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Il segno di Codreanu

September 27th, 2006 · Lasciare un commento (No Comments)

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A chi gli domandava, per esempio, se solo essendo fanaticamente cristiani si può vincere, Codreanu rispondeva che non risponde della fede altrui; “noi siamo cristiani ma so che molti fascisti non lo sono o non lo sono nello stesso modo; io rispetto tutti, vinciamo insieme”.


Una serata indimenticabile a Casa Pound. Nell’auspicio che serva veramente.

NoReporter.org

Forse quattrocento persone erano stipate in Casa Pound per ascoltare la voce del sangue di Corneliu Zelea Codreanu. Piene la sala di conferenze, l’anticamera, affollatissimo il pianerottolo del sesto piano, c’era gente accalcata sui gradini della scalinata. Mai visto qualcosa di simile; segno che il Mito del Capitano, a lungo coltivato negli anni settanta, è rimasto indelebile nei cuori e nelle menti.

Uomo austero ma modesto, il figlio del fratello del Capitano ci ha parlato in italiano.

Ci ha spiegato il suo nome di battesimo, Nicador, scelto come mosaico delle iniziali di tre eroi legionari, Nicolae, Camarica e Doru che, vendicata la repressione del 1933 uccidendone il ministro responsabile, furono condannati ai lavori forzati a vita. Erano vivi il 27 settembre 1935 quando nacque appunto Nicador, curiosamente nello stesso giorno di Alessandro Pavolini. Il padre volle onorarne l’esempio (i legionari, compiuto un atto dovuto si consegnavano alle autorità). I tre furono strangolati insieme al Capitano e ad altri camerati il 30 novembre del 1938.

Con sobrietà Coderanu ci ha raccontato non solo la storia del Movimento ma anche le repressioni subite. Ben quattrocentomila assassinati fra il 1945 e il 1947!

Schivo e degno, non ha parlato della persecuzione subita dall’intera famiglia. Suo nonno ucciso da un medico, sua nonna lasciata morire in un letto dopo la frattura di un femore per il divieto assoluto di cure, sua zia, la moglie del Capitano, imprigionata per quattordici anni solo per averlo sposato, suo zio, un altro fratello di Corneliu, assassinato benché non facesse politica. Non ci ha parlato di suo padre, ucciso alle spalle da un sicario del ministero degli interni durante il governo di Antonescu, “Ma Antonescu non era complice, egli amava mio padre, il suo assassinio fu commesso anche contro di lui” ci rivelava in privato.

Né ci ha raccontato la sua vita difficile: divieto di studiare aggirato con la complicità di insegnanti legionari, divieto di svolgere qualsiasi lavoro pubblico lo mettesse alla guida di altri (gli fu così revocato il patentino di allenatore di rugby), Nicador Codreanu fece dapprima il mugnaio, quindi l’autotramviere.

Ci ha testimoniato con il suo portamento più che con le sue poche e sobrie parole, la forza di una fede. E ci ha insegnato cose semplicissime che però sembrano dimenticate.

A chi gli domandava, per esempio, se solo essendo fanaticamente cristiani si può vincere, Codreanu rispondeva che non risponde della fede altrui; “noi siamo cristiani ma so che molti fascisti non lo sono o non lo sono nello stesso modo; io rispetto tutti, vinciamo insieme”.

A chi gli chiedeva la differenza fra il suo movimento, il Movimento Legionario, che ha l’autorità legittima di continuità ed altri movimenti romeni più giovanili, come la Nuova Destra, che rivendicano l’autonomia rispondeva. “Noi ci vediamo e cantiamo gli inni legionari, loro s’incontrano in discoteca ma è una differenza generazionale, nulla che non possa essere colmato, l’importante è volerlo”.

E Codreanu ci ha esortato, tutti, a cercare di mettere in risalto quel che ci unisce anziché quel che ci divide perché è necessario vincere.

Ha infine chiuso con un avvertimento “I problemi della Romania sono oggi quelli di ottant’anni fa. Gruppi privati ci strozzano e ci piegano. Il popolo romeno non ha mai combattuto guerre di conquista ma si sa difendere; guai a chi s’illude di averci piegati!”

Quindi, tutti insieme, il saluto legionario. Sperando che poi la gente mediti e faccia tesoro di quanto ha visto e sentito.

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Tags: Politica · Storia

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