15/4/2007

La “lettera del mullah Omar”

Posted in: — @ 11:17 am
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di Marco Travaglio (letta nel corso della trasmissione “Annozero”)

Chi scrive è il mullah Omar. Ho 44 anni, 4 mogli, vari figli, sono di Kandahar, dunque non sono arabo: sono afghano. Nella mia vita ho fatto un po’ di tutto: il combattente, il politico, la guida spirituale, di nuovo il combattente. Ho conosciuto i più grandi eserciti del mondo: a 20 anni combattevo l’Armata rossa (ci ho rimesso letteralmente un occhio della testa), ora combatto gli Stati Uniti, gli inglesi e i loro alleati della Nato. Solo che, quando combattevo i sovietici, a voi occidentali piacevo tanto: le armi ce le passavate voi. Ora, comprensibilmente, non vi piaccio più. Eppure sono rimasto lo stesso.

Conosco Bin Laden dai tempi dell’invasione sovietica, quando anche lui vi piaceva parecchio. Ma non abbiamo niente in comune: lui è un arabo, un califfo saudita pieno di petrodollari. Ci aiutò contro l’Armata rossa e dopo ci diede un sacco di soldi per costruire strade,ponti, scuole e ospedali. Per questo era molto amato dagli afghani e quando entrai in Kabul, nel 1996, lo lasciai lì. Ma nel `98 fu accusato di aver ordito gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e in Tanzania, e la sua presenza in Afghanistan divenne un problema. Anche perchè Clinton cominciò a bombardare nel mucchio, nella zona di Khost, pensando che lui fosse lì: invece morirono centinaia di civili. Tra il mio governo e Clinton ci fu una trattativa: ma sì, risulta dai documenti del Dipartimento di Stato, anche gli americani trattavano con i talebani. Avevano il mio numero. Mandai il mio braccio destro Wakij Ahmed a Washington, a incontrare due volte Clinton: il 28 novembre e il 18 dicembre `98. Clinton voleva che ammazzassimo Bin Laden, o almeno lo espellessimo. Espellerlo non potevamo: era troppo popolare.Offrimmo di fornire le coordinate del suo nascondiglio, così che gli Usa potessero centrarlo a colpo sicuro. Purchè la smettessero di bombardarci. Clinton, inspiegabilmente, rifiutò.

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30/3/2007

Talebani terroristi? No, uomini. A Kabul era meglio il mullah.

Posted in: — @ 8:52 pm
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di Massimo Fini

È sempre meno sopportabile che i principali talk-show siano in mano, da decenni, alla stessa compagnia di giro: sempre gli stessi i conduttori, i politici, gli esperti, i giornalisti. Sempre le stesse, quindi, le diatribe. Mai un pò di aria fresca, un punto di vista nuovo, diverso.
Si vive sull’ ‘a priori’. I Talebani sono terroristi . Perché lo siano nessuno lo spiega, è dato per scontato (per capire un po’ meglio cosa siano i Talebani si legga lo splendido pezzo di Mastrogiacomo che vi ha convissuto per quindici giorni e nelle condizioni peggiori - La Repubblica - 21/3). In mancanza di meglio sono terroristi perchè han sgozzato l’autista-spia. Ma se durante la seconda guerra mondiale un inglese fosse stato scoperto a fare la spia per i tedeschi sarebbe stato fucilato sul posto. Qual è la differenza? Ah già, i nostri stomaci sono diventati molto delicati e non sopportano la vista del sangue, del corpo a corpo, della violenza fisica. Ma settimane fa due guerriglieri afgani assaltarono una base americana a colpi di fucile. Ripiegando si rifugiarono in un vicino villaggio. Se gli americani volevano prenderli potevano mandar fuori le truppe. Invece hanno sganciato due bombe da 900 chili uccidendo cinque donne, tre bambini e un vecchio, senza prendere i guerriglieri. Chi è il terrorista? Ma siccome la faccenda è stata sbrigata con l’asetticità della tecnologia ci sentiamo la coscienza a posto.

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27/1/2007

Una legge contro il revisionismo storico italiano?

Posted in: — @ 7:56 pm
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di Carlo Mattogno

Nell’annuncio del suo disegno di legge contro il “negazionismo” in Italia, il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha dichiarato:
«Negare che quei fatti sono avvenuti significa che quello che è stato documentato è falso. E’ quindi un’offesa alla memoria e alla storia».
Qui c’è già un errore essenziale che deriva dalla falsa assunzione che il revisionismo storico abbia una connotazione meramente “negativa”, donde, appunto, l’impiego da parte dei suoi detrattori del termine “negazionismo”.
In realtà il revisionismo storico afferma che presunti fatti sono stati falsamente documentati dagli storici olocaustici. E lo dimostra sul piano storico, documentario e tecnico.
Senza falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia sono io, Carlo Mattogno, perciò questo disegno di legge è diretto contro di me.
La cosa non mi stupisce. Allo stesso modo è stato già tacitato il ricercatore revisionista tedesco Germar Rudolf, dopo un’estradizione dagli Stati Uniti in Germania, dove è attualmente sotto processo per delitto di leso Olocausto.
Per quanto mi riguarda, all’inizio c’è stato qualche timido tentativo di critica da parte degli storici, presto accantonato. Ad essi sono subentrati nugoli di polemisti usa e getta che si sono accaniti contro aspetti marginali di qualcuno dei miei scritti, blaterando proterviamente che le mie tesi erano “contestabilissime”, ma scomparendo regolarmente dalla scena dopo la mia replica. Nel libro “Olocausto: dilettanti nel web” (Effepi, Genova, 2005, pp. 118-126) ho stilato l’elenco dei miei libri e articoli più importanti che sono rimasti senza replica da parte di storici o polemisti olocaustici - 23 titoli - e ho annotato i nomi di coloro che si sono ritirati nell’ombra dopo le mie risposte - 38 autori - e nel frattempo la lista si è allungata ulteriormente. Nessuno ha mai confutato nessuna di queste tesi “contestabilissime”.

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27/12/2006

Da Palazzo del Drago a via della scrofa. 60 anni di Msi

Posted in: — @ 11:30 am
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di Gabriele Adinolfi

Il 26 dicembre 1946, giorno di Santo Stefano, nello studio di Arturo Michelini, in viale Regina Elena, a Roma, veniva fondato il Movimento Sociale Italiano. Per la leggenda (e forse anche per la storia) si tratta dell’acronimo di Mussolini Sempre Immortale.
Sessant’anni sono trascorsi da allora e oggi c’è un clima di amarcord piuttosto vivace. Non si sa bene però cosa si stia festeggiando: se il passato, bello in quanto tale per quelli che invecchiano, se un partito politico di destra, se la spinta ideale che pur contenne ma mai lasciò esplodere o se invece solo una lunga mediocrità senza fine.

Inizi obbligati

Il Msi nacque in piena guerra fredda, anzi alla vigilia di una possibile guerra civile (le elezioni del 1948 potevano anche condurre a tanto).
È dunque certo quello che sostiene Parlato (ma è un po’ la scoperta dell’acqua calda) che il Msi fu foraggiato, protetto e inquadrato dal partito clerico/atlantico.
Il che puzzava tanto di Badoglio e non corrispondeva di certo alle ambizioni e agli ideali della Repubblica Sociale, tant’è che ben 35.000 Reduci, tra i quali il sottosegretario alla Marina della Rsi, Ferruccio Ferrini, voluto da Rodolfo Graziani come primo Presidente dell’Uncrsi malgrado avesse preso la tessera comunista, sostennero attivamente il Pci prima di aderirvi praticamente in blocco seguendo la linea di Stanis Ruinas.
Probabilmente l’idea che più aveva fatto presa presso i “neofascisti” era però quella della terza via, sociale ed anti-atlantista, che perseguivano Massi e Pini e cui occhieggiava, ondulante come sempre, Almirante. Ma di certo ha ragione Giano Accame quando sostiene che allora non vi era scelta nel posizionamento, perché una vittoria rossa avrebbe significato il massacro dei neofascisti.
Va aggiunto che il quadro a quel tempo era molto complesso, anche perché, in quanto promotori della decolonizzazione (sia pure per preparare il colonialismo multinazionale), gli Usa opponevano agli alleati, Francia e Inghilterra, il sostegno a non poche pulsioni nazionalpopolari, come sarà il caso di Peron e Nasser. È dunque bene contestualizzare e non giudicare con gli occhi del poi.
D’altronde il Msi di allora aveva un’autentica classe dirigente (Gray, De Marsanich, Anfuso) e soprattutto quadri intermedi con competenze d’amministrazione e di ministero e, quindi, un po’ si raccapezzava nelle scelte. Probabilmente la linea politica definita da Filippo Anfuso (uno dei non numerosissimi dirigenti che provenivano dalla Rsi) rappresentò la grande sintesi fra le pulsioni e le prospettive del neonato partito neofascista.

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5/12/2006

L’Atlantico o gli Urali?

Posted in: — @ 12:35 pm
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di Francesco Lamendola

Uno sguardo anche distratto al planisfero terrestre fa balzare all’occhio una circostanza sorprendente e alquanto innaturale: i legami secolari fra Asia ed Europa si sono allentati al punto che perfino la Russia - paese di civiltà europea e che occupa, da solo, circa metà della superficie dell’Europa - vista da Londra, Parigi, Roma o Berlino appare quasi come un corpo estraneo; col mondo islamico il dialogo e la comprensione sono sempre più difficili; India, Cina e Giappone sembrano appartenere a un alro mondo. Si ha l’impressione di essere tornati ai tempi di Marco Polo, quando l’Asia costituiva un mistero, una realtà “altra”, remota e quasi irraggiungibile, posta ai confini della realtà; o a quelli di Cristoforo Colombo, che sperava di raggiungere il Cipango ed il Catai navigando sempre verso occidente, animato dal miraggio delle spezie e della seta. Viceversa il continente nordamericano, che solo negli ultimi secoli è entrato nel quadro storico europeo, si è imposto come referente privilegiato e, complici le due guerre mondiali e la “guerra fredda” col suo ricatto nucleare, ha praticamnente assogettato la vecchia Europa, trasformandola in una sua appendice, anzi in un suo avamposto. Ma il “rozzo cocchiere americano”, per usare l’espressione di Michele Federico Sciacca, è davvero iu grado di traghettare l’Occidente verso le sfide del terzo millennio?

Da Berlino si può viaggiare comodamente in treno fino all’Oceano Pacifico, sulle rotaie della Transiberiana, da oltre un secolo; eppure i giovani di Berlino, come quelli di Londra, Parigi, Roma, Varsavia, si sentono spiritualmente più vicini ai loro coetanei di Los Angeles. Artisti, scrittori, giornalisti europei si sentono di casa a New York, ma non a Mosca, Kazan e tantomeno a Vladivistok; scienziati europei fanno la spola tra le due sponde dell’Atlantico, ma non sono mai stati più a est di Vienna; professori universitari europei tengono cattedra a Yale o Harvard, mai però si sognerebbero di insegnare in Russia, per non dire in India o in Cina; imprenditori che fanno la spola fra il vecchio continente e Chicago pensano che Mosca, Delhi o Pechino siano più lontane della Luna; e persone anche di media cultura sanno più cose della politica, della storia, della letteratura, della musica leggera statunitensi di quante ne sappiano del proprio Paese, mentre la storia, la filosofia e l’arte dell’Asia (e della stessa Europa orientale) sono per esse una vera e propria tabula rasa. Dopo il 1945, complici le due guerre mondiali, la “guerra fredda” e il lungo ricatto atomico, ci siamo abituati a considerare tutto questo come perfettamente normale, mentre basta uno sguardo anche frettoloso al planisfero terrestre, per non parlare di un qualunque manuale di storia anteriore a quella data, per afferrare istantaneamente tutta l’innaturalità di un tale stato di cose.

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29/10/2006

“Americas reaparecidas” di Fulvio Grimaldi

Posted in: — @ 12:43 pm
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di Massimo Mazzucco

Vedere Americas Reaparecidas di Fulvio Grimaldi è stato per me un violento, struggente, ma anche fortificante tuffo nel passato. Un tuffo, prima di tutto, nel passato del giornalismo, quello vero, quello di una volta.

Erano anni che non vedevo una persona - un essere umano, intendo, con tutte le emozione dipinte sul volto, e non un ibrido pupazzo asettico uscito dai sondaggi di gradimento della CNN - aggirarsi col microfono in mano nel mondo vero di altri esseri umani. Ho visto qualcuno bussare con delicatezza, entrare con dolcezza nelle vite altrui, e vedersi ripagato con la moneta piu rara e preziosa di questo mondo, il sorriso di un altro essere umano.

Americas Reaparecidas è un documentario antico e modernissimo insieme, che riesce a mescolare la retorica della rivoluzione - la ridondanza dell’ “Internazionale” a volte è quasi ossessiva - con una rivoluzione della retorica, nel senso che salta a piè pari tutte le trappole di tipo evocativo, e adotta un linguaggio talmente semplice e pulito da portarci a visitare direttamente il cuore delle persone.

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22/10/2006

Verso il blocco continentale

Posted in: — @ 9:28 am
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di Tiberio Graziani

Il blocco eurasiatico, se emergerà, potrebbe essere l’evento geopolitico più importante della storia recente dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Giorgio S. Frankel
(A.A., Tornare a crescere, Milano, 2006)

L’accelerazione della storia e la dimensione continentale

Il vuoto geopolitico verificatosi con il crollo dell’Unione Sovietica ha favorito l’espansione economica e militare degli USA in gran parte della massa continentale eurasiatica. Le amministrazioni statunitensi che si sono succedute alla Casa Bianca nel corso degli ultimi sedici anni hanno sostenuto tale espansione basandosi su dottrine (e pratiche) geopolitiche la cui più esatta formulazione, nonostante aggiustamenti e ritocchi, rimane tuttora quella delineata, nel 1997, da Zbigniew Kazimierz Brzezinski nell’articolo “A geostrategy for Eurasia” e in The Grand Chessboard. American Primacy and It’s Geostrategic Imperatives, un testo ormai diventato un classico della letteratura specializzata.

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18/10/2006

Esiste la lobby ebraica?

Posted in: — @ 1:09 pm
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di Mauro Manno

Solo pochi anni fa, chi osava porre questa domanda veniva subito tacciato di «antisemitismo». E non solo da sionisti o ebrei, ma soprattutto da personaggi di ’sinistra’. Dopo la guerra contro l’Iraq, che Israele è riuscita a far fare per procura agli Usa, ciò non è più possibile. Due rispettabili studiosi americani, Mearsheimer e Walt, con dovizia di particolari, hanno provato che Israele, attraverso la sua lobby in America, ha il potere di determinare la politica estera USA a suo vantaggio.

Fa meraviglia che oggi la cosiddetta ’sinistra’, e non solo quella non-alternativa, sia scivolata nel pantano ripugnante dei sostenitori del sionismo, delle colonie, di Israele, e dei suoi innumerevoli e sempre nuovi crimini? No nessuna meraviglia. É la logica conseguenza di scelte sciagurate di tanti anni fa. Quando si definisce il sionismo ‘lotta di liberazione degli ebrei’, di tutti gli ebrei, anche dei non-sionisti o dei non israeliani, allora è logico dire che chi si oppone a Israele, cioè al frutto della ‘lotta di liberazione’, è solo un «antisemita», non vuole che gli ebrei siano liberati, li vuole semplicemente sopprimere. Ma se il sionismo è la ‘lotta di liberazione degli ebrei’, perché tanti ebrei, comunisti, socialisti, semplicemente democratici, si sono opposti al sionismo? erano contro la loro liberazione?Perché oggi questo genere di persone continua ad esistere nella comunità ebraica mondiale?

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11/10/2006

I “diritti” dell’uomo…

Posted in: — @ 12:23 pm
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di Stefano Vaj

Qual è la “formula di legittimazione” fondamentale del sistema internazionale oggi al potere? Non non sono le elezioni, non è l’Occidente, non è la “civiltà”, non è neppure il Mercato, tanto meno è la Cristianità.

Sono i Diritti dell’Uomo. Tutte le altre cose di cui sopra sono in fondo valori relativi o conseguenti, e possono essere tirati fuori o meno a seconda dei casi, ma il fatto di sacrificare sull’altare dei Diritti dell’Uomo è il criterio fondamentale su cui viene soppesata la political correctness di un intellettuale come di uno Stato, di una rivista come di un partito - e la loro stessa libertà di esistere.

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1/10/2006

NAZIONAL BOLSCEVISMO? ECCO IL PADRE…

Posted in: — @ 12:16 pm
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NICOLA BOMBACCI
IL FASCIOCOMUNISTA

«…eppure giorno verrà in cui il soviet,
permeandosi di spirito gerarchico
e la corporazione di risoluta anima
rivoluzionaria, si incontreranno
sopra un terreno di redenzione sociale».

Nicola Bombacci


di miro renzaglia

Nicola Bombacci (Civitella di Romagna, 24 ottobre 1879 – Dongo, 28 aprile1945) nasce socialista e muore mani in tasca e sorriso sereno, gridando: “Viva Mussolini… Viva il socialismo…”.

Nel frattempo, fra la nascita e la morte per fucilazione, compie un tragitto che solo occhi fuorviati da mal fedeli interpretazioni possono considerare incoerente.

Da socialista, sposa la causa delle masse proletarie vessate dall’insorgente capitalismo industriale e dalla cancrena dei latifondisti terrieri, fino a diventare segretario del Partito socialista nel 1918…

Da socialista deluso e fuoriuscito, è tra i fondatori, con Gramsci e Bordiga, del Partito comunista d’Italia, nel 1921.

Come comunista non dogmatico si alza dal suo scranno parlamentare, lui onorevole del P.C.d’I., per plaudire l’iniziativa, colà annunciata dal suo vecchio sodale socialista, ora capo del governo di coalizione, Benito Mussolini, circa l’intenzione italiana, di riconoscere (prima a farlo nel mondo) lo stato della Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Guadagnandosi, il Bombacci, gli sguardi storti e ottusi dei suoi compagni di partito…

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27/9/2006

Il segno di Codreanu

Posted in: — @ 12:58 pm
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A chi gli domandava, per esempio, se solo essendo fanaticamente cristiani si può vincere, Codreanu rispondeva che non risponde della fede altrui; “noi siamo cristiani ma so che molti fascisti non lo sono o non lo sono nello stesso modo; io rispetto tutti, vinciamo insieme”.


Una serata indimenticabile a Casa Pound. Nell’auspicio che serva veramente.

NoReporter.org

Forse quattrocento persone erano stipate in Casa Pound per ascoltare la voce del sangue di Corneliu Zelea Codreanu. Piene la sala di conferenze, l’anticamera, affollatissimo il pianerottolo del sesto piano, c’era gente accalcata sui gradini della scalinata. Mai visto qualcosa di simile; segno che il Mito del Capitano, a lungo coltivato negli anni settanta, è rimasto indelebile nei cuori e nelle menti.

Uomo austero ma modesto, il figlio del fratello del Capitano ci ha parlato in italiano.

Ci ha spiegato il suo nome di battesimo, Nicador, scelto come mosaico delle iniziali di tre eroi legionari, Nicolae, Camarica e Doru che, vendicata la repressione del 1933 uccidendone il ministro responsabile, furono condannati ai lavori forzati a vita. Erano vivi il 27 settembre 1935 quando nacque appunto Nicador, curiosamente nello stesso giorno di Alessandro Pavolini. Il padre volle onorarne l’esempio (i legionari, compiuto un atto dovuto si consegnavano alle autorità). I tre furono strangolati insieme al Capitano e ad altri camerati il 30 novembre del 1938.

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13/9/2006

Il libro della settimana: Werner Sombart, Perché negli Stati Uniti non c’è il socialismo

Posted in: — @ 12:49 pm
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di Carlo Gambescia

Leggere un libro di Werner Sombart è come degustare quei vini, che più invecchiano più si fanno apprezzare. E’ perciò sicuramente meritoria l’idea di ripubblicare Perché negli Stati Uniti non c’è il socialismo? ( Bruno Mondadori, Milano 2006, pp. XXXVIII-153, euro 15,00, con prefazione di Guido Martinotti e traduzione dal tedesco di Giuliano Geri, entrambe nuove di zecca).

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10/9/2006

Disinformazione sull’ Islàm e strategie geopolitiche atlantiche

Vista la tendenza dei Media a creare notevole confusione per quel che concerne i rapporti fra Islam e Occidente (al fine di far accettare l’ormai famoso teorema dello “scontro di civiltà”, imposto da chi sta scatenando una guerra dopo l’altra e non accenna a fermarsi), riproponiamo il resoconto della conferenza del Prof. Enrico Galoppini, Magenta – 5 maggio 2006, per la necessità di fare un po’ di chiarezza.

Venerdì 5 maggio 2006 alle 21.30, a Magenta (MI), presso la libreria “La memoria del mondo”, si è tenuta la conferenza del Prof. Enrico Galoppini (docente di Storia dei Paesi islamici all’Univ. di Torino e redattore della rivista di Studi geopolitici “Eurasia”) “Disinformazione sull’Islàm e strategie geopolitiche atlantiche”, organizzata dal circolo “NUM – Noi stessi”, che aderisce al Coordinamento Progetto Eurasia (CPE).

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30/8/2006

Iran, a Tehran il convegno internazionale sull’Olocausto

Posted in: — @ 9:44 pm
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L’agenzia iraniana Irna ha annunciato che un seminario internazionale sull’Olocausto si aprira’ a Teheran l’11 dicembre prossimo, giornata mondiale dei diritti dell’uomo. Ad organizzarlo sara’ il Centro per gli studi politici e internazionali del ministero degli Esteri. Scopo dell’iniziativa, sottolineano gli organizzatori, e’ ”riconoscere in modo piu’ trasparente gli aspetti nascosti della questione politica piu’ importante del Ventesimo secolo”. Tra gli argomenti che saranno dibattuti figurano ‘Le ragioni dell’antisemitismo’, ‘L’Olocausto e i documenti storici’, e ‘L’Olocausto e il Sionismo’. Alcune settimane fa il quotidiano ‘Hamshahri’, il piu’ diffuso in Iran, e la Casa della caricatura di Teheran hanno organizzato nella capitale iraniana una mostra internazionale di vignette sull’Olocausto, molte delle quali mettevano sullo stesso piano la questione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale al massacro dei Palestinesi da parte degli Israeliani.

irib.ir

25/8/2006

Contro Evola

Posted in: — @ 11:50 am
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di Miro Renzaglia

Si può essere fascisti ed evoliani da un punto di vista squisitamente “politico”?

(Prego prendere nota che ho inteso circoscrivere il mio intervento all’ambito “politico”. Grazie…).

Per non lasciare adito a dubbi ed equivoci, do subito la mia risposta:

no, non si può.

Politicamente parlando, o si è fascisti o si è evoliani (ovvero: “di destra”).

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3/8/2006

Frammenti torturati di storia

Posted in: — @ 11:56 pm
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di Stan Winer

Un velo di segretezza copre i metodi di interrogatori e torture

Nell’aprile del 2004 il mondo è stato momentaneamente scioccato dalle foto trasmesse via TV della prigione irachena di Abu Ghraib che mostravano iracheni incappucciati e nudi, costretti a stare in posizioni contorte, chiaramente vittime di abusi umilianti, sotto gli occhi di soldati americani divertiti, lì accanto. La responsabilità per questi atti di tortura psicologica è stata in gran parte riversata sui ranghi inferiori ed è stata limitata al caso di Abu Ghraib. Dichiarazioni ufficiali hanno attribuito questa pratica a un collasso momentaneo della “disciplina militare”, fuorviando così ogni sospetto che l’evidenza della tortura psicologica che ci è sfilata davanti agli occhi nelle istantanee di Abu Ghraib possa essere più probabilmente il prodotto di politiche dell’intelligence di lungo periodo, progettate e messe in pratica.

Lo scandalo di Abu Ghraib, in ogni caso, ha aperto una diga di notizie e fughe di informazioni sull’esistenza di un mini-gulag di prigioni che la CIA e l’Intelligence dell’esercito statunitense hanno approntato in Afghanistan su aerei cargo, in luoghi remoti come l’isola di San Diego Garcia sull’Oceano Indiano, e nelle prigioni di alleati pro-tortura.(1) Un’inchiesta ufficiale ha rivelato che l’esercito Usa ha dato il permesso speciale alla CIA di trattenere ad Abu Ghraib “detenuti fantasma” che non sono stati identificati, né registrati, incoraggiando così le violazioni nei rapporti e nel monitoraggio previsti dalla Convenzione di Ginevra.(2)

Quello che l’inchiesta ufficiale ha accuratamente evitato di dirci sono state le vere ragioni per cui si è ritenuto necessario mantenere un segreto così ossessivo. E’ tuttavia chiaro che queste strutture sono fuori da qualsiasi controllo di legge. Non sono soggette al riesame del loro funzionamento, dei metodi usati negli interrogatori, e delle condizioni generali prevalenti. In queste strutture è negato l’accesso ai rappresentanti della Croce Rossa Internazionale; nessuno sa quanti detenuti ci siano, chi siano i detenuti, da dove vengano, quale autorità si sia resa responsabile della loro cattura o arresto, chi ha condotto gli interrogatori, o se chi li ha condotti fosse autorizzato a farlo.

E’ ragionevole ipotizzare che, una volta che un prigioniero di guerra è stato catturato, l’obiettivo primo del carceriere sia quello di ottenere dal prigioniero informazioni rapide su operazioni tattiche come attacchi armati, contro attacchi o altre azioni. Infliggere dolore fisico è probabilmente il metodo più rapido per ottenere informazioni, anche se la loro validità ha spesso vita breve per via della natura mutevole delle condizioni nei campi di battaglia. A che scopo dunque il protrarsi della tortura psicologica, che al confronto produce risultati molto più lentamente e in teoria è più ‘gentile’ dei metodi fisici?

Il velo ossessivo di segretezza che circonda questi metodi lascia intendere che il personale militare stesso è in gran parte inconsapevole di come le sue azioni individuali vadano a inserirsi nel quadro generale. Altri sanno esattamente quello che stanno facendo, ma mantengono il riserbo perchè sanno anche che quello che stanno facendo è un crimine. La legge sul Segreto d’Ufficio assicura anche che le labbra rimangano ben sigillate. Un sentito bisogno di proteggere “l’interesse nazionale” si unisce alla censura per mantenere un muro di silenzio sull’argomento.

Un’eccezione di nota, tuttavia, si è verificata parecchi anni fa in Sud Africa durante il processo colossale al criminale di guerra, brigadiere Wouter Basson, uno specialista in chimica e biologia bellica dell’esercito sudafricano.(3) Il processo fornì rari squarci sugli orrori che possono e in effetti sono evidentemente occorsi in circostanze di estrema segretezza e isolamento geografico, non meno totali ed estreme di quelle che prevalgono nell’attuale gulag americano di prigioni segrete..

Le prove presentate durante il processo a Basson hanno sollevato il coperchio su alcuni strani eventi che hanno avuto luogo durante gli anni settanta e ottanta in un campo aereo, successivamente base militare, chiamato Fort Rev, che si trovava a Ondangwa in quella che un tempo era l’Africa Sud Occidentale, (ora Namibia). Fort Rev era usato da 5 Reggimenti di Ricognizione, e altri reggimenti di forze speciali, come base operativa per lanciare operazioni di contro-rivolta in Angola e in alcune aree dell’Owamboland. All’interno della base, immediatamente accanto al campo aereo, c’era un centro segreto per interrogatori e torture dove venivano fatti tentativi, non sempre fortunati, di “cambiare” o “convertire” i guerriglieri catturati in cosiddetti “pseudo operatori” che sarebbero serviti al dispiegamento di forze in operazioni altamente delicate e sotto copertura. Da qui il nome di Fort Rev, che sta per “reversal” (‘inversione’ N.d.T.). Neurofisiologi e scienziati del comportamento hanno un altro modo di definirlo: inibizione transmarginale o ITM, uno stato di collasso comportamentale indotto da stress emotivo e fisico che precede l’induzione di nuovi schemi di azione e nuove convinzioni. Affinché l’applicazione di questa tecnica, a cui a volte ci si riferisce col peggiorativo “lavaggio del cervello”, abbia successo occorrono torture psicologiche per avere il controllo totale della situazione. Gli schemi mentali esistenti possono poi essere rimpiazzati da nuovi modi di pensare e di comportarsi. Gli stessi risultati possono essere ottenuti con il trattamento psichiatrico dell’elettroshock e persino tramite un abbassamento mirato del livello di zuccheri nel sangue del paziente con iniezioni di insulina. (4)

Le operazioni sotto copertura in Namibia, sotto la tutela di incallite forze speciali che precedentemente operavano in Rhodesia, dovevano essere tenute segrete a ogni costo. Se le operazioni avessero avuto successo, pseudo gang di guerriglieri convertiti camuffati da combattenti dell’esercito di liberazione sarebbero stati re-infiltrati nei campi operativi dove a loro volta avrebbero catturato altri insorgenti. Alcuni di questi cosiddetti “obiettivi ad alto valore”, sarebbero poi stati convertiti a Fort Rev, altri sarebbero stati usati solo come fonti di informazione. Dopo essere serviti allo scopo o dopo aver resistito alla conversione, tuttavia, presentavano un enorme rischio sicurezza, perchè avrebbero comunque captato almeno qualche dettaglio sui modi e i metodi delle pseudo operazioni, e questo avrebbe potuto immediatamente compromettere la segretezza dell’intero programma. Per questo non potevano essere processati attraverso i normali canali e imprigionati in una struttura centrale da cui avrebbero potuto verificarsi fughe di informazioni verso l’esterno.

I torturatori e gli inquisitori di Fort Rev aggirarono questo piccolo problema semplicemente uccidendo quelli che erano sopravvissuti agli interrogatori. I prigionieri “sovrabbondanti” furono fatti sparire senza una traccia dopo essere stati drogati. I loro corpi furono gettati nell’Oceano Atlantico da un aereo. Ai prigionieri mandati a morire, prima di essere caricati su un aereo e gettati in mare da un’altezza di oltre 100Km, venivano iniettati potenti rilassanti muscolari che avevano l’effetto di paralizzare la vittima, lasciandola allo stesso tempo pienamente cosciente. Veniva anche usata una sostanza anestetizzante, che aveva l’effetto di provocare allucinazioni. (5)

La pratica di gettare i corpi dei prigionieri dall’aereo, in base alle prove presentate al processo a Basson, si sviluppò alla fine degli anni settanta durante operazioni congiunte tra forze speciali della Rhodesia e del Sud Africa. Un testimone che era stato legionario straniero francese e membro dell’unità rhodesiana contro la rivolta, unità nota come Selous Scouts, ha descritto come Basson iniettò veleno ai combattenti dell’esercito di liberazione catturati durante un volo sul territorio del Mozambico. Disse che poi questi prigionieri furono gettati vivi da un aeroplano nel 1979. Le vittime erano 5 guerriglieri che si pensa fossero appartenuti all’Esercito di Liberazione Nazionale Africana dello Zimbabwe (ELNAZ). Secondo il testimone, la cui identità non fu svelata per ragioni di sicurezza, prima che quegli uomini inconsapevolmente avvelenati fossero gettati dall’aeroplano, venivano camuffati con delle uniformi e venivano forniti di armi e documenti falsi. Poi venivano spruzzati con una polvere sconosciuta, che riteneva fosse stato un veleno o un qualche agente chimico letale. Il testimone affermò che secondo lui questo agente aveva lo scopo di contaminare altri ribelli o simpatizzanti che si fossero imbattuti in quei cadaveri.

Il modus operandi dei Selous Scouts fu esemplificato in un altro incidente del Febbraio 1980, quando la campagna politica per le prime elezioni libere in Zimbabwe-Rhodesia raggiunse un climax. Parecchie chiese divennero l’obiettivo delle bombe dei terroristi. Una campagna stampa ben orchestrata attribuì immediatamente i bombardamenti agli “atei comunisti”, in apparenza un riferimento al movimento di liberazione nazionale. Poi, in quella che si rivelò essere l’ultima di una serie di attentati, qualcuno saltò in aria quando la bomba che stava piazzando esplose prematuramente. I documenti trovati sul cadavere lo identificarono come un membro pluridecorato dei Selous Scouts. I rhodesiani sono anche sospettati di aver usato pseudo operatori per uccidere più di 30 missionari in distretti remoti, stazioni dove molti combattenti per la liberazione erano stati educati. Gli omicidi furono falsamente attribuiti al movimento di liberazione. Ma il vescovo cattolico Donald Lamont, prima di essere messo in prigione per un anno, privato della cittadinanza rhodesiana e infine espulso dal paese, non aveva dubbi su chi fosse realmente responsabile per quelle uccisioni. “Se l’obiettivo dei guerriglieri fosse stato quello di uccidere i missionari, nessuno di noi sarebbe rimasto in vita.”(6)

I rhodesiani hanno una vasta esperienza nella dottrina di contro rivolta che risale al 1956, quando le forze del Commonwealth in Malaya avevano incluso i Rhodesian African Rifles e i rhodesiani avevano persino creato le proprie “pseudo gang” seguendo la linea della strategia britannica di contro-rivolta adottata negli anni ’50 durante l’insurrezione dei Mau Mau in Kenya. Gli americani, da parte loro, in seguito adottarono la propria versione di questa dottrina in Vietnam.(7)

Questi metodi avevano una sorprendente somiglianza con le idee dell’Organizzazione dell’Armata Segreta (OAS) che operò in Algeria alla fine degli anni ‘50. L’OAS era formata da ufficiali di destra dell’esercito francese amareggiati e algerini fanatici di origine europea che cercavano di lasciare l’Algeria sotto il controllo coloniale francese. Nei loro ranghi c’erano specialisti sotto copertura che lavoravano per il 5° Bureau dell’esercito francese (azione psicologica), ufficiali al comando della legione straniera francese e truppe paramilitari algerine. I guerriglieri comunisti, secondo loro, non avevano l’obiettivo di far propri territori strategici come nelle azioni di guerra tradizionali, ma di creare un campo di battaglia esteso che includesse tutti gli aspetti della società civile, e in particolar modo le sfere ideologiche e psicologiche. Avendo “identificato” le tecniche del nemico, I fautori del “contro-terrorismo” cercavano di neutralizzarlo, adottando i “suoi stessi” metodi e rivoltandoglieli contro. Da qui il costituirsi di un insieme di tecniche psicologiche, sofisticato e senza regole. Lo scopo era quello di creare un clima di tensione, ansia e insicurezza, per condizionare le masse ad accettare l’autorità dello Stato, alienandole allo stesso tempo dal movimento di liberazione dell’Algeria.(8)

Il collasso dell’OAS arrivò dopo il 1958, all’indomani di una rivolta militare fallita ad Algeri e dopo una “sommossa generale” nell’aprile del 1961 che fece cadere il governo francese e minacciò la sopravvivenza politica di quello successivo, la Quinta Repubblica. Avendo mancato di assicurare la “rigenerazione morale” della Francia, molti dei suoi membri furono costretti a fuggire all’estero, principalmente in Argentina e anche il Portogallo dove Lisbona divenne il loro centro strategico, con l’incoraggiamento ufficiale della polizia segreta portoghese. In cambio dell’asilo e altri incentivi, aiutarono ad addestrare contro-insorgenti stranieri e unità di polizia parallele che formarono l’embrione del futuro gruppo “contro-terrorista” diffusosi a livello mondiale sotto la tutela dei fuggitivi dell’OAS. (9)

Nel 1984 un veterano francese della campagna in Indocina e molte campagne in Africa, il noto Bob Denard, aveva il controllo virtuale, insieme a una banda di mercenari francesi, delle isole Comoros. Le Comoros divennero rapidamente una postazione segreta per convogliare armi dal Sud Africa ai ribelli del movimento Renamo in Mozambico. In Sud Africa, a Itsandra sull’isola di Grande Comore, Denard fece anche costruire e rese operativo un sofisticato impianto elettronico di intercettazione. Da qui Pretoria poteva monitorare sia i movimenti marittimi nel Canale del Mozambico che le comunicazioni radio dell’ANC nella vicina Tanzania. (10)

Da Lisbona alcuni ex membri dell’OAS tramavano per destabilizzare e distruggere i movimenti di liberazione nazionale africani e i loro exploit galvanizzarono gli estremisti di destra. Un rapporto internazionale scritto da un ex membro dell’OAS fu intercettato a metà degli anni settanta da ufficiali di sinistra del Movimento delle Forze Armate di Lisbona. Il documento intercettato e mostrato ai giornalisti riportava senza mezzi termini una “strategia della tensione” che avrebbe “agito sull’opinione pubblica e promosso il caos in modo da far sollevare in seguito un muro di difesa dei cittadini contro la disintegrazione provocata dalla sovversione e dal terrorismo”. Per usare le parole di un veterano della guerra fredda: “Quando tieni le masse per le palle, i loro cuori e le loro menti gli andranno dietro.”

Nel 1994, queste stesse idee trovarono riscontro nella corsa alle prime elezioni democratiche in Sud Africa. Il precedente regime di apartheid, poi parte di un governo transitorio, riuscì a convincere molti dei votanti neri, proclamando che “i leader neri avevano fallito nel contenere le continue violenze” che i politici bianchi biasimavano e attribuivano alle “rivoltose fazioni nere”. Gli uomini armati coinvolti in molte delle sommosse violente che ebbero luogo in quel periodo usavano fucili sovietici AK-47 e pistole Makarov per dare l’impressione che i responsabili fossero i “terroristi” del movimento di liberazione, e i rapporti della polizia accusavano sempre l’ANC.

Come in seguito alcuni candidati all’amnistia avrebbero confessato alla Commissione per la Verità in Sud Africa, la polizia sudafricana rigirava le entrate monetarie da imposte a un’unità segreta strategica guidata dalla polizia stessa, chiamata Stratcom. Il suo ex Presidente, Vic McPherson, svelò alla Commissione per la Verità che più di 40 agenti della polizia sotto copertura, informatori pagati, “fonti” involontarie e “amici” giornalisti presenti nei principali canali mediatici sudafricani avevano partecipato al progetto di Stratcom verso la fine degli anni ‘80. Secondo l’ex comandante dello squadrone della morte, colonnello Eugene de Kock, che al momento sta scontando una condanna all’ergastolo per pluriomicidio, le sue attività per Stratcom durante gli anni ’80 includevano attacchi violenti sui bianchi da parte di combattenti per la liberazione “convertiti”, attentati che poi venivano falsamente attribuiti dalla stampa agli attivisti di sinistra. L’intenzione era quella di manipolare l’opinione pubblica sudafricana e portarla alla convinzione che solo i membri del precedente regime, se restaurato, avrebbero potuto difendere le masse dal caos, l’anarchia e il terrorismo.(11)

In assenza di una tecnologia digitale video simile a quella delle immagini di Abu Ghraib, si può solo speculare sulla portata del lavaggio del cervello o della “conversione” di prigionieri, praticate per molti anni in Sud Africa, o durante i combattimenti di Algeri degli anni ‘50, o durante la soppressione da parte degli inglesi dei movimenti di indipendenza in Kenya e Malaya negli anni ‘60, o ancora durante la guerra sporca in Argentina, i conflitti in Irlanda del Nord tra gli anni ’70 e gli ’80, e innumerevoli altri conflitti regionali. Qualsiasi cosa sia successa allora, e qualsiasi siano le vere attività che in questo momento hanno luogo nel gulag americano, resta certo il fatto che l’estrema segretezza fornisce un terreno ideale per l’applicazione di tecniche di tortura psicologica che mirano a “convertire” i prigionieri di guerra in pseudo operatori.

Rimangono una diffusa ignoranza pubblica e il fatto di evitare in modo studiato questo inquietante argomento. Poche persone sono state in grado di mettere insieme i frammenti di storia per avere un quadro più ampio. Altre semplicemente non vogliono sapere. La pratica della tortura psicologica, mai pienamente riconosciuta, persiste ancora all’interno dei servizi segreti come prodotto di strategie di intelligence che sono state probabilmente pratica comune per almeno mezzo secolo o anche più. Abu Ghraib potrebbe essere solo la punta di un iceberg.

Stan Winer, giornalista che lavora in Sud Africa, è autore del libro “Between the Lies: Rise of the media-military-industrial complex, London: Southern Universities Press, 2004″. Versione PDF scaricabile gratuitamente da www.coldtype.net)

Note e riferimenti:

(1) Per una lista dei luoghi di detenzione USA vedere humanrightsfirst.org

(2) Per molti anni i servizi segreti israeliani spinsero questa pratica in avanti creando una vera e propria “prigione fantasma” per detenuti politici. Il nome in codice era Facility 1391. Questa prigione segreta riservata ai “casi speciali” è stata operativa in Israele per molti anni all’interno delle mura di una base armata segreta, lontana dagli occhi della stampa e del pubblico e senza essere stata dichiarata una struttura detentiva, come prevede lo statuto. Vedere icj-sweden.org

(3) Il record completo del processo a Wouter Basson è disponibile all’indirizzo ccrweb.ccr.uct.ac.za

(4) La tecnica fu scoperta dallo scienziato russo Ivan Pavlov (vedere la bibliografia di seguito) che identificò l’ITM all’inizio del 1900. Si dice che il suo lavoro con gli animali aprì la via a ulteriori studi sugli umani. I modi per raggiungere la conversione attraverso l’ITM sono vari, ma il primo passo, comune a tutti nel lavaggio del cervello, è lavorare sulle emozioni di un individuo o di un gruppo finché non si raggiunge un livello anomalo di rabbia, paura, eccitazione o tensione nervosa. Il risultato progressivo di questa condizione mentale porta all’impedimento del giudizio e all’aumento della suggestionabilità. Più questa condizione può essere mantenuta o intensificata, più degenera, portando a una conversione totale del comportamento.

(5) Record del processo a Basson

(6) David Martin & Phyllis Johnson, The Struggle for Zimbabwe, London: Faber 1981, p.283 Martin and Johnson)

(7) Sulle pseudo-gang della Rhodesia vedere: Martin & Johnson, op. cit., pp.110-11; Ken Flower, Serving Secretly: An intelligence chief on record, London: John Murray 1987, pp.114-5. Sui rhodesiani in Malaya vedere Christopher Owen, The Rhodesian African Rifles, London: Leo Cooper, 1970. Sulle origini delle “pseudo gang” in Kenya vedere Frank Kitson, Gangs and Counter-gangs, London: Barrie and Rockliff, 1960. Sulla dottrina della contro rivolta britannica vedere Frank Kitson, Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency and Peacekeeping, London: Faber, 1971. Sul Vietnam vedere Larry Cable, Conflict of Myths: The Development of American Counter-Insurgency Doctrine and the Vietnam War, New York: New York University Press 1986, p.82

(8) Interviste condotte dall’autore con ufficiali del Movimento delle Forze Armate (MFA) a Lisbona dopo il colpo militare socialista in Portogallo del 1975. Molti documenti incriminanti, visionati dall’autore, furono sequestrati dall’MFA ai fuggitivi OAS che operavano a Lisbona.

(9) Ibid.

(10) Vedere D Kendo, “Comores: L’Ordre Mercenaire”, Jeune Afrique, nos 1511/1512, December 1989; Economist Intelligence Unit (EIU), Madagascar, Comoros, Country Profile, 1989-90, London 1990, pp 32-36; EIU, Madagascar, Mauritius, Seychelles, Comoros: Country Report No. 1, London 1990..
(11) Sembra che questa strategia sia stata ripresa tre anni fa quando 22 cospiratori sovversivi sudafricani, inclusi tre ufficiali veterani, tramavano per formare un esercito ribelle di circa 4500 persone per rovesciare il governo sudafricano e rimpiazzarlo con un regime militare guidato interamente da supremazie bianche. I cospiratori, attualmente sotto processo per omicidio, tradimento e terrorismo, pianificarono di scatenare il caos nel paese per coprire i movimenti dell’esercito ribelle mentre uno squadrone della morte di 50 uomini avrebbe eliminato i “traditori” e fatto ricadere le azioni sui neri. L’esercito ribelle, per “ristabilire l’ordine”, avrebbero escogitato un blackout di 10 giorni che avrebbe portato alla chiusura degli aeroporti e alla possibilità di impossessarsi dei depositi di armi e dei veicoli armati. L’ultimo stadio sarebbe stata l’inaugurazione di un governo militare di destra.

Bibliografia

Eysenck HJ The biological basis of personality, Springfield, IL: Thomas, (1967)

Pavlov, IP Lectures on Conditional Reflexes: The higher nervous activity (Behaviour) of animals, London: Lawrence & Wishart, 1928

Sargant, W The Battle for the Mind, London: Wm Heinemann, 1957

Fonte: globalresearch.ca
10.06.06

Traduzione per comedonchisciotte.org a cura di S.P.

6/7/2006

La violenza fondatrice

Posted in: — @ 6:47 am
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di Joseph Halevi

Fino a due decenni fa non esisteva ancora in Israele una sistematica storiografia sulle origini dello Stato. I libri e i saggi di storia erano scritti in termini partitici e spesso da persone che erano presenti negli organismi più legati alla formazione di Israele. Durante tutto il regno del Mapai (il partito socialdemocratico sionista, che governo’ ininterrottamente dal 1948 al 1977, trasformatosi poi in partito del lavoro, Avodà e infine in ‘Un solo Israele’) tutto cio’ che toccava sia le radici storiche dello Stato sia le analisi correnti dei rapporti con gli ‘arabi’ (i palestinesi venivano considerati inesistenti) era gestito in maniera rigorosamente di modello stalinista. La struttura politica del Mapai – con il suo Comitato centrale, con le sue organizzazioni kibutzistiche, con il suo ferreo controllo sul sindacato-impresa Histadrut , con i suoi istituti di ricerche sociali e casi editrici – prevedeva una stretta direzione politica dell’interpretazione storica.

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3/7/2006

La nascita degli Stati Uniti d’America

Posted in: — @ 10:23 pm
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di Alfredo Bonatesta

1) La formazione della Nuova Inghilterra

La scoperta del Nuovo Mondo, avvenuta nel 1492 ad opera di Cristoforo Colombo, giunse puntuale a soddisfare talune esigenze emergenti nella società europea dell’epoca:

I) quella dei governanti spagnoli, portoghesi, olandesi, francesi ed inglesi di rimpinguare con nuove ricchezze finanze quasi sempre esangui e di modificare con nuove conquiste gli equilibri politici in atto nel Vecchio Continente;

2) quella della nascente classe borghese, protesa ad affermare una nuova concezione di vita ed a ricercare per sé condizioni ambientali più favorevoli;

3) quella della diaspora ebraica di trovare nuovi e più validi spazi di praticabilità alle proprie attese messianiche fino ad allora sempre deluse e tuttavia mai abbandonate.

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1/7/2006

Breve storia del lungo saccheggio afghano

Posted in: — @ 12:11 am
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di Sabina Morandi

Dal XIX secolo a oggi

Una gigantesca scacchiera. E’ così che l’Impero britannico nel 19esimo secolo considerava l’Afghanistan, territorio strategicamente decisivo nel quale combattere la guerra contro le super-potenze del tempo, l’impero Ottomano e la Russia degli zar. Due secoli dopo, nelle medesime vallate che nei tempi antichi furono attraversate dagli eserciti di Alessandro il grande, i russi trovarono il loro Vietnam. C’è chi dice anzi che furono attirati lì esattamente a quello scopo (lo dimostrano alcuni documenti dell’intelligence resi pubblici sotto il Freedom Act) quando, nel 1979, i carri armati sovietici varcarono la frontiera per sostenere il regime filo-comunista che si era insediato a Kabul. Da allora, com’è noto, gli afgani hanno conosciuto ben pochi giorni di pace.

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17/6/2006

Omar al Mukhtar, credente e stratega

Posted in: — @ 10:55 pm
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di Angelo Del Boca

Quando Omar al Mukhtar assume nel 1923, per delega di Mohamed Idris, capo della Senussia, la guida della resistenza anti-italiana in Cirenaica, ha già 63 anni e alle spalle una intera esistenza spesa ad insegnare il Corano nella moschea di Zawihat al Gsur, un villaggio agricolo tra Barce e Maraua. Il generale Graziani, che finirà per batterlo, ricorrendo ad ogni mezzo, così lo descrive: «Di statura media, piuttosto tarchiato, con capelli, barba e baffi bianchi, Omar al Mukhtar era dotato di intelligenza pronta e vivace; era colto in materia religiosa, palesava carattere energico ed irruente, disinteressato ed intransigente; infine, era rimasto molto religioso e povero, sebbene fosse stato uno dei personaggi più rilevanti della Senussia».

Per essere stato delineato dall’avversario che lo porterà al patibolo, il ritratto è sorprendentemente fedele e positivo, concorda con il ritratto che altri hanno tracciato di lui. Ma c’è una dote di Omar che Graziani sottace ed è il suo genio militare, che forse eguaglia o supera quello del guerrigliero somalo Mohammed ben Abdalla Hassan, più noto come il Mad Mullah.

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