di ANGELO PANEBIANCO
Le vicende di Fiorani, di Consorte e degli altri mostrano quanto gravi
siano i problemi da affrontare. C’è la questione di come rendere
efficaci i controlli, a tutela dei risparmiatori, sulle attività delle
banche. C’è la questione di come disciplinare meglio, a vantaggio
dell’efficienza produttiva, le acquisizioni di imprese industriali o
finanziarie.
E c’è la questione di come allentare (almeno un poco)
l’intreccio fra gruppi economici e gruppi politici, posto che tale
intreccio, sul piano economico, è un freno per lo sviluppo. E, sul piano
politico, danneggia la «società aperta» a vantaggio di oligarchie
(politico-economiche) chiuse e inamovibili. La mia tesi (Corriere della
Sera , 27 dicembre), che mi ha procurato varie critiche, è che per
affrontare questi problemi non bisogna alzare polveroni moralistici. I
rapporti fra morale e politica sono complessi. Qui mi limito a ricordare
che ci sono tre cose che non andrebbero confuse. La prima confusione da
evitare è fra morale privata ed etica pubblica. Non sempre coincidono.
Il più grande statista italiano, Cavour, diceva che se egli avesse fatto
per se stesso, per scopi privati, ciò che aveva fatto per l’unità
d’Italia sarebbe stato un malfattore. La seconda confusione è fra
moralità e moralismo. La moralità, quando c’è davvero, non viene
esibita, vive nei comportamenti quotidiani, nel modo in cui si rispetta
la deontologia della professione scelta, nel modo in cui ci si assume,
nella sfera pubblica e in quella privata, la responsabilità delle
proprie azioni, ecc. Poiché non è esibita, pochi la riconoscono. Ma se
si osservano con attenzione le persone che ci circondano si arriva quasi
sempre a scoprire dove c’è e dove non c’è. Particolare curioso: è raro
che la si trovi presso coloro che usano troppe volte la parola
«moralità». Il moralismo è l’antitesi della moralità. Esso vive di
esibizione. E’ un’arma politica. La politica si serve, per suoi scopi,
di qualunque risorsa: denaro, violenza, simboli religiosi, ecc. Il
moralismo è una di queste. Quando si sente parlare troppo di «questione
morale» significa che un gruppo politico sta brandendo l’arma «etica»
per colpirne un altro (con lo scopo, in genere, di sostituirsi ad esso e
fare più o meno le stesse cose). Per inciso, a differenza del direttore
dell’Unità , Antonio Padellaro, credo davvero che ciò che distingue
destra e sinistra riguardi solo gli interessi rappresentati e i progetti
politici, non la morale. La terza confusione è fra moralità e legalità.
Le leggi non sono i dieci comandamenti, sono solo laicissimi (e
imperfetti) strumenti di regolazione dei rapporti sociali. Se si
attribuiscono contenuti etici alle leggi si finisce nello Stato etico.
Il ladro va perseguito non perché il suo sarebbe un comportamento
«immorale» (questi sono fatti suoi, riguardano solo la sua coscienza).
No, va perseguito perché ci conviene , perché se il furto non venisse
scoraggiato il sistema di rapporti sociali grazie al quale campiamo si
disgregherebbe. Se si distingue fra legge e morale, la sfera pubblica
evita di essere investita da pericolosi imbarbarimenti: si rispetta di
più la presunzione di non colpevolezza e si evitano i linciaggi morali.
La società moderna, e anche la democrazia, vivono di queste distinzioni.
Azzeratele e non avrete più né l’una né l’altra.
corriere.it




