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Altermedia Italia: In tempi di menzogna universale, dire la verità diventa un atto rivoluzionario. (George Orwell)
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Verso la decrescita

December 28th, 2005 · Lasciare un commento (No Comments)

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Dacché si è cominciato a rilevare la temperatura (1880), settembre è
stato il mese più caldo mai registrato sul pianeta, ha annunciato il
14 ottobre il Centro nazionale oceanico e atmosferico americano.
Cinque giorni dopo, il Consiglio internazionale per la scienza
avvertiva: il mondo è destinato a subire un numero crescente di
catastrofi naturali micidiali legate all’accelerazione del
riscaldamento climatico.

Emissioni di gas a effetto serra,
inquinamento atmosferico, consumo delle risorse non rinnovabili e
dell’acqua. Come avviare il circolo virtuoso della decrescita pur
assicurando la giustizia sociale, senza la quale l’umanità è
condannata al disordine?

Serge Latouche
Il progetto di costruzione di una società autonoma ed economa
incontra un largo consenso anche se i suoi fautori si schierano
sotto varie bandiere: decrescita, anti-produttivismo, sviluppo
riqualificato, o addirittura sviluppo durevole. Ad esempio, lo
slogan di anti-produttivismo sviluppato dai Verdi corrisponde
esattamente a ciò che gli «obbiettori di crescita», membri della
Rete degli obbiettori di crescita per un post-sviluppo (Rocad),
intendono per decrescita (1). Stessa convergenza con la posizione di
Attac che, in uno dei suoi documenti, si schiera per «l’evoluzione
verso una decelerazione progressiva e ragionata della crescita
materiale, sotto condizioni sociali precise, come prima tappa verso
la decrescita di tutte le forme di produzione devastatrici e
predatorie (2)». Rivalutare, ridefinire, ristrutturare,
rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare: le
otto «r» costituiscono obiettivi indipendenti per l’avvio di un
circolo virtuoso. Di fatto, l’accordo sui valori resi auspicabili
dalla necessaria «rivalutazione» va ben oltre i fautori della
decrescita, visto che alcuni difensori dello sviluppo durevole o
dello sviluppo alternativo avanzano proposte similari. Le misure di
autolimitazione preconizzate già nel 1975 dalla Fondazione Dag
Hammarskjöld sono le stesse di quelle dei sostenitori della
decrescita: «Limitare il consumo di carne, contingentare il consumo
di petrolio, utilizzare i fabbricati in modo più economico, produrre
beni di consumo che durino di più, sopprimere le automobili private,
ecc. (3)» Tutti concordano sulla necessità di una forte riduzione
del fabbisogno ecologico e, per il resto, sottoscriverebbero
volentieri quanto scriveva John Stuart Mill alla metà del XIX
secolo: «Tutte le attività umane che non conducono a un consumo
irragionevole di materiali insostituibili o che non degradano
irreversibilmente l’ambiente, potrebbero svilupparsi all’infinito.
In particolare, le attività da molti ritenute tra le più auspicabili
e soddisfacenti - educazione, arte, religione, ricerca fondamentale,
sport e relazioni umane - potrebbero diventare fiorenti (4)».
Andiamo oltre: in fondo, chi si schiera contro la salvaguardia del
pianeta, contro la tutela ambientale e la conservazione della fauna
e della flora? Chi preconizza la deregolamentazione climatica e la
distruzione dello strato di ozono? In ogni caso, nessun responsabile
politico. Ci sono addirittura dirigenti di aziende, quadri superiori
e responsabili economici favorevoli a un radicale cambiamento di
linea per evitare alla specie crisi ecologiche e sociali. Occorre
quindi individuare con maggiore precisione gli avversari di un
programma politico di decrescita, definire meglio gli ostacoli che
si oppongono alla sua attuazione e, alla fine, la forma politica
adatta a una società ecocompatibile.
1 Chi sono i «nemici del popolo»?
Dare un volto all’avversario è problematico perché le entità
economiche quali le società multinazionali che detengono la realtà
del potere sono, per loro stessa natura, incapaci di esercitare
direttamente questo potere. Come rileva Susan Strange, «oggi, alcune
tra le principali responsabilità dello stato in una economia di
mercato (…) non sono più assunte da nessuno (5)». Da una
parte, «big brother» è anonimo, dall’altra la schiavitù dei sudditi
è più volontaria che mai, perché la manipolazione della pubblicità è
molto più insidiosa della propaganda…
In queste condizioni, come affrontare «politicamente» la mega-
macchina?
Risposta tradizionale di una certa sinistra estrema: la fonte di
tutti i blocchi e di tutte le nostre impotenze è una entità, «il
capitalismo». Senza uscire dal capitalismo, è possibile la
decrescita (6)? Per rispondere, è importante evitare ogni
dogmatismo, che ci impedirebbe di individuare i veri ostacoli. Il
Wuppertal Institute si è adoperato a proporre molti giochi tra
natura e capitalismo, dove tutti vincono, tipo lo «scenario
NegaWatt» (7), che prevede la diminuzione a un quarto del consumo di
energia senza riduzione dei bisogni da soddisfare. Tasse, norme,
bonus, incentivi, sovvenzioni giudiziose potrebbero rendere
attrattivi i comportamenti virtuosi ed evitare ingenti sperperi. Ad
esempio in Germania, sono stati sperimentati con esiti positivi vari
sistemi di remunerazione per gli immobili, calcolati non tanto
sull’ammontare dei lavori quanto sulla efficacia energetica delle
costruzioni, Per una vasta serie di beni (fotocopiatrici,
frigoriferi, automobili, ecc.), il noleggio potrebbe sostituirsi
alla proprietà ed evitare la corsa sfrenata alla nuova produzione
agevolando un riciclaggio permanente. Ma nulla prova che, cosí
facendo, si riesca ad evitare «l’effetto rimbalzo», vale a dire,
alla fin fine, l’aumento del consumo-materia. Un capitalismo eco-
compatibile è teoricamente concepibile, ma irrealistico sul piano
pratico. Infatti, esso implicherebbe una forte regolamentazione,
fosse solo per imporre la riduzione del fabbisogno ecologico.
Dominato da società multinazionali giganti, il sistema dell’economia
di mercato generalizzata non prenderà spontaneamente la
via «virtuosa» dell’eco-capitalismo.
Le macchine da dividendi, anonime e funzionali, non rinunceranno
alla rapina in assenza di vincoli. Anche se favorevoli a una auto-
regolamentazione, i loro responsabili non hanno mezzi sufficienti
per imporla ai free riders (passeggeri clandestini), vale a dire
alla stragrande maggioranza dei loro soci, ossessionata dalla
massimizzazione a breve termine del valore per l’azionista. Se una
istanza (stato, popolo, sindacato, organizzazione non governativa,
Nazioni unite, ecc.) avesse questo potere di regolamentazione,
avrebbe il potere tout court, e potrebbe ridefinire le regole del
gioco sociale. In altri termini, potrebbe «ri-fondare» la società.
Certamente si può concepire e augurarsi una certa limitazione del
potere a opera del potere stesso, come durante l’era delle
regolamentazioni keynesian-fordiste e socialdemocratiche. La lotta
di classe sembra (provvisoriamente?) bloccata. Il problema è che il
capitale ne è uscito vincitore, che ha praticamente arraffato tutta
la posta e che abbiamo assistito impotenti, e forse indifferenti,
agli ultimi giorni della classe operaia occidentale. Viviamo il
trionfo della «onnimercificazione» del mondo. Il capitalismo
generalizzato non può non distruggere il pianeta così come distrugge
la società, perché le basi immaginarie della società di mercato
poggiano sul gigantismo e sulla dominazione senza freni. Dunque una
società della decrescita non può concepirsi se non si esce dal
capitalismo. Tuttavia, questa formula comoda si riferisce a una
evoluzione storica tutt’altro che semplice… L’eliminazione dei
capitalisti, il divieto della proprietà privata degli strumenti di
produzione, l’abolizione del rapporto salariale o del denaro
getterebbe la società nel caos e in preda a un terrorismo massiccio
che tuttavia non basterebbe a distruggere l’immaginario mercantile.
Sfuggire allo sviluppo, all’economia e alla crescita non significa
quindi rinunciare a tutte le istituzioni sociali che l’economia ha
portato con sé (moneta, mercati e anche salariato), ma «re-
integrarle» in un’altra logica.
2 Che fare? Riforma o rivoluzione?
Alcune misure semplici, addirittura apparentemente anodine, possono
dare avvio al circolo virtuoso della decrescita (8). Un programma
riformista di transizione fatto di alcuni punti consisterebbe nel
trarre le conseguenze «di buon senso» dalla diagnosi effettuata.
Ad esempio: ¥ ritrovare un fabbisogno ecologico uguale o inferiore
alla superficie del pianeta, vale a dire una produzione materiale
equivalente a quella degli anni 1960-70, ¥ internalizzare i costi
del trasporto, ¥ rilocalizzare le attività, ¥ restaurare
l’agricoltura contadina, ¥ stimolare la «produzione» di beni
relazionali, ¥ ridurre lo spreco di energia di un fattore 4, ¥
penalizzare fortemente le spese di pubblicità, ¥ decretare una
moratoria sull’innovazione tecnologica, fare un bilancio serio e
riorientare la ricerca scientifica e tecnica in funzione delle nuove
aspirazioni.
Al centro di questo programma, l’internalizzazione
delle «diseconomie esterne» (danni generati dall’attività di un
agente che ne trasferisce il costo sulla collettività), in linea di
principio conforme alla teoria economica ortodossa, consentirebbe di
giungere nelle grandi linee a una società della decrescita. Tutte le
disfunzioni ecologiche e sociali dovrebbero essere a carico delle
aziende che ne sono responsabili.
Si pensi all’impatto dell’internalizzazione dei costi di trasporto,
dell’educazione, della sicurezza, della disoccupazione, ecc. sul
funzionamento delle nostre società! Queste misure «riformiste» - il
cui principio è stato formulato fin dall’inizio del XX secolo
dall’economista liberale Arthur Cecil Pigou! - scatenerebbero una
vera rivoluzione.
Perché le imprese fedeli alla logica capitalista sarebbero
ampiamente scoraggiate. Già si sa che nessuna compagnia di
assicurazione accetta di assumersi i rischi nucleari, climatici e
quelli dell’inquinamento da organismi geneticamente modificati
(Ogm). Facile immaginare la paralisi che si verificherebbe con
l’obbligo di copertura del rischio sanitario, del rischio sociale
(disoccupazione) e di quello estetico.
In un primo tempo, poiché molte attività smetterebbero di
essere «redditizie», il sistema verrebbe bloccato. Ma non è questa,
appunto, un’altra prova della necessità di uscirne e alla stesso
tempo una via di transizione possibile verso una società alternativa?
Il programma di una politica della decrescita è quindi paradossale,
perché la prospettiva di attuazione di proposte realistiche e
ragionevoli ha scarse probabilità di essere adottata e meno ancora
di riuscire senza una sovversione totale che passa attraverso la
realizzazione di una utopia: la costruzione di una società
alternativa. La quale, a sua volta, implica infinite misure
particolareggiate, ossia quello che Marx, per l’appunto, si
rifiutava di fare: cucinare nelle bettole del futuro. Prendiamo ad
esempio il necessario smantellamento delle società giganti.
Immediatamente si pongono infiniti interrogativi: fino a quale
dimensione? Secondo il fatturato, o il numero di dipendenti?
Come assumere i macrosistemi tecnici con unità di piccole dimensioni?
Dobbiamo di primo acchito escludere alcuni tipi di attività, alcune
modalità (9)?
In ogni caso, si porrebbero innumerevoli e delicati problemi di
transizione.
Un gigantesco programma di riconversione, ad esempio, potrebbe
trasformare le fabbriche di automobili in fabbriche di apparecchi di
cogenerazione energetica (10). Grazie a questa, numerose abitazioni
tedesche sono produttrici di energia invece di essere consumatrici.
Insomma non mancano le soluzioni, ma piuttosto le condizioni per
adottarle.
3Dittatura globale o democrazia locale?
La crescita è necessaria alle democrazie consumiste perché in
mancanza di una prospettiva di consumo di massa, le disuguaglianze
sarebbero insopportabili (già lo stanno diventando a causa della
crisi dell’economia di crescita). La tendenza al livellamento delle
condizioni è il fondamento immaginario delle società moderne. Le
disuguaglianze si accettano solo provvisoriamente, perché l’accesso
ai beni dei privilegiati di ieri si è oggi generalizzato e perché
ciò che oggi è ancora lusso domani sarà accessibile a tutti. Per
questa ragione molti dubitano delle capacità delle società
dette «democratiche» di prendere le misure che s’impongono, e vedono
come unica via d’uscita dai vincoli una forma di ecocrazia
autoritaria: ecofascismo o ecototalitarismo. Alcuni pensatori nelle
più alte sfere dell’Impero ci stanno riflettendo per salvare il
sistema (11). Di fronte alla minaccia di una rimessa in questione
del loro livello di vita, le masse del Nord sarebbero pronte ad
abbandonarsi ai demagoghi che promettono di preservarlo in cambio
della loro libertà, pur se a prezzo dell’aggravamento delle
ingiustizie planetarie e, a termine certo, della liquidazione di una
parte importante della specie (12).
Ben diversa la scommessa della decrescita: il fascino dell’utopia
conviviale, coniugata con il peso dei vincoli del cambiamento, può
favorire una «decolonizzazione dell’immaginario» e suscitare un
numero sufficiente di comportamenti virtuosi in favore di una
soluzione ragionevole: la democrazia ecologica locale. In effetti,
molto più sicuramente di una problematica democrazia universale, la
rivitalizzazione del locale costituisce una via di decrescita
serena. Il sogno di una umanità unificata come condizione di un
funzionamento armonioso del pianeta sfugge così alla serie delle
false buone idee veicolate dall’etnocentrismo occidentale corrente.
La diversità delle culture costituisce indubbiamente la condizione
di un commercio sociale tranquillo (13). È probabile che la
democrazia possa funzionare solo se la polis è di piccola dimensione
e saldamente ancorata ai propri valori (14).
La democrazia generalizzata, secondo Takis Fotopoulos, suppone
una «confederazione di dèmoi», vale a dire di piccole unità omogenee
di circa 30.000 abitanti (15). Questa cifra consente, secondo lui,
di soddisfare localmente la maggior parte dei bisogni essenziali.
«Occorrerà probabilmente frazionare in vari dèmoi molte città
moderne tenuto conto del loro gigantismo (16)». Si avrebbero
piccole «repubbliche di quartiere», aspettando il riassetto
territoriale auspicato da Alberto Magnaghi. Magnaghi immagina «una
fase complessa e lunga (da cinquanta a cento anni) di “risanamento”,
nel corso della quale non si tratterà più di creare nuove zone
coltivabili e di costruire nuove vie di comunicazione strappandole
ai terreni incolti e alle paludi, ma di bonificare e di ricostruire
sistemi ambientali e territoriali devastati e contaminati dalla
presenza umana e, così facendo, di creare una nuova geografia (17)».
Utopia, si dirà? Certamente. Ma l’utopia locale è forse più
realistica di quanto si pensi, perché è dal vissuto concreto dei
cittadini che nascono le attese e i possibili. «Presentarsi alle
elezioni locali - afferma Takis Fotopoulos - dà la possibilità di
cominciare a cambiare la società dal basso, sola strategia
democratica - contrariamente ai metodi statalisti (che si propongono
di cambiare la società dall’alto impadronendosi del potere di stato)
e agli approcci detti della “società civile” (che non intendono
affatto cambiare il sistema) (18)». In una
visione «pluriversalista», i rapporti tra le varie polities
all’interno del villaggio planetario potrebbero essere retti da
una «democrazia delle culture». Lontano da un governo mondiale, si
tratterebbe di una istanza di arbitraggio minimale tra polities
sovrane dagli statuti molto diversi. «L’alternativa che io cerco di
offrire (a un governo mondiale) - rileva Raimon Panikkar - sarebbe
la bioregione, vale a dire le regioni naturali dove i greggi, le
piante, gli animali, le acque e gli uomini formano un insieme unico
e armonioso. (…) Bisognerebbe giungere a un mito che consenta la
repubblica universale senza coinvolgere né governo né controllo né
polizia mondiali. Questo richiede un altro tipo di rapporti tra le
bioregioni (19)».
Comunque sia, la creazione di iniziative locali «democratiche» è più
realistica di quella di una democrazia mondiale. Se è escluso che si
possa rovesciare frontalmente la dominazione del capitale e delle
potenze economiche, rimane la possibilità di scegliere il dissenso.
È anche la strategia degli zapatisti e del sub-comandante Marcos. La
riconquista o la reinvenzione dei commons (usi civici, beni comuni,
spazio comunitario) e l’auto-organizzazione della bioregione del
Chiapas costituiscono una possibile illustrazione, in un altro
contesto, dell’intervento localista dissidente (20).

note:

* Professore emerito di economia presso l’Université d’Orsay,
obbiettore di crescita.

(1) www.apres-developpement.org.

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Tags: Societa