il
97 per cento della terra passerà sotto il controllo del governo,
l’unico delegato a gestire soldi, investimenti, appalti e progetti. Il
restante 3 per cento verrà restituito ai legittimi proprietari che nel
1967, quando Israele occupò il territorio durante la guerra dei Sei
Giorni, vivevano lì e possiedono ancora i documenti di proprietà.
Ricostruire Gaza non sarà difficile, renderla una fiorente attività
economica è ben altro e ci sono ostacoli da superare che vanno oltre
il volere o gli sforzi dei palestinesi. Se la mappa geografica è già
cambiata, restano dei punti oscuri che, senza risposte certe di
Israele, terranno in sospeso qualsiasi forma di investimento privato.
Le questioni irrisolte? Il problema dei confini, la possibilità di
costruire un porto e un aeroporto. Ci sono due punti di accesso tra
Gaza e Israele: Eretz, dove le persone attraversano quello che è
soprannominato il ‘Tunnel dell’orrore’; e Karni, dove le merci dopo
essere scaricate dai camion vengono ispezionate sia in entrata che in
uscita. Rafah invece unisce l’Egitto con Gaza. Lo sviluppo economico
richiede la massima libertà di movimento delle merci e delle persone,
che hanno bisogno di arrivare e partire senza attese e perquisizioni
come avviene ora a Eretz. Israele ha necessità di garantire la sua
sicurezza interna: e i palestinesi hanno pensato a questo, proponendo
la supervisione di una terza parte. Ma chi controllerà le falde
acquifere, che non solo irrigano Gaza, ma anche la zona circostante
israeliana? E l’energia elettrica e le condutture fognarie? Per adesso
nessuno è ancora in grado di dare risposte certe. Si aspetta e,
intanto, si sogna.
“La Striscia di Gaza sarà divisa in cinque nuove province: il
governatorato del Nord, la striscia di Gaza centrale, il governatorato
di Gaza City, quello di Khan Younis e Rafah”, annuncia orgoglioso il
ministro dei Lavori pubblici, Mohammad Ishtiya, paragonando Gaza al
Cairo, con una popolazione di 24 mila persone per chilometro quadrato,
tra le più alte al mondo: “Lavoreremo per collegare le aeree evacuate
a quelle preesistenti, riapriremo le infrastrutture della zona
industriale nel Nord. Lungo la strada di Saladino, che per la prima
volta potrà scendere da Nord a Sud, da Eretz all’Egitto, senza posti
di blocco, ci saranno dei nuovi quartieri residenziali”.
Una società giapponese ha offerto 22 milioni di dollari per
ricostruire la strada. Per questo e per tutto il resto è stata formata
la Commissione ufficiale per il di simpegno (dieci membri, i più
importanti di sette fazioni politiche, tra cui Hamas, Fatah, e la
Jihad islamica) per essere sicuri che nessuno si senta escluso, per
garantire sicurezza e per assicurarsi che il passato corrotto dell’Anp
non torni a tentare gli animi dei politici. “La Commissione farà
entrare nel meccanismo della ricostruzione i vari gruppi, così che non
ne ostacolino la realizzazione”, spiega Zyad Abu Amer, un membro del
Parlamento palestinese. Le decisioni finali spettano sempre al
governo, che già vaglia gli investimenti, alcuni di donatori privati,
altri di agenzie internazionali che hanno garantito aiuto finanziario
a questa grande impresa di ricostruzione. Primi fra tutti gli Stati
Uniti, che raddoppieranno gli aiuti annuali da 275 milioni di dollari
a 550 (30 serviranno subito per gli impianti di depurazione
dell’acqua).
Lo scorso maggio, l’ex presidente della Banca mondiale, James
Wolfensohn, è stato nominato inviato speciale per l’Economia in nome
del quartetto Usa, Ue, Onu e Russia. Incaricato di trovare aiuti per
la ricostruzione da enti pubblici e privati, ha già raccolto 500 mila
dollari per comprare le serre dei coloni in cui lavoravano 4 mila
palestinesi. Altri soldi arriveranno dai Paesi industrializzati: i
leader del G8, hanno promesso di contribuire con 3 miliardi di
dollari, mentre il fondo fiduciario della Banca mondiale per Gaza e la
Cisgiordania elargirà aiuti sottoforma di prestiti, senza interessi
per un periodo di dieci anni. Il gruppo strategico dell’Istituto
Aspen, un’organizzazione privata, ha deciso di raccogliere soldi per
sostenere nuove piccole e medie imprese a Gaza e in Cisgiordania. E
un’organizzazione che fa base in Colorado sarà coinvolta in cinque
grandi progetti a Gaza sotto la supervisione della senatrice Usa Diane
Feinstein, la regina Noor di Giordania e l’ex segretario di Stato
Madeleine Albright.
Il generale Jibril al Rajoub, consigliere della Sicurezza nazionale
egiziana, ha detto che il suo paese fornirà armi, munizioni,
equipaggiamento e mezzi alle forze di sicurezza palestinesi in modo
che possano mantenere l’ordine.
La sicurezza è uno dei fattori decisivi per ottenere investimenti.
Israele in linea di principio ha accettato di permettere all’Autorità
Palestinese di costruire un porto e rimodernare l’aeroporto. Sta anche
considerando di garantire un corridoio merci tra Gaza e Hebron, lo
stesso che esisteva prima del 2000. “Quello che cercheremo di fare è
garantire la continuità della produttività di tutte le strutture come
le serre, che sono rimaste in piedi nelle colonie. L’agricoltura è
molto importante perché darà benessere e lavoro ai palestinesi”,
spiega Ghassan Khatib, ministro della Pianificazione. L’Anp chiederà
al Fondo d’investimento palestinese di essere responsabile della
direzione dei lavori. Da parte sua, il Fondo palestinese ha creato una
società che appalterà a privati i vari progetti nei prossimi mesi,
operazione non facile perché nessun privato correrà il rischio di
firmare un contratto senza conoscerne i dettagli. Il rischio verrà
assorbito dal fondo investimenti, di cui è proprietaria l’Autorità
Palestinese, per i successivi sei mesi.
Al di là dell’aspetto economico, degli investimenti e dei progetti,
Gaza è fatta di persone, un milione e mezzo, di cui la metà sono
ragazzi al di sotto dei 18. E non è un posto dove il tasso di natalità
è destinato a diminuire. In più si registrano alti tassi di
disoccupazione, la mancanza di scuole, ospedali e strutture pubbliche.
Soprattutto, centinaia di migliaia di profughi e di campi in
situazioni catastrofiche. Posti come Khan Younis o Rafah che si
affacciavano sulle colonie, hanno subito la distruzione di decine di
case per mano degli israeliani decisi a creare una zona più facile da
controllare. Molti palestinesi vivono ancora tra le macerie delle loro
case. “La ricostruzione non riguarda solo quel terzo di Gaza che si
unisce a noi”, spiega Osama al Farrah, il sindaco di Khan Younis:
“Edificheremo nuove case spaziose che saranno un’estensione del campo
profughi, nessuno perderà il suo status e il diritto al ritorno”.
“Il problema di consegnare abitazioni è importante, ma noi stiamo
spingendo perché tutta la costa diventi una priorità per il turismo”,
dice Basel Olewa, l’azionista maggioritario di Cactus, società per
azioni locale che investe nel turismo: “Ci saranno spiagge private, un
po’ come in Oman, bar dove si potranno bere alcolici e ci si potrà
divertire, dove il fondamentalismo non potrà entrare”. Olewe sa di
cosa parla, il suo primo progetto, un albergo, è stato incendiato e
distrutto da Hamas all’inizio della seconda Intifada. “Abbiamo bisogno
di un’autorità stabile, ferma e decisa, altrimenti nulla sarà
possibile”, aggiunge Olewe: “Abbiamo bisogno del controllo dei
confini: si parla tanto delle serre, dei soldi giunti dalla Banca
mondiale per salvarle, ma se non ci si concentra sulla possibilità di
esportazione, tutto questo non serve a nulla”. Olewe spiega che una
cassa di pomodori a Gaza costa 2 shekel, circa 50 centesimi di euro,
se dovessero esportarla anche solo a Ramallah, costerebbe almeno 12
dollari, tra tasse e dogana. Impossibile competere con il resto del
mondo.
E poi c’è la questione sicurezza. “Non possiamo avere il controllo di
tutti i palestinesi che respirano su questa terra. Se qualcuno fa un
attentato in una città israeliana, i militari israeliani si butteranno
a picco su Gaza come hanno sempre fatto. Immaginate una spiaggia
bianca con onde spumeggianti, ristoranti al lume di candela sulle dune
e poi, all’improvviso, a poche decine di chilometri di distanza, un
attentato in Israele. E subito i carri armati che entrano nella
Striscia, gli elicotteri che oscurano il cielo: voi ci verreste in
vacanza a Gaza?”.
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