Come gli esami, nel titolo della commedia famosa di Eduardo, così le bugie non finiscono mai. Una di queste riguarda la storia d’Italia nel ventesimo secolo, viene comunemente raccontata dagli storici «di sinistra», e dice pressappoco così. C’era una volta un gruppo straordinario di giovani socialisti, che militavano a Torino all’indomani della Grande Guerra. I capi si chiamavano Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e dettero vita, nel 1921, al Partito comunista italiano.
Fra anni Venti e anni Trenta, durante l’età di ferro dei totalitarismi, il gruppo conobbe una serie di disavventure: Tasca fu espulso, Gramsci imprigionato, Togliatti costretto all’esilio. Ma nell’Italia del 1944, quest’ultimo poté facilmente ritrovare le tracce della feconda semina di un quarto di secolo innanzi: guidando il Pci per vent’anni ancora lungo una «via italiana al socialismo» lastricata di cultura, di tolleranza, di democrazia.
Al pari di tante altre favole, anche questa è troppo bella per essere vera. In realtà, per un insieme di circostanze storiche, politiche, biografiche - l’affermazione del fascismo in Italia, con il passaggio dei comunisti alla clandestinità; la centralità acquisita dall’Unione Sovietica nella galassia del socialismo internazionale; la divisione del mondo in due blocchi al tempo della Guerra fredda; l’identificazione totale del gruppo dirigente togliattiano con il gruppo dirigente moscovita -, la «via italiana al socialismo» non è somigliata affatto a quella della favola: a un fiume carsico di emancipazione, liberazione, progresso, inabissatosi dopo la marcia su Roma e trionfalmente riaffiorato dopo la svolta di Salerno. Nei trent’anni durante i quali la direzione di Togliatti ha coinciso con la leadership di Stalin, il Partito comunista italiano è stato chiuso e settario molto più che generoso e illuminato. Non è stato soltanto, inevitabilmente, un partito staliniano; è stato anche, tragicamente, un partito stalinista.
Per sbugiardare infine la favola, occorreva forse - chissà - il solito, l’immancabile «uomo ex»: uno storico ex comunista. Di certo, il profilo dell’autore di Falce e martello corrisponde all’identikit con precisione quasi scolastica. Docente di storia contemporanea all’Università di Pisa, Franco Andreucci è stato per lungo tempo uno storico «ufficiale» del Pci (addirittura il curatore, con Paolo Spriano, delle Opere di Togliatti dopo la morte di Ernesto Ragionieri).
Dal partito, Andreucci uscì all’inizio degli anni Novanta: quando il Pci stesso andava uscendo da sé - e possibilmente dalla sua storia - trasformandosi in Partito democratico della sinistra.
Dal Pci Andreucci è però uscito male, complice un incidente di percorso che gli diede una fugace quanto disgraziata notorietà: la pubblicazione imprecisa di una lettera inedita di Togliatti sui prigionieri italiani in Russia. Fu un errore grave, che la corporazione degli storici «di sinistra» volle addebitargli con gli interessi, cioè al prezzo di un prolungato ostracismo.
Ora, dopo quindici anni di traversata del deserto, Andreucci ritorna sulla scena nel migliore dei modi: con un saggio di storia intellettualmente onesto, scientificamente denso, civilmente necessario.
Falce e martello è un libro importante soprattutto perché contraddice il corollario principale della favola sulla «via italiana al socialismo»: quello secondo cui, dopo la Liberazione dal nazifascismo e la nascita della Repubblica, il «partito nuovo» di Togliatti avrebbe contribuito in maniera decisiva all’educazione politica delle classi subalterne. Beninteso, quest’ultima non è in tutto e per tutto una bugia.
Ma attraverso uno studio capillare della stampa e della pubblicistica comuniste degli anni Cinquanta, Andreucci dimostra fino a che punto il Pci togliattiano abbia contribuito, almeno altrettanto, alla formazione politica di militanti stalinisti.
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di allora, oppure - risorse storiche meno ovvie - lo strategico
Quaderno dell’attivista o la fortunata
Piccola enciclopedia del socialismo, equivale a compiere un viaggio organizzato nei luoghi comuni dell’eufemismo politico e della doppiezza morale. Perché, con assoluta continuità rispetto agli anni Trenta, ancora negli anni Cinquanta i dirigenti, i quadri, gli intellettuali del «partito nuovo» raccontarono al «popolo comunista» una storia tanto consolante quanto falsa. In Unione Sovietica, la gente comune era gaia e spensierata, i traditori del proletariato venivano meritatamente condannati, i consumatori nuotavano nell’abbondanza, la cultura prevaleva felicemente sulla natura. In Italia, mentre operai e contadini morivano di fame, la Democrazia cristiana di De Gasperi e il Vaticano di Pio XII non riuscivano a mascherare lo squallido ritorno del clerico-fascismo…
Oltreché i linguaggi della propaganda, Andreucci identifica e interpreta altri elementi fondativi dell’identità comunista. Nel suo libro si ritrovano dunque i colori, i suoni, le icone del Pci togliattiano (bandiere, canzoni, immagini-culto), ma si trovano anche gli imprescindibili riti di passaggio: l’iniziazione alla vita di partito, l’espulsione dei rinnegati, il funerale del capo. Insomma tutto quanto rendeva quella del comunista un’esperienza così impegnativa, dura, inebriante: un «mestiere» diverso da ogni altro
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. Il libro: Franco Andreucci, «Falce e martello. Identità e linguaggi dei comunisti italiani fra stalinismo e guerra fredda», Bononia University Press, pagine 303, e 19 (per informazioni, tel. 051/2918056, www.buponline.com)
di SERGIO LUZZATTO
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