di Andrea D’Urso
Ahmed Sadat è il segretario generale del PLFP (il fronte popolare di
liberazione della palestina), storico movimento politico che è nato come
partito nazionalista arabo di ispirazione marxista, durante la guerra dei
sei giorni scoppiata nel 1967. Dal gennaio 2002 Sadat è rinchiuso nelle
carceri palestinesi insieme ad Ahed Abu Galmin, il capo delle brigate di
Abu Ali Mustafa, braccio armato del partito.
Durante l’assedio israeliano della Moquata, quartiere generale di Arafat nell’aprile del 2002 gli
israeliani chiesero la testa dei due leader politici del PLFP in cambio
del ritiro delle truppe israeliane dalla zona circostante al palazzo
presidenziale di Arafat a Ramallah. Si giunse cosi nel mese di Aprile ad
un accordo tra israeliani, statunitensi, britannici da un lato e l’Anp
dall’altro. Tale accordo prevedeva che sia Ahmed Sadat che Ahed Abu Galmin
sarebbero stati chiusi nel carcere palestinese di Gerico, città situata ad
est della Palestina a pochi chilometri dal confine con la Giordania, sotto
il continuo controllo degli americani e dei britannici. Sadet rimane
comunque il segretario generale del partito anche se è impossibilitato a
muoversi e a svolgere le normali funzioni politiche, tuttavia riceve
settimanalmente le visite di delegazioni de militanti del PLFP da tutta la
Palestina. Abu Galmin nel 2002 era ricercato sia dagli israeliani che
dall’ANP perché accusato di avere organizzato l’assassinio del ministro
israeliano ultra conservatore Rehavam Zeevi il 17 novembre del 2001. Il
capo delle brigate di Abu Ali Mustafa (storico leader del plfp vittima di
un omicidio mirato da parte dei soldati israeliani) sottolinea che il PLFP
e uno dei pochi partiti palestinesi laici che non ha abbandonato la
resistenza armata e puntualizza “il PLFP è contrario agli attacchi dei
civili. la nostra strategia è indirizzata a colpire i coloni e i soldati
israeliani. Noi portiamo avanti azioni, anche armate se è necessario, che
fanno avanzare la resistenza e ci avvicinano al nostro obiettivo primario
che è quello di liberare la Palestina dall’occupazione israeliana e porre
le basi per un futuro stato democratico.” Chiedo allora cosa pensa
riguardo alla pratica degli attacchi suicidi portati avanti da Hamas. Abu
Galmin mi risponde: “certo che non possiamo condannare una persona che
sacrifica la propria vita per la causa palestinese ma è vero anche che non
accettiamo assolutamente questa forma di lotta politica” Come a voler dire
noi con Hamas non c’entriamo per nulla e Sadat aggiunge che l’Unione
Europea ha commesso un grave errore politico nell’inserire il PLFP nella
lista delle organizzazioni terroristiche nel giugno del 2002 al pari di Al
Quaeda e di altre organizzazione islamiste, invece di riconoscere il PLFP
come interlocutore politico nel conflitto israelo-palestinese. Sadat è
fortemente debilitato dalla prigionia forzata sotto il formale controllo
dell’ANP, formale perché in realtà il carcere di Gerico è posto sotto
sorveglianza da parte degli uomini della Cia e dei servizi Britannici. Non
ha ancora ricevuto alcun processo e la sua è una detenzione sine die, nel
senso che la sua situazione giuridica dipenderà dall’evolversi della
situazione politica della Palestina. Una situazione che rimane sospesa e
sottilmente legata alle sorti del conflitto e dell’avvenire della
Palestina e del suo popolo.
Dopo il ritiro di Gaza molti tra opinionisti e politici Italiani
considerano Sharon come un uomo di pace. Anche larghi settori del centro
sinistra italiano hanno accolto come un fatto positivo il disimpegno da
Gaza del premier Israeliano. Il ritiro è un bluff o Sharon è cambiato
veramente?
Sì e no, nel senso che esistono alcune novità nel conflitto. Con il ritiro
da Gaza Sharon si è reso conto che è stato sconfitto, che Gaza è
economicamente e militarmente un grosso sacrificio e che il gioco non vale
la candela; insomma controllare Gaza non è poi cosi strategico.
Che cosa è cambiato allora?
La Cisgiordania resta sotto l’occupazione israeliana, la costruzione del
Muro continua anche all’interno della Green line (linea che demarca i
territori della west Bank prima dell’ occupazione nel 67 ), non c’è
libertà di movimento per i palestinesi all’interno della West Bank, in
altre parole cambia la tattica non la strategia che rimane inalterata. Il
piano di Sharon è di indebolire materialmente la Palestina, esasperando le
condizioni sociali dei palestinesi limitando lo spazio fisico di
movimento, aumentando la repressione e controllando i confini. Sharon
vuole prolungare ed esasperare l’occupazione per poi sedersi al tavolo dei
negoziati a cose già fatte. Vuole prender più tempo per forzare ed imporre
queste umilianti condizioni. Ricordo anche che Sharon è sostenuto da Bush
che alla vigilia della sua seconda rielezione gli ha garantito il totale
controllo su Gerusalemme e il mantenimento degli insediamenti dei coloni
nella West Bank. Mentre l’Unione Europea sta solo a guardare e non fa
nulla di veramente concreto.
Il PLFP si è rifiutato di fare parte dell’ Autorità Nazionale Palestinese
costituitasi dopo gli accordi di Oslo. L’ANP è diventata così il solo
interlocutore nelle relazioni diplomatiche. Perché tale scelta?
Se vogliamo migliorare le istituzioni dell’ANP sia dal punto di vista
della democrazia interna sia dal punto di vista della forza politica
dobbiamo mettere in moto l’OLP (l’organizzazione per liberazione della
Palestina), che in passato era un organo plurale composto da diverse forze
non omogenee ma che aveva come unico obiettivo quello di liberare la
Palestina e di rendere unite tutte quelle forze che agiscono verso questo
obiettivo. Gli organi interni all’OLP sono ormai svuotati di un ruolo
politico effettivo, la costituzione dell’ANP e gli accordi di Oslo sono
serviti a dividere le forze politiche che si battevano in maniera
unitaria. Per cui il parlamento nazionale palestinese deve essere
considerato come parte integrante dell’OLP. Noi non vogliamo dividere le
istituzioni e le forze democratiche che le compongono come anche Al Fatah.
Ma è certo che adesso l’OLP è fortemente indebolito
Come si risolve la situazione a livello internazionale visto che il PLFP
non riconosce anche la Road Map ?
Come gia detto Israele continua a controllare i confini con Gaza, ma la
questione più grave riguarda i confini con l’Egitto, mi chiedo quale
diritto abbiano di controllare anche questi. Insomma non c’è nessun reale
ritiro da Gaza e l’ONU deve intervenire a regolare con una risoluzione la
questione dei confini con l’Egitto. Per quanto riguarda la Road Map,
questa è funzionale agli interessi di Israele, noi come PLFP proponiamo
una via alternativa: convochiamo urgentemente una conferenza
internazionale che spinga Israele ad applicare le numerose risoluzione del
Consiglio di Sicurezza che sono rimaste solo sulla carta, e che le loro
applicazioni siano controllate da rappresentanti internazionali. Questo è
per noi l’unico processo di pace da perseguire
Fonte. www.Lernesto.it a cura della redazione



