di Giovanni Lanza
Che la Rivoluzione ungherese sia stata un punto cruciale nella storia del Partito Comunista italiano è cosa nota a tutti. Le drammatiche vicende del popolo ungherese, raccontate dall’allora inviato di guerra del Corriere della Sera, Indro Montanelli, scossero le anime di molti. In Italia noti intellettuali ed esponenti del Partito Comunista smisero di seguire gli “ordini” impartiti da Mosca, considerando riprovevoli i massacri compiuti sulla popolazione civile di Budapest. I russi, per piegare la rivolta armata guidata, non dall’esercito ungherese, ma dagli operai che versavano in condizioni sociali pessime e dagli studenti, che richiedevano più autonomia e più patriottismo nella vita politica del Paese, impiegarono aerei da bombardamento, carri armati ed esercito regolare. Il numero preciso dei morti non si è mai conosciuto, dato che molte persone (dalle 200.000 alle 250.000) fuggirono dal Paese, in un’emigrazione che il popolo ungherese non ha mai conosciuto nella sua storia, nemmeno ora che ha la possibilità di emigrare per ottimi guadagni e senza limiti, verso il Regno Unito ed altri Paesi dell’Unione (Irlanda e Svezia, in primis)
1. Si calcola che tra i civili caddero 24.000 persone, mentre 7.000 furono le vittime sovietiche, nei combattimenti avvenuti soprattutto a Budapest tra il 4 ed il 10 novembre
2. Molti altri moriranno giustiziati, tra i quali Imre Nagy, fautore di un socialismo più umano di stampo nazionale.
Ma nemmeno questo aveva potuto far ricredere i più duri del Partito Comunista Italiano, come Napolitano, che approvò l’intervento armato sovietico, e solo più tardi in una sua biografia, raccontò del suo forte tormento autocritico per quella scelta. Il quotidiano comunista “L’Unità” descrisse i manifestanti di Budapest come controrivoluzionari (”teppisti” e “spregevoli provocatori”), difendendo il ruolo del Partito essendo allora, inseparabile dalle sorti del campo socialista guidato dall’URSS. Ma nel 1989, caduto il muro di Berlino, molti protagonisti di quella rivoluzione vennero riabilitati, anche da coloro che li avevano condannati a morte. Vi è una credenza, ovvero quella che gli ungheresi siano gli “elefanti” d’Europa, per via della loro grande memoria (soprattutto per quel che riguarda la loro storia). E gli “elefanti” non hanno dimenticato. Alcuni rappresentanti della comunità dei reduci della rivolta ungherese del `56 hanno criticato l’invito ufficiale per una visita in Ungheria, rivolto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (fu dirigente del Partito Comunista), alle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della rivoluzione antisovietica. L’invito è partito dal Presidente della Repubblica ungherese, László Solyom, che per questo ha ricevuto una lettera da parte dei reduci Sándor Racz, László Balas Piri e la deputata conservatrice Mária Wittner, il quale contenuto è stato divulgato dall’agenzia di stampa nazionale ungherese MTI:
“Nel ruolo di sopravvissuti della rivolta del `56, protestiamo nel modo più fermo contro il suo invito ad un politico… anche se Presidente della Repubblica Italiana, che diede sostegno internazionale agli assassini sovietici per schiacciare nel sangue il desiderio di libertà dell’Ungheria”
In Ungheria questi reduci sono considerati oggi degli eroi. Ieri erano i traditori di un regime tra i più duri che la storia abbia mai conosciuto. Il nazionalismo ed il patriottismo ungherese, riguardo alla rivoluzione del ‘56 è molto forte. Musei e celebrazioni ricordano ogni anno quell’evento, e la gioventù ungherese è molto fiera di mostrare le maglie e le coccarde commemorative. Nel parlare di questo argomento con un ungherese, a prescindere dalle sue idee politiche, non si può non comprendere l’emotività del nostro interlocutore, con il quale bisogna avere molta sensibilità. Nonostante ciò il Presidente Solyom ha ricordato alla Reuters, che Napoletano ha cambiato nei decenni scorsi la sua opinione riguardo a quei tragici eventi, aggiungendo di non avere nessuna intenzione di ritirare l’invito. Gli odierni socialisti della Repubblica ungherese, non sono altro che dei politicanti con interessi economici nella finanza ungherese, e non hanno niente a che vedere con i “vecchi” comunisti. Anche attorno a questa rivoluzione si è speculato (a livello politico e diplomatico) non poco, soprattutto negli Stati Uniti d’America, che la usarono per convincere i popoli del mondo, che la via per il benessere sociale sia quella capitalista. Se la frase di J. F. Kennedy, viene citata con orgoglio, su un sito dedicato alla rivoluzione3, oggi gli ungheresi dovrebbero ricordare che l’attuale amministrazione del Presidente G.W. Bush, ha commesso una delle gaffe più grandi nella storia dei rapporti diplomatici dei due Paesi. Alcune settimane fa, parlando al Congresso americano e davanti a rappresentanti ungheresi, Bush (ovvero chi per lui ha scritto il discorso) ha scambiato la rivoluzione del 15 marzo 1848 (la cosiddetta “Primavera dei Popoli”) con la rivoluzione del 1956, tenendo un discorso anticomunista in una commemorazione risorgimentale. Roba da Casa Bianca…




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