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In morte della «seconda potenza mondiale»

August 13th, 2006 · Lasciare un commento (No Comments)

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Che fine hanno fatto i movimenti per la pace che si consideravano come una «seconda potenza mondiale»? Seppure non oceaniche si contano a centinaia le manifestazioni che in questi giorni si sono svolte in ogni parte del mondo, ma dei pacifisti nessuna traccia. Volatllizzati assieme alla polvere sollevata delle bombe sioniste su Cana. Queste manifestazioni o sono state organizzate dagli islamisti o da forze rivoluzionarie e/o antimperialiste. Dice l’adagio: quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. Appunto. Alcuni compagni ricorrono al consolante schemino di tradizione emmelle prendendosela coi dirigenti che tradirebbero la loro base. Un po’ di ragionevole decoro per favore! Le cause di questo penoso tramonto dei movimenti pacifisti di massa (che non a caso sono stati solo occidentali e mai hanno messo radici nei paesi del terzo e quarto mondo) sono ben piu’ serie e profonde. Le ragioni sono certo numerose e complesse, ma al fondo esse hanno una causa primaria. La guerra imperialista di civilta’ scatenata dagli USA dopo il 2001 contro chiunque si opponga al disegno imperiale americano (nel quale Israele occupa il ruolo di avamposto) non consente a nessuno di stare nel mezzo, di rifugiarsi nella confortevole posizione dell’equidistanza. Lo dimostrano le grandi im-potenze come L’Unione Europea, la Cina o la Russia le quali, nonostante godano di rilevante forza strategica, sono costrette in ultima istanza a tenere il moccolo agli americani. La spinta offensiva che trova nell’asse americano-inglese-israeliano il suo baricentro non e’ un capriccio compulsivo e revanchista di Bush e dei Neocon. Questa spinta e’ animata da forze sociali profonde che sono egemoni nelle societa’ imperialistiche occidentali. Il cittadino medio, che scambia i propri standard di vita opulenti e consumistici con la civilta’ occidentale, percepisce che essa (ovvero il proprio livello di vita) e’ minacciata e rischia lo schianto. Minacciata da che e da chi? Dalla pressione dei popoli e delle nazioni del terzo mondo i quali, dopo essere stati spinti ad abbandonare l’utopia socialista, non hanno altra alternativa, per sfuggire alla miseria e godere di un minimo di benessere, che adottare i modelli economici e sociali capitalistico-occidentali e l’etica calvinista e individuaiista che ne sta alla base.

Il problema e’ che questa scalata, avvenendo su basi capitalistiche, spinge verso una duplice ecatombe. L’estensione orizzontale dei modelli di sviluppo e di vita occidentali ucciderebbe l’ecosistema in pochi decenni. Mentre la scalata verticale di certi popoli, avvenendo in un quadro sistemico imperialistico che implica che molti debbano sgobbare per la ricchezza di pochi, causerebbe lo sconvolgimento degli equilibri tra potenze e, sul lungo periodo, conflitti apocalittici. Questa situazione ha spazzato via i tradizionali antagonismi di classe e le barriere destra-sinistra sovradeterminando una nuova polarizzazione sociale e culturale. Se ai poli delle societa’ occidentali ci sono in basso un dieci per cento di disgraziati e di nuovi poveri, mentre in alto abbiamo un dieci per cento di nuovi borghesi globalisti e globalizzati, l’ottanta per cento si considera un vischioso ceto medio che capisce che non puo’ salire piu’ in alto ma non vuole saperne di scendere piu’ in basso. Questo ceto medio occidentale e’ quello che alimenta non solo l’intero teatro di scimmie politico-istituzionale ma pure i cosiddetti movimenti pacifisti.

Davanti al tramonto dell’Occidente esso si divide in due grandi campi: una parte esige una politica sicuritaria all’interno e guerrafondaia verso ogni minaccia esterna (il bushismo in tutte le sue varianti: lepeniste, radicali, leghiste, berlusconiane, neoliberiste, fondamentaliste cristiane, ecc.). L’altra parte, che solo per convenzione semantica definiamo di sinistra, esprime le stesse pulsioni e interessi sociali ma sfumandoli in maniera meno sfrontata e rozza. Si possono difendere i privilegi e la supremazia occidentale col dialogo, la diplomazia, la dalemiana equivicinanza. Non si spara sulle zattere al largo di Lampedusa, ma si «accolgono» i dannati ammanettandoli e chiudendoli nei CPT. Le guerre a stelle e striscie sono esecrabili, mentre quelle targate UE-NATO-ONU auspicabili e camuffate come «missioni di peacekeeping». I bombardamenti di sinistra sono intelligenti e umanitari — come quelli contro la Iugoslavia o l’Afganistan — e se dei civili ci lasciano le penne si tratta solo di secondari «effetti collaterali». Si condanna la guerra in Iraq ma si condivide con Bush la necessita’ di portare la democrazia in Iraq per cui chi vi si oppone e’ un terrorista mica un resistente. Si depreca l’offensiva israeliana, ma essa e’ legittima e giustificata perche’ Hezbollah va disarmato. Se non e’ zuppa e’ pan bagnato. Tolta una minoranza davvero coerente, che coniuga il pacifismo con l’antimperialismo, la gran parte del ceto medio progressista ragiona in base ai suoi interessi particulari. Al fondo e’ un ceto proprietario al pari di quello di destra, e al pari di quello vuole difendere i suoi meschini privilegi, e come quello ritiene che tutti i nemici dell’Occidente, se non terroristi, sono comunque dei pazzi o dei barbari per cui, siccome in mezzo non sembra esserci posto, meglio di qua con Bush che di la coi… «tagliatori di teste» — neologismo coniato non per caso dal comunista-dei-miei-stivali-Barenghi (e che sta come sinonimo dell’appellativo «banditen!» con cui i nazisti e i loro lacche’ fascisti chiamavano i ribelli partigiani)..

Insomma, una sinistra per modo di dire, che finge di stare in mezzo mentre e’ schierata da una parte. Una sinistra di destra.

In questo contesto la pretesa dei pacifisti di rappresentare una maggioritaria anima pia dell’Occidente doveva andare a farsi friggere. Nel migliore dei casi i pacifisti incarnavano si il disprezzo di tanti cetomedisti per la guerra, ma solo in quanto essa mette a repentaglio quella truce pace che consente loro di tirare a campare come piccolo borghesi e parvenus. Questa presunta maggioranza non ha quindi subito un processo di consunzione, bensì di transustanziazione. Il pane della pace si è trasformato nel corpo di Prodi e D’Alema e nel sangue degli afgani ammazzati sotto i colpi della missione USA-NATO. Il tutto con il pretesto doroteo della «riduzione del danno».

Israele non e’ solo l’avamposto dell’Occidente imperialistico in Medio Oriente. Israele e’ una rappresentazione miniaturizzata dell’Occidente medesimo: dove le differenze di classe tra ebrei patrizi e plebei sfumano e cedono il passo all’antagonismo che oppone entrambi agli schiavi arabo-palestinesi. La percezione sionista per cui gli schiavi arabi non vedrebbero l’ora di fare a pezzi Israele non e’ solo paranoia. Uno stato che per costituzione si fonda sul sionismo e sull’apartheid e che assicura solo agli ebrei pieni diritti di cittadinanza ha inscritto nel suo DNA il codice della propria tremenda dissoluzione.

In quanto raffigurazione stilizzata e simbolica dell’Occidente, in quanto essenza distillata del sistema imperialistico, la societa’ israeliana non poteva non produrre un «pacifismo ebraico». La sua recente parabola e’ sintomatica e inquietante. Un esito su cui i pacifondai occidentali tacciono ma sui cui invece farebbero bene ad interrogarsi. E’ un fatto che le manifestazioni svoltesi in Israele contro l’aggressione in Libano siano fallite. In piazza sono scesi sparuti drappelli dell’estrema sinistra. Peace Now, lo storico movimento pacifista israeliano, tanto osannato anche in Italia, ha boicottato il presidio di Gerusalemme. Per Peace Now come per tutto lo schieramento sionista di sinistra-centro-destra l’aggressione israeliana del Libano e’ giustitificata. Ma questo non e’ niente. Yariv Oppenheimer, segretario di Peace Now ha spiegato ieri al quotidiano Haaretz la ragione piu’ profonda di questa scelta di campo: «Perche’ il nostro movimento non manifesta per i valori morali universali, ma per il bene d’Israele. Nel caso dell’occupazione dei territori palestinesi, moralita’ e interesse del paese si intrecciano. Contro gli Hezbollah abbiamo il diritto di difenderci con tutto quello che abbiamo a disposizione». Ecco dove porta un pacifismo che non ha deciso di tagliare le sue radici sioniste. Se ci pensate bene questa vicenda e’ una metafora di quella italiana sul voto sulla «missione» in Afganistan. Non per valori universali i parlamentari pacifondai hanno votato assieme alle destre. Il «bene d’Israele» qui da noi e’ stato il meschino «bene del governo Prodi» — dove la cura delle proprie chiappe afflosciatesi sugli scranni del potere e’ pero’ in sintonia con quel comune sentire della pappetta cetomediana di cui dicevamo sopra. Cosi anche in Italia i pacifondai di mestiere hanno boicottato le manifestazioni del 27 luglio, animate solo dai movimenti antimperialisti. Il movimento contro la guerra, gia’ moribondo, si e’ suicidato nella trasfusione di sangue per salvare il governo Prodi. La frattura profonda tra antimperialismo e pacifismo e’ l’esito. I signori della guerra equivicina per ora se la godono.

Campo Antimperialista

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Tags: Antimperialismo · Politica

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