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Taormina Connection

June 22nd, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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di Gianni Barbacetto

L’assassino di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si chiama Osama bin
Laden. È questa la clamorosa svolta che la Commissione parlamentare
sull’omicidio dei due giornalisti del Tg3 uccisi in Somalia il 20
marzo 1994 si sta apprestando a dare. Il presidente della
Commissione, Carlo Taormina, ha guidato i lavori i verso la pista
dell’estremismo islamico.

Per dieci anni le inchieste giomalistiche
e giudiziarie hanno battuto la strada dei traffici di armi e di
rifiuti radiottivi, degli affari italiani della cooperazione in
Africa e delle contiguità dei servizi segreti con faccendieri
spregiudicati e opachi giochi politici. In pochi mesi Taormina (dopo
aver dato un contributo significativo a confondere le acque della
Commissione Telekom Serbia) ha sparigliato le carte e ora è pronto a
riabilitare 007 e faccendieri, offrendo un colpevole perfetto: un
giovane Osama che nel 1994 si stava facendole ossa per diventare lo
sceicco della guerra contro l’Occidente.
Per arrivare a questo risultato, Taormina ha gestito la commissione
a colpi di segreto (ossessivamente imposto su quasii tutto anche ai
consulenti a lui non graditi) e di perquisizioni all’alba (ai danni
di agenti della Digos e di giornalisti): la Commissione sta
silenziosamente implodendo. Dopo mesi di polemiche e scontri, l’8
febbraio se ne sono andati sbattendo la porta, un commissario – il
verde Mauro Bulgarelli – e due consulenti – i giornalisti di
Famiglia Cristiana Barbara Carazzolo e Luciano Scalettari: «Il
presidente non ci lasciava svolgere il nostro lavoro», hanno
spiegato. In precedenza erano stati estromessi dalla Commissione
altri tre consulenti: Afro Maisto, magistrato, Giorgio Cancelliere,
presidente dell’ong Africa 70, e Roberto di Nunzio, direttore del
giornale online Reporter associati. Altri due consulenti magistrati
e un diplomatico se n’erano andati per motivi personali. I
sopravvissuti sono per lo più poliziotti, e per lo più chiamati da
Taormina, a cui rispondono direttamente. Così, tra risse, polveroni
e veleni, l’organismo parlamentare che doveva fare finalmente
chiarezza sulla morte di Ilaria Alpi a Mogadiscio è andato ad
aggiungersi alle commissioni-vendetta (Mitrokin e Telekom Serbia)
gestite dal centrodestra per regolare i conti con la sinistra e, più
in generale, con la storia.
Il mistero dell’audizione segreta. Il presidente ha di fatto creato
due livelli di consulenti (di serie A quelli di fiducia di Taormina,
di serie B gli altri, tenuti all’oscuro di tutto e guardati con
sospetto). E ha usato due pesi e due misure con i testimoni chiamati
a raccontare i fatti. Durissimo contro giornalisti e poliziotti
colpevoli di aver battuto la pista dei traffìci di armi e rifiuti.
Morbido nei confronti di faccendieri e agenti segreti. Il giorno più
critico è stato il 28 gennaio 2005 agenti mandati da Taormina si
sono presentati all’alba nelle abitazioni di due giornalisti,
Maurizio Torrealta e Luigi Grimaldi e di tre poliziotti, Michele
Ladislao, Antonietta Motta Donadio e Giovanni Pitussi, gli uomini
della Digos di Udine che avevano gestito una misteriosa fonte somala
che a suo tempo aveva rivelato elementi sulla pista armi-rifiuti.
Perché una perquisizione a sorpresa e non una semplice richiesta? E
che cosa cercavano gli uomini di Taormina?
La risposta è contenuta nei verbali (subito segretati)
dell’audizione di un misterioso testimone senza volto (la fonte
somala di Udine?) convocato in tutta fretta la sera di martedì 25
gennaio e ascoltato il giorno seguente. Due giorni dopo, scattano le
perquisizioni. Il verde Bulgarelli, a casa con l’influenza come
milioni d’italiani, non è stato informato di nulla e ha potuto
esprimere il suo dissenso, a cose fatte, solo con le
dimissioni: «Hanno compiuto una pesantissima violazione della
libertà di stampa. Taormina ha comunicato che la decisione delle
perquisizioni era stata presa all’unanimità: a me risulta che invece
fossero presenti solo tre commissari più il presidente. E poi una
perquisizione si fa quando si ipotizza l’esistenza di prove
occultate: che prove mai nascondeva Torrealta autore di libri e
inchieste sull’omicidio di Ilaria Alpi? E Grimaldi? E gli agenti
della Digos?».

Il «teorema omicidiario». Tutt’altra musica con gli uomini del Sismi
venuti a raccontare la loro verità davanti alla Commissione. Il
colonnello Luca Rajola Pescarini, che nel 1994 dirigeva la Seconda
divisione del Sismi (il vecchio Ufficio R, la sezione che si occupa
dell’estero), il 12 gennaio ha potuto in tutta tranquillità
sostenere l’assoluta estraneità della propria divisione alla vicenda
Alpi. Di più: ha potuto scaricare ogni responsabilità facendo
balenare per un attimo i fantasmi di una guerra interna ai servizi,
affermando che nei primi anni Novanta in Somalia operavano anche gli
uomini dell’Ottava divisione (quella deputata al lavoro
d’intelligence sui traffici d’armi e di materiale strategico),
guidata dall’ammiraglio Giuseppe Grignolo. Curioso: un presidente
che impone il segreto su tutto, non lo fa su una dichiarazione così
delicata. Così gli uomini dell’ottava hanno potuto sapere in tempo
reale che il «collega» aveva parlato di loro. Che senso ha l’uscita
di Rajola? Il Diavolo, dice la teologia cattolica, a volte dice il
vero, a volte dice il falso; e proprio per questo è difficile
distinguere e arrivare alla verità.
Ancor più lisce e senza contraddittorio sono andate le audizioni di
Guido Garelli (il protagonista del fantomatico «Progetto Urano» per
il riciclaggio in Africa di rifiuti radioattivi), di Giancarlo
Marocchino (l’imprenditore italiano che opera in Somalia e che è
stato coinvolto nel caso Alpi) e del suo difensore, l’avvocato
Stefano Menicacci (già indagato, senza seguiti penali,
nell’inchiesta palermitana «Sistemi criminali» per aver dato vita
nei primi anni Novanta, con massoni, fascisti e mafiosi, alle Leghe
del Sud).
Menicacci ha tranquillamente illustrato quello che chiama
il «teorema omicidiario». Cioè una costruzione messa in piedi da
giornalisti e magistrati che, spalleggiandosi a vicenda, nel corso
degli anni hanno imbastito la leggenda di Ilaria uccisa perché aveva
scoperto traffici illeciti, prima di armi e poi di rifiuti,
sponsorizzati da politici italiani e guardati a vista dai servizi
segreti. Menicacci scarica in Commissione anche chili di documenti
in cui sparge veleni (e possibili calunnie) nei confronti di
giornalisti come Torrealta e come gli inviati di Famiglia cristiana
poi diventati consulenti della Commissione, o di poliziotti e
magistrati come quelli che hanno condotto le indagini su traffici
internazionali a Torre Annunziata (il maresciallo Vincenzo
Vacchiano), Asti (il pm Luciano Tarditi), Milano (il pm Maurizio
Romanelli).

Menicacci detta la linea. Ipotizza spiegazioni e getta fango su
investigatori e consulenti (proprio quelli emarginati da Taormina).
E nessuno in Commissione lo ha arginato. I commissari, a parte
Bulgarelli, non danno segni di nervosismo. Quelli di centrodestra
stanno allineati con Taormina, quelli di centrosinistra o sono poco
presenti o non sembrano avere dalla loro né grande esperienza, né
un’approfondita conoscenza dei fatti in discussione. In mezzo, Bobo
Craxi, entrato in Commissione per viglilare sulla memoria del padre,
in passato tirato in ballo per le vicende della cooperazione
italiana e dei traffici internazionali.
Uomo chiave della Commissione è e resta Carlo Blandini che è il
braccio operativo di Taormina. Chi è Blandini? Un generale
dell’Aeronautica militare italiana incappato in più d’una inchiesta
giudiziaria. Fu coinvolto in una lunga e complessa indagine dal
giudice di Venezia Felice Casson – ironia del destino – proprio sul
traffico illegale d’armi e spionaggio negli anni della guerra tra
Iran e Iraq. Blandini all’epoca faceva parte dello Stato maggiore
della Difesa ed era membro di quel Comitato interministeriale per
l’esportazione di armi che permise la fornitura di materiale
bellico, attraverso triangolazioni internazionali, all’Iran colpito
da embargo.
Il processo appurò che i fatti erano avvenuti, ma non dimostrò le
responsabilità penali di Blandini, il quale (difeso dall’avvocato
Taormina) rimase però coinvolto in una nuova e ancor più intricata
vicenda processuale: quello che ha giudicato le reticenze e false
testimonianze dei vertici dell’Aereonautica sulla strage di Ustica.
Uscito pulito anche da questa storia, il generale è stato chiamato
dal suo avvocato difensore a lavorare per la Commissione Alpi.
Subito ha messo a segno un colpo da maestro: ha fatto acquistare,
con i soldi pubblici, il Programma Analyst, usato nientemeno che
dall’FBI per le indagini su al Qaeda. A guadagnarci è stata soltanto
la società fornitrice, la Sistemi e automazioni spa di Roma, perchè
il programma, troppo complicato e inadatto, non è mai stato usato.
Si continua a lavorare con un semplicie database (gratuito).

Il “depistaggio” Bulli.
La Commissione ha vissuto un momento di crisi quando il magistrato
Afro Maisto ha proposto l’audizione di Fausto Bulli, un personaggio
che gli promette le prove – foto e documenti – del complotto ordito
da uomini del Sismi per eliminare Ilaria Alpi, colpevole di aver
capito (e fotografato) i traffici di armi in corso in Somalia.
Fausto Bulli dice di aver avuto le sue informazioni dal colonnello
Mario Ferraro, l’agente del Sismi, ufficialmente suicida, trovato
impiccato a un portasciugamani (a un metro e mezzo da terra) nel
bagno di casa il 16 luglio 1995. Bulli compare sulla scena della
Commissione il 25 novembre. Poi arrivano le feste di Natale. E il 4
gennaio, a sorpresa, scoppia il caso: Bulli, comunica Taormina,
chiede un compenso di 5 milioni di euro per materiale che non ha. E’
un depistatore, o almeno un truffatore. A questo punto, Maisto si
dimette, anche perchè era incautamente intervenuto a favore di Bulli
presso la Guardia di finanza che gli stava perquisendo (per tutti
altri motivi) i suoi indirizzi: Maisto temeva che potessero essere
sequestrate le prove che Bulli aveva promesso alla Commissione. Il
giallo si fa intricato: truffa, depistaggio o trappolone? Certo è
che la pista dei traffici d’armi e rifiuti riceve un colpo
formidabile. La scena a questo punto è pronta per il trionfo della
pista islamica.

La pista islamica.
La Commissione non sviluppa le indagini iniziate e poi lasciate a
metà in questi dieci anni. Non cerca di capire senza pregiudizi se
Ilaria e Miran sono davvero stati uccisi perchè avevano scoperto
prove di traffici internazionali. Non verifica se la strada tra
Garoe e Bosaso, percorsa nell’ultimo viaggio di Ilaria, sia stata
luogo di seppellimento di rifiuti, come suggerito da alcune fonti.
Non approfondisce se esistono eventuali correlazioni tra l’omicidio
Alpi e la morte dell’agente del Sismi Vincenzo Li Causi, ucciso in
Somalia il 12 novembre 1993. Non indaga sulle attività in Somalia di
Francesco Cardella e VIncenzo Cammisa, della comunità Saman, che
rivendica di aver realizzato progetti in quel paese, ma aveva invece
sul luogo imbarcazioni che potrebbero essere state usate, secondo
alcune segnalazioni, per trasporti di armi. Non verifica se davvero
Ilaria Alpi aveva avuto informazioni da sottufficiali e ufficiali
dell’Esercito italiano in Somalia. Non sviscera la parte di commedia
di Giancarlo Marocchino. In compenso Taormina, che non chiede un
documento che sia uno sulle indagini di Torre Annunziata, Asti e
Milano, di cui pure disquisisce in commissione, fa invece arrivare
alla procura di Genova – chissà perchè – gli atti processuali del
serial killer Donato Bilancia.
Il duplice omicidio di Mogadiscio, secondo l’interpretazione più
minimalista, sarebbe il risultato causale di un agguato avvenuto nel
clima di lotta tra bande locali. Ma Ilaria Alpi, secondo le
anticipazioni di Taormina, è invece la prima vittima del terrorismo
islamico. Anche a causa delle sue denunce sulla situazione di
sottomissione delle donne musulmane. E’ probabilmente vero che Osama
bin Laden era presente già nel 1993 in Somalia, dove aveva aperto
quattro campi di addestramento e finanziato con 3 milioni di dollari
la nascente al Qaeda. Ma sarà vero che al mercato di Mogadiscio
erano già in vendita addirittura videocassette con mani mozzate e
altri esempi di sharia? E sarà vero che due personaggi somali di
questa tragedia – Bogor, il sultano di Bosaso, e Ali Mahdi, uno dei
signori della guerra – sarebbero stati nel 1994 i referenti di Osama?
Non risulta ad alcun esperto di Islam. Risulta invece che nel 1992
e ’93 i gruppi fondamentalisti, penetrati nella regione di Bosaso e
della Migiurtinia, siano stati ripetutamente sconfitti da Abdullahi
Yussuf, ai tempi signore della guerra con base in Migiurtinia e oggi
presidente della Somalia. A Mogadiscio, poi, gli uomini forti
dell’epoca erano Aidid e Ali Mahdi. Altro che Osama. La pista
islamica, tanto cara agli agenti del Sismi fin dal 1994, è di tanto
in tanto affiorata, in questi anni, ma sempre senza prove e subito
smentita anche dal generale Bruno Loi, comandante del contingente
italiano in Somalia nel 1993.
Ora la Commissione, se non sarà prorogata fino al termine della
legislatura, ha pochi mesi (scade il 30 luglio 2005) per raddrizzare
la barra o trovare prove convincenti. Per non perdere un’occasione e
trasformare la ricerca della verità in un gioco sotterraneo tra
politica e “barbe finte”.

diario.it

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Tags: Politica

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