di Gabriele Adinolfi
Che significa l’arresto di Luigi Ciavardini e cosa certi registi s”aspettano da noi
Il fatto del giorno, oramai noto più o meno a tutti, è l’arresto di Luigi Ciavardini, tratto nel carcere di Regina Coeli con l’accusa di aver partecipato ad una rapina nel 2005. Questo fulmine a ciel sereno è arrivato quando la Cassazione bis per il processo della strage di Bologna si è fatta imminente.
Impossibile non pensare che quell’arresto non sia in qualche modo da legare ad una pressione nei confronti della Corte. Ragion di più se le cose stanno esattamente come le hanno presentate ieri le autorità inquirenti al collegio difensivo di Luigi. L’elemento probante contro il prigioniero sarebbe il “ritrovamento di un’impronta digitale compatibile”. Senza entrare nel novero - sempre soggettvissimo - sia degli innocentisti che dei colpevolisti, ma sforzandoci di restare il più freddi possibile, non possiamo non rilevare come una simile sbavatura sia stridente per una persona che tutto è fuorché un novellino. Chiunque abbia assistito ad un film che concerne servizi segreti ed affini sa perfettamente che per riprodurre un’impronta digitale e farla ritrovare dove si preferisca è sufficiente applicare dello scotch ad un bicchiere utilizzato dall’incastrando e, quindi, passare lo stesso scotch sull’oggetto sul quale è opportuno rilevare l’impronta probante. Non è fantascienza. Una sorta di deontologia, nata più per evitare le guerre intestine tra polizie parallele che non i diritti dell’imputato, impedisce che questa pratica sia molto diffusa. Tranne negli affari di stato, affari per i quali si ricorre anche ad altri tranelli infami, come il far ritrovare armi o droga, appositamente introdotte, in casa dell’imputato.
E quello di Luigi Ciavardini è un affare di stato; o se preferite di potere, visto che lo stato in Italia è suddito.
Ciò definito non ci resta che attendere gli sviluppi evitando, se possibile, di elucubrare e di sentenziare, sia in senso colpevolista che in senso innocentista. Di giudici ce n’è abbastanza e quelli non siamo certo noi. Noi, in quanto italiani, siamo tutti imputati o, se volete, tutti sequestrati affinché il processo di Bologna continui a non fare giustizia e a non aprire vie alla verità.
Ragion per cui prego tutti i virtuosi della tastiera, tutti quelli che si sentono in dovere di dire la loro, neanche fossero il ministro di giustizia o l’opinionista del Corriere della Sera, a soprassedere. A non cadere nelle solite tentazioni idiote quali quella di giocare ai malavitosi o, peggio ancora, di preoccuparsi del danno d’immagine subito nel mondo borghese. Ambo le tentazioni vanno rigettate alle ortiche senza pietà perché sono espressioni di una piccolezza: nel primo caso di una piccolezza dovuta a immaturità, nel secondo a meschinità.
Si scelga una terza via e, soprattutto, non si spettegoli e non ci si perda in ciance.
Le opinioni del resto non servono a nulla se non a “opinare”, ovvero a dire parole in libertà che rafforzano l’individualismo e il relativismo e sfaldano la coesione, coesione che mai come oggi è necessaria.
Esorto dunque tutti ad attendere lo sviluppo degli eventi e, in ogni caso, a non sentire la fregola di dare giudizi. Le parole d’ordine, in un momento del genere, devono essere due: silenzio e tenacia!
Fonte: www.noreporter.org


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