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Sport e politica : La morte di Pantani

February 22nd, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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Inizia oggi [3 luglio] il Tour de France edizione 2004 . Manca ancora alla manifestazione Marco Pantani. Ma questa volta non è, come le altre volte, perché patron Leblanc ha rifiutato la sua iscrizione ; è perché Pantani non c’è più, è morto.

Qualche anno fa, poco dopo l’inizio delle sue note traversie sportive e giudiziarie, io avanzai il sospetto che questo straordinario campione del ciclismo fosse la vittima di un complotto, del quale indicai anche il possibile movente. Avanzai questo sospetto in qualità anche di sportivo ammiratore di Pantani, ma soprattutto in qualità di politologo, in particolare di americanologo. Ora Pantani è morto, sicuramente in conseguenza di quelle stesse traversie, che lo avevano prostrato moralmente oltre ogni dire ; addirittura c’è la possibilità che si sia suicidato, tramite coscienti overdose di cocaina. A questo punto io mi sento obbligato da un epilogo così tragico della vicenda a riesaminare quei miei sospetti di allora, per vedere se in prospettiva rimangono ammissibili, se nel frattempo non sono stati smentiti da qualche nuovo evento.

Procediamo con ordine. Prima vediamo se le traversie di Pantani, esaminate oramai a consuntivo su un periodo di quasi cinque anni, furono di tipo tale da prestarsi al sospetto del complotto. Certamente lo furono. I guai di Pantani cominciarono il 5 giugno 1999 subito dopo l’arrivo a Madonna di Campiglio, la penultima tappa di un Giro d’Italia che lui aveva dominato in lungo e in largo, e che aveva praticamente già vinto. Sottoposto ad un controllo del sangue, il suo ematocrito veniva trovato fuori norma ( segno forse, si congetturò, di uso di eritropoietina, la cosiddetta EPO, un tipo vietatissimo di ” doping ” ) e a norma di regolamento egli veniva inibito a gareggiare per i seguenti 15 giorni. Il Giro, che aveva in tasca, era perso ; la legittimità delle sue vittorie passate messa in discussione ; il suo prestigio appannato ; il suo morale scosso, tanto che non partecipò al Tour che sarebbe cominciato un mese dopo.

Ma alcune cose non quadravano. Pantani non era un ciclista qualunque, ma un campione nella sua fase di massimo, esplosivo rendimento : l’anno prima, il 1998, aveva vinto sia il Giro che il Tour - unico italiano a compiere tale impresa oltre a Fausto Coppi, che l’aveva sigillata nel 1949 e nel 1952 - e in quell’anno 1999 si stava ripetendo. Tutti sentivano che Pantani, in quel periodo della sua attività ciclistica, non stava semplicemente vincendo tappe e meritandosi favolosi ingaggi : guardandolo in azione tutti avevano l’impressione di assistere in diretta alla nascita di uno dei più grandi miti dello sport di tutti i tempi. La sua popolarità era enorme e internazionale ed egli per l’Italia era un capitale : stroncarlo così, improvvisamente, era insensatamente autolesionistico : se era vero che l’eritropoietina è così pericolosa come si dice, e se era vero, o se c’era il sospetto che Pantani la usava, la prassi normale con un tale personaggio sarebbe stata di diffidarlo privatamente. Anche perché anche nella peggiore delle ipotesi non è che Pantani avesse portato o stesse portando via granché ai suoi avversari di corsa : a parte il fatto che il suo ematocrito era fuori norma per una inezia ( 52 rispetto al massimo ammissibile di 50 ), c’è da dire che diversi ciclisti, del presente e del passato, hanno dichiarato che più o meno tutti loro, o la grande maggioranza di loro, usano sostanze, chi più e chi meno, quali più e quali meno vietate ; l’aveva detto anche Fausto Coppi.

Non solo, ma secondo quanto ribadito recentemente in televisione dal ciclista Marco Velo, fra i ” girini ” del ‘99 correva la voce già la sera prima, la sera del 4 giugno, che Pantani il giorno dopo sarebbe stato trovato positivo e tolto dalla classifica ; Velo confermava così le indiscrezioni di stampa apparse subito dopo il 5 giugno sul fatto che si era trattato di una sorpresa ” annunciata “.

Poi fu il noto calvario. Ogni volta che Pantani cercava di rialzarsi veniva atterrato di nuovo. Nel 2000 riuscì a prepararsi per partecipare al Tour e ne fu ancora un protagonista. Ma nel 2001 al Giro d’Italia ci fu la vicenda della siringa di insulina trovata nell’albergo dei ciclisti e attribuita a lui, che fu condannato : il giudice della CAF Salami, dimessosi sembra proprio per questo episodio, dice invece che contro Pantani non c’era alcun elemento. In ogni caso apparentemente per questo episodio Leblanc, l’organizzatore del Tour, rifiutò l’iscrizione di Pantani all’edizione di quell’anno, mettendo assieme nell’ostracismo anche Cipollini. Si trattò da qualunque parte la si guardi di una decisione stupefacente, immotivata sia nella forma che nella sostanza, e una decisione anche questa autolesionistica, se non per la Francia almeno certamente per il Tour. Ma Leblanc così decise.

L’ultimo sforzo di Pantani fu con il Giro del 2003, dove arrivò quattordicesimo, un risultato non cattivo considerata la preparazione lacunosa. Ma ancora Leblanc rifiutò la sua iscrizione e Pantani gettò la spugna ; pochi mesi dopo, il 14 febbraio 2004, sarebbe stato trovato morto nel residence ” Le Rose ” di Rimini, dove aveva soggiornato in solitudine e segregazione per una settimana, confermando l’alloggio giorno per giorno ; il motivo della morte sarebbe stato fissato poco dopo dal medico legale in overdose di cocaina.

In tutto il frattempo c’erano i procedimenti giudiziari aperti contro di lui dalla giustizia ordinaria italiana, sempre per illecito uso di sostanze dopanti nell’attività agonistica. Alla fine Pantani venne via via assolto da ogni reato, con varie motivazioni completamente liberatorie compresa quella che il reato al momento della sua contestazione non era realmente tale, non era un reato contemplato dal Codice, ma intanto sette Procure lo avevano portato a giudizio e le sue spese legali erano ammontate in totale a un miliardo e mezzo di lire.

E veniamo al movente che avevo ipotizzato a suo tempo, per vedere se ha resistito alla prova dei fatti.

Certamente ha resistito, anzi si è fortificato e si è ingigantito. Se noi osserviamo l’ambiente del ciclismo un po’ dall’alto e con un po’ di prospettiva notiamo subito che negli ultimi anni è comparsa una anomalia clamorosa : fra gli sponsor delle varie squadre, che sono sempre stati enti giuridici privati, in genere aziende e banche ( Mercatone Uno, Banesto ecc ), si è silenziosamente introdotto il Governo di uno Stato. E’ il governo degli Stati Uniti d’America. Infatti da qualche tempo noi troviamo la squadra della ” US Postal ” : questo nome sembra l’abbreviazione di qualche azienda privata tipo la ” Postalmarket “, e magari le sue iniziali ( USP ) si confondono con la nota e sempre privata agenzia di spedizioni internazionali ” United Parcel Service ” ( UPS ), ma il fatto è che si tratta proprio dell’US Postal Service, cioè il Servizio Postale degli USA, una delle branche del governo federale statunitense, ed una delle più grandi : è in pratica il loro Ministero delle Poste e Telecomunicazioni, che ha un organico di più di 900.000 ( novecentomila ) dipendenti, addetti ad una miriade di compiti che va dalla consegna della posta alla gestione di satelliti e cavi sottomarini per comunicazioni, e che naturalmente è dotato di un budget proporzionale. E’ questo lo sponsor della ” US Postal “, il suo proprietario ; il nome esatto e per esteso della squadra in effetti è ” United States Postal Service Cycling Team “, e cioè ” Squadra Ciclistica del Servizio Postale degli Stati Uniti “.

Già è un fatto inquietante che un ministero, cioè un governo, diventi uno sponsor dello sport, nella fattispecie del pedale, mettendosi in concorrenza con ragioni sociali tipo ” Algida coni gelato “, ” Bianchi biciclette ” e ” Saeco macchine per caffè “. Ma il vero problema è che quello degli USA non è un governo come gli altri. Gli USA sono un Paese che dalla sua fondazione è teso alla conquista-sottomissione del mondo, che si è sempre mostrato cinico e spietato nel perseguimento, che ha sempre usato l’arma della propaganda in quantità straordinarie e in forme spesso impensate tanto da aver in pratica nazionalizzato la sua industria cinematografica per strumentalizzarla meglio ( vedi su Hollywood il mio ” I divi di Stato “, Il Settimo Sigillo, Roma 1999 ), e che nell’ultimo decennio si trova, o pensa lui di trovarsi, alla stretta finale, a un passo cioè dalla meta agognata da più di due secoli : è ovvio che questo governo non sta giocando, è ovvio che la sponsorizzazione di una squadra ciclistica non è per amore dello sport ma è un’operazione promozionale ed è ovvio che saranno lesinati ben pochi mezzi e sforzi perché la medesima riesca, dia i frutti preventivati.

Di quale tipo può essere questa operazione promozionale ? E’ facile a dire, perché nella politica estera statunitense c’è un vecchio problema di public relations, sempre quello, che ogni tanto torna di attualità. E’ il problema del distacco ” spirituale ” che gli europei avvertono nei confronti degli statunitensi, una sensazione epidermica ma che crea diffidenza, all’ultimo complicando l’accettazione delle politiche statunitensi presso quella Europa che come sempre e bene dice il consigliere politico statunitense Zbigniew Brezinski è il cardine del piano di conquista mondiale degli USA. Henry Kissinger, altro consigliere politico statunitense, che col presidente Ford fu anche Segretario di Stato ( 1973-1977 ), pensava che avrebbe aiutato se statunitensi ed europei avessero avuto almeno un grande sport di massa in comune. Lui pensava al calcio e fu l’alto protettore - se non il promotore - dell’operazione Cosmos, una sconosciuta squadra di calcio di New York che ad un certo momento sembrò voler salire sulla ribalta del calcio internazionale facendo incetta di campioni esteri di grande nome, anche se forse un po’ in declino ( arruolò Pelè e Chinaglia, fra gli altri ). Non funzionò, ma l’idea non morì.

Ecco, ciò che è sicuro è che questa idea è tornata con una iniziativa mirata, non più al calcio, ma al ciclismo, l’altro grande sport di massa tipico dell’Europa e viceversa poco seguito negli USA. Probabilmente ad ispirare gli ambienti direttivi statunitensi deputati alla propaganda ( che fanno capo ad un altro ente federale, l’USIA, United States Information Agency, fondato nel 1953 appositamente per curare l’immagine degli USA all’estero ; è il loro Ministero della Propaganda e fra l’altro sovrintende alla produzione di Hollywood ) è stata la figura di Greg LeMond, un ciclista professionista statunitense che vinse tre Tour de France ( nel 1986, 1989, 1990 ). LeMond era giunto inaspettato ( era il primo ciclista statunitense a vincere non dico un Tour ma un qualcosa all’estero ) e non ci furono interferenze del suo governo, tanto che egli vinse i suoi Tour gareggiando in una squadra francese. Ma quando si profilò un altro campione statunitense credo che le cose furono diverse.

Eclissatosi rapidamente Hampsten, che aveva vinto il Giro d’Italia del 1988, il ciclista promettente era Lance Armstrong, che gareggiava al solito per una squadra estera, la francese Cofidis.

Nel 1993 e nel 1995 aveva vinto una tappa ogni volta al Tour de France ma in seguito a una grave malattia, dalla quale era però guarito nel marzo 1997, era libero. Questa volta l’US Government era pronto. Poco prima, anche se non è certo se in previsione proprio di Armstrong, il suo Ministero delle Poste aveva creato un gruppo ciclistico : lo stesso si assicurò Armstrong e gli mise a disposizione un vero squadrone, così pieno di professionisti di livello internazionale come negli USA non si era mai visto. Con questo squadrone, appunto l’US Postal, nel 1998 Armstrong vinse il Giro del Lussemburgo e il Giro d’Olanda ; non partecipò, quell’anno, al Tour de France ma è chiaro che era proprio quello l’obiettivo che gli era stato assegnato : egli doveva vincere proprio i Tour de France, l’avvenimento ciclistico più prestigioso e più seguito del mondo, l’unico obiettivo per il quale per quella organizzazione valesse la pena di scomodarsi. Anzi, egli i Tour de France non solo li doveva vincere come classifica : si doveva imporre come indiscussa vedette, doveva far convergere su di sé i riflettori della Grand Boucle, perché doveva entrare nella psiche delle masse europee per rappresentarvi un simbolo preciso : quello dell’Asso vincente e pigliatutto certamente e vistosamente a stelle e strisce, ma nello stesso tempo anche un po’ familiare, anche un po’ europeo.

Come andarono le cose è proprio ciò che fornisce un movente ammissibile all’ipotesi del complotto. Il fatto è che Lance Armstrong a partire dal 1999 ha vinto sì cinque Tour de France di fila ( 1999, 2000, 2001, 2002 e, per ora, 2003 ) ma ogni volta qualcosa gli aveva sempre tolto di mezzo quello che sino al 5 giugno 1999 era certamente per lui l’uomo da battere, e cioè Pantani : nell’edizione del 1999 Pantani era assente per la prostrazione seguente alla vicenda di Madonna di Campiglio ; in quella del 2000 era presente ma psicologicamente sotto pressione ( il 2 marzo si era ritirato dalla Vuelta de Murcia per ” stato acuto di stress ” ; al Giro aveva subito gli umilianti e oltraggiosi controlli medici a sorpresa dell’Uci ) ; nelle successive Pantani era assente perché addirittura la sua iscrizione era stata respinta ( respinta a lui, che nel 1998 aveva vinto Giro e Tour insieme ! ). E per meglio giudicare le esclusioni del 2001, 2002 e 2003 potrebbe forse essere utile osservare come nella apparizione del 2000 Pantani, pure nelle condizioni in cui era, fosse stato praticamente l’unico a sfidare - o forse meglio : a osare di sfidare - la leadership di Armstrong. In questa edizione Pantani vinse due importanti tappe di montagna, una scalando il Mont Ventoux e l’altra a Courcheval ; per contro la mia impressione è che con Armstrong il campione tedesco Ullrich, vincitore del Tour del 1997, invece fosse stato rinunciatario, stranamente rinunciatario. E oltre a tutto ciò c’è il fatto che come detto Armstrong non solo doveva vincere la classifica per somma dei tempi del Tour, ma doveva anche imporsi come star unica presso il pubblico : con un Pantani presente e in normale condizione psicofisica come concorrente egli avrebbe forse potuto ancora vincere il Tour - e questo specie se Leblanc, come effettivamente avrebbe fatto dal 1999 in poi, avesse disegnato un Tour con cronometro prevalenti sulle salite - ma è dubbio che avesse potuto oscurare il suo carisma, lui che era proprio lo scalatore eroico, il protagonista dei drammatici tapponi di montagna, magari gabbato nella cronometro finale, che tanto infiamma il pubblico.

In breve la possibilità è che Pantani sia stato vittima di un complotto per spianare la strada ad Armstrong. Nel caso il complotto sarebbe avvenuto naturalmente all’insaputa di Armstrong stesso il quale, poveretto anche lui, ha presumibilmente sempre pensato solo a pedalare ; neanche la squadra della US Postal era necessario che sapesse alcunché, neanche il suo direttore sportivo e né altri dirigenti. Nel caso tutto sarebbe stato curato certamente dalla CIA, una grande e potentissima organizzazione di spionaggio e sovversione internazionale che contrariamente a ciò che qualcuno potrebbe pensare non disdegna affatto di occuparsi di dettagli così prosaici come la disgrazia di un personaggio sportivo ( la CIA in effetti si è dedicata a rovinare personaggi scomodi dei più vari campi e coi più sordidi sistemi : ricordo solo la diffamazione dell’attrice Jean Seberg tramite la diffusione di false voci di paternità e il discredito di Martin Luther King eseguito girando filmetti pornografici con un suo sosia ). Non bisogna dimenticare che il 1999 è l’anno della messinscena USA del Kosovo e dell’abominevole attacco alla Yugoslavia, un periodo in cui gli USA avevano un particolare e impellente bisogno di ammorbidire la tradizionale diffidenza degli europei, di indurli a sentirsi in vicinanza spirituale con gli statunitensi.

Non rimane che notare come il governo USA sia rimasto soddisfatto dall’operazione ciclismo : il 17 marzo 2001 Gale Sonderberg, vice presidente del US Postal Service - e cioè vice Ministro delle Poste e Telecomunicazioni USA - ha annunciato che il US Postal Service espanderà la sua presenza nel ciclismo sponsorizzando anche la associazione di ciclisti dilettanti ” USA Cycling National Junior and Espoir Teams ” ; lo scopo, ha detto, è quello di ” di sviluppare nuovi campioni nazionali ” ( www.usps.com/news/2001/press/ ; l’enfasi è mia ). Sin dall’inizio l’iniziativa del US Postal Service è stata logica, coerente con la realtà politica del Paese : se l’URSS faceva sponsorizzare le squadre di calcio al suo Ministero della Difesa ( le squadre ” Stella Rossa ” ), al suo Ministero dei Trasporti ( le ” Lokomotiv ” ) eccetera, perché gli USA, che sono sempre stati nella sostanza una dittatura equivalente ma giusto di segno opposto, non dovrebbero far sponsorizzare il ciclismo dal loro Ministero delle Poste ?

Mi sembra di aver soddisfatto allo scrupolo che mi ero posto all’inizio dell’articolo : il riesame a consuntivo della vicenda Pantani non fa che confermare l’ammissibilità dei miei sospetti di qualche anno fa. Alcuni mesi dopo la conclusione del Giro del 1999 era emersa l’ipotesi che Pantani fosse stato boicottato dall’ambiente delle scommesse clandestine italiane. Sembrava un’ipotesi ammissibile, ma non ha retto agli avvenimenti successivi : se lo scopo era di far perdere a Pantani a due giornate dalla fine un Giro che aveva già vinto per guadagnare sulle puntate, perché poi continuare il complotto negli anni successivi e nei vari livelli in Italia e in Francia, e presso l’Unione Ciclistica Internazionale ? E poi, chi mai nell’ambiente delle scommesse clandestine italiane avrebbe avuto tali poteri di manipolazione ? No, credo proprio che se con Pantani si trattò di un complotto, ciò non poté avvenire altro che secondo lo scenario di sospetti da me prefigurato, uno scenario politico ( che non era neanche difficile da predire : un complotto di tale ampiezza non poteva scaturire altro che da una entità politica, che agiva attraverso altre strutture politiche ).

Questi sospetti non li avevo tenuti fra me e me. Li avevo resi pubblici nell’ambito delle mie possibilità, scrivendo degli articoli. Ne avevo scritti due. Il primo era intitolato ” Sport e politica. Dal calcio alle Olimpiadi le ragioni della propaganda dietro gli avvenimenti più seguiti ” e fu pubblicato sul mensile ” Orion ” del settembre 2000. Il secondo era intitolato ” Il governo USA diventa sponsor del pedale. La USPS di Lance Armstrong non è altro che il Ministero delle Poste di Washington ” e fu pubblicato sul quotidiano ” Rinascita ” del 10 giugno 2001. Caddero entrambi nel vuoto. O così sembrò. Anche l’ambiente più consapevole del ciclismo, o almeno quello che così dovrebbe essere e cioè quello del giornalismo sportivo, si mostrò sordo ai miei ragionamenti. Preparando l’articolo del 2000 telefonai alla ” Gazzetta dello Sport ” per avere conferma del fatto che lo sponsor della squadra di Armstrong era proprio il Ministero delle Poste degli USA, una cosa che mi pareva abnorme ; mi fu passato un redattore che mi disse che sì, le cose stavano così ma non c’era niente di strano perché l’USPS metteva solo i soldi mentre la gestione era del direttore sportivo ( il belga Breuking, mi disse ) che pensava solo alle corse. Ah, tutto bene allora.

A dire la verità sembra che le mie osservazioni non abbiano convinto neanche l’interessato più diretto, e cioè Marco Pantani : il 15 dicembre 2000 gli scrissi una lettera, allegando una fotocopia dell’articolo stampato su ” Orion ” e chiedendogli cosa ne pensava, ma non ebbi risposta. Non sono esattamente sicuro che Pantani abbia effettivamente letto quella lettera, anche se l’avevo preannunciata al telefono alla madre ( lui non c’era ), ma non sarebbe stato strano se neanche lui avesse trovato i miei sospetti verosimili. Il fatto è che l’idea ” mentale ” che la gente comune ha degli USA è troppo radicalmente diversa da quella reale. Specie venendo all’argomento della propaganda USA la gente non ha idea della sua scala gigantesca, della sua penetrazione singolarmente profonda, che può tranquillamente arrivare appunto al settore dello sport, e spesso della sua estrema originalità ; non ha idea che sono ben poche le cose che gli addetti USA non farebbero per alimentare la falsa immagine del Paese che è diffusa nel mondo. La vera immagine degli USA è quella che emerge potente dagli ultimi fatti, dagli eventi del Kosovo, della Serbia, dell’Afghanistan, dell’Iraq ; dagli orrori dell’USA Patriot Act , di Guantanamo e di Abu Ghraib ; dalle rapine delle Multinazionali USA dei medicinali, delle sementi, del petrolio, dell’acqua ; da parecchie altre cose recenti. Ma l’Italia è un paese dominato dagli USA, ha una informazione di regime e una censura di fatto che perpetuano il solito stereotipo, e così non mi sorprendo poi tanto di dover constatare come la gente sia psicologicamente indifesa di fronte a questo fenomeno. Indifesa come lo erano i pellerossa del nord America, che neanche dopo aver visto i bianchi americani rompere uno dopo l’altro tutti i trattati di pace stipulati con loro ( più di 400 ) capirono con chi avevano a che fare.

In ogni caso, allora i miei ragionamenti non trovarono eco alcuna, presso nessun uditorio d’Italia. Ora, morto Pantani, è anche peggio : parlare di complotto sembra vietato ( e probabilmente lo è ) e parallelamente c’è una corsa a banalizzare le cause della sua morte, a ridurla a un fatto incidentale di droga. Overdose di cocaina, ha burocraticamente sentenziato il referto medico conclusivo fatto proprio dalla Procura di Rimini titolare delle indagini. Sin dall’inizio i mass media italiani avevano privilegiato la pista della droga : volentieri erano state rilanciate le sconcertanti dichiarazioni di uno zio di Pantani medico, che aveva sostenuto l’uso da parte del nipote addirittura di ” crack “, e si dava gran vento a un pettegolezzo inventato chissà da chi e poi smentito, secondo cui la famiglia di Pantani pagava gli spacciatori della zona perché non vendessero droga al figlio : tanto era ” fatto ” Pantani ! La presenza della droga naturalmente non esclude il suicidio, però lo imbratta sino a renderlo irriconoscibile, anche se nel caso di Pantani dovrebbe essere il contrario perché è ormai assodato che cominciò a prendere la cocaina dopo il fatto di Madonna di Campiglio, per il dispiacere. E per finire, è di qualche settimana fa la notizia della creazione da parte della famiglia Pantani della ” Fondazione Pantani “, ente filantropico dedito all’infanzia povera, un’iniziativa più adatta alla memoria di un campione dello sport magari sfortunato che di un campione dello sport massacrato da un complotto ordito per fini politici. Una situazione sconfortante. Ma se Pantani si è ucciso, come sicuramente in un modo o nell’altro - per lenta consunzione o per istantanea decisione - è avvenuto in seguito ai torti subiti, significa che dei motivi c’erano. E questi motivi erano appunto il silenzio dell’Italia, l’ipocrisia dell’Italia, la vigliaccheria dell’Italia. L’Italia è un gregge di pecore che ti osannano e ti sventolano davanti le bandiere quando le fai divertire, magari pedalando in salita, ma che si girano dall’altra parte e fanno finta di niente quando il feroce padrone arriva e ti macella.

Ma se Italia piange Francia non ride, mi sembra. Perché nel 2001, 2002 e 2003 il signor Leblanc ha impedito al campione Marco Pantani di partecipare al Tour ? Perché nel 1999, e anni seguenti, il signor Leblanc ha accettato senza fiatare l’iscrizione della squadra di Stato della US Postal, quando mai al Tour de France - né in altre manifestazioni, mi pare - si era visto una squadra nazionale scendere in campo contro squadre di club ? Perché dal 1999 in poi il Tour è stato disegnato in modo da favorire i campioni più forti nelle cronometro come Armstrong rispetto ai campioni più forti nelle salite come Pantani ? Sono domande cui un Paese che si dice indipendente e che si dice coraggioso - come si dice la Francia - dovrebbe saper rispondere. Però ancora non l’ha fatto.

3 luglio 2004
John Kleeves

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