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Morire per Yahoo!

August 31st, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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La vicenda riguarda Flickr, uno dei più vivaci e popolari servizi di hosting fotografico, e mette di fronte alcune centinaia di utenti e il nuovo proprietario Yahoo!. Creato nel 2002 da una piccola compagnia di Vancouver, la Ludicorp, e cresciuto impetuosamente soprattutto
grazie al passaparola online, oggi Flickr è una delle “hot stories” di Internet. La sua comunità ha superato gli 1,2 milioni di utenti e sulle sue pagine è possibile vedere liberamente circa 37 milioni di foto.

Come capita a tutte le start up di successo, anche Flickr non poteva non finire nella lista della spesa dei grossi calibri del Web. Ed infatti a marzo 2005 è stato rilevato da Yahoo!, per una cifra non resa pubblica. Come prima mossa, il padre di tutti i portali ha trasferito i server del sito da Vancouver alla California. Quindi ha modificato le FAQ (le domande più frequenti), annunciando che dal prossimo anno tutti gli iscritti al servizio dovranno aprire
anche un account su Yahoo!, integrandosi quindi direttamente ad altri servizi come Yahoo! Mail e Yahoo! Messenger (e a questo proposito, non è poi così sbagliato ipotizzare che presto Flickr cambierà nome in Yahoo! Flickr o Yahoo! Photo o Yahoo! Pictures, esattamente come la scorsa primavera la vecchia piattaforma musicale Launch è stata ribattezzata Yahoo! Music).

La novità, però, non è stata apprezzata da tutti gli utenti di Flickr. Uno in particolare, l’amburghese Thomas Muller, ha aperto il gruppo di protesta “Flick Off” (dall’evidente assonanza con l’insulto principe della lingua inglese, “fuck off”), presentandolo così: “se Flickr davvero mi costringerà a iscrivermi a Yahoo! nel 2006, io getterò la spugna e cancellerò il mio account entro 24 ore dalla scadenza”. Nel giro di poche ore, la protesta è stata accolta da centinaia di altri “flickriani”, arrivando a sfiorare le mille sottoscrizioni. Una percentuale infinitesimale degli utenti complessivi del sito. Ma un numero sufficiente per trasformare un sentimento di insoddisfazione in
una storia da raccontare. E per spingere Wired a parlare di “suicidio di massa”.

La strategia di Yahoo!, in realtà, non ha niente di particolarmente sconvolgente. E’ la stessa, tanto per intenderci, che Google sta adottando per il nuovo software di instant messaging Google Talk (legato a filo doppio con il servizio di posta elettronica GMail). L’Eldorado commerciale della nuova Internet si chiama integrazione: fornire al pubblico tanti servizi (ancora meglio se gratuiti), attirare il maggior numero possibile di utenti, schedarli tutti, rivendere i loro profili agli inserzionisti pubblicitari. E’ un metodo che viene ormai adottato da tutti i nomi che contano sul Web (AOL, MSN, Amazon) e che deve il suo perfezionamento proprio a Google, straordinaria nel
sintetizzare una formula commercialmente efficace e non troppo invasiva e antipatica nei confronti degli utenti. Lo stesso Stewart Butterfield, storico fondatore e proprietario di Flickr, ha cercato di spiegare sul suo blog perché il cambiamento è naturale e porterà solo vantaggi al servizio e ai suoi utenti.

Cosa spinge allora “Flick Off” e i suoi adepti a reagire in questo modo e a minacciare una disperata corsa di lemming virrtuali verso il precipizio? E’ una specie di sindrome istintiva da “ultimo dei Mohicani”, una variazione per Internet della lotta contro la grande corporazioni? In un certo senso, sì. Ma è anche qualcosa di più. E’ la dimostrazione di come l’identità telematica stia diventando qualcosa di più di una fredda e strumentale proiezione della propria persona nel cyberspazio. Oggi il nickname prende vita: da piccolo tamagotchi si trasforma in essere vivente e senziente, capace di unirsi a migliaia di altri esseri simili, a fondersi con loro, a costituire comunità che ragionano esattamente come quelle della vita reale (usandone anche gli stessi termini: fino a qualche anno fa, sarebbe stato impossibile accostare “suicido collettivo” a faccende di computer e fotografie). Nel terzo millennio, l’identità virtuale sul Web sta diventando reale. A volte, in casi per ora estremi ma sempre più diffusi, addirittura più importante e prioritaria rispetto a quella reale. Per questo, come dichiara la studiosa Sherry Turkle a Wired, di lei “in futuro bisognerà imparare a occuparsene con maggiore sensibilità”.

LASTAMPA.IT

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Tags: Societa